Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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Frenano le insolvenze aziendali in Italia, ma Europa e Usa restano sotto pressione. Entro la fine del 2026, l’afflusso di fondi Next Generation Eu, unito alla resilienza dell’economia della Penisola alle turbolenze internazionali, porterà a un calo del 2% nel numero di default a cui seguirà un leggero rimbalzo (+1%) nel corso del 2027 arrivando a toccare i 12.000 casi. E questo, in un contesto globale non particolarmente positivo, caratterizzato da un numero di insolvenze atteso in crescita del 5% nel 2026 e dell’1% nel 2027 (dopo il +6% registrato nel 2025), segnando così il quinto anno di aumenti consecutivi. La fotografia scattata dal report di Allianz Trade non lascia spazio ai dubbi: considerato il contesto geopolitico e macroeconomico ancora incerto, il picco delle insolvenze sarà rinviato di un ulteriore anno, fino al 2028, quando è attesa una lieve diminuzione (-1%) rispetto ai livelli elevati previsti per il biennio precedente. «Con il susseguirsi di molteplici shock dall’inizio dell’anno, tassi di interesse molto più elevati del previsto stanno aumentando la pressione su imprese già fragili, e questa situazione è destinata a proseguire», ha spiegato Aylin Somersan Coqui, numero uno di Allianz Trade. «Nel 2027, il 60% dei Paesi manterrà tassi ufficiali superiori rispetto ai 12-24 mesi precedenti, incrementando i costi di finanziamento e comprimendo i margini. Nell’Europa occidentale, un aumento di 100 punti base dei tassi sui prestiti bancari comporterebbe un aggravio compreso tra 6 e 10 miliardi di euro di oneri finanziari, riducendo la redditività soprattutto nei settori delle energie rinnovabili, delle telecomunicazioni e dell’energia elettrica. Allo stesso tempo, costi energetici elevati e persistenti continueranno ad accentuare la pressione sulla profittabilità, in particolare per le industrie europee ad alta intensità energetica».
L’assenza di poteri decisionali e di spesa non esonera il Rspp esterno da responsabilità penale per gli infortuni derivanti da pericoli che avrebbe dovuto individuare e comunicare. Quindi, il Responsabile per il servizio di prevenzione e protezione deve attivarsi già nella fase preparatoria dell’affidamento dei lavori a imprese o lavoratori autonomi esterni, acquisendo eventuali informazioni mancanti e segnalando i rischi prima dell’avvio dei lavori. La sua funzione, infatti, consiste nel mettere il datore di lavoro o il delegato nelle condizioni di adottare le misure necessarie attraverso la tempestiva individuazione e segnalazione delle situazioni di pericolo. Con l’assunzione dell’incarico, infatti, il Rspp assume uno specifico obbligo giuridico di svolgere diligentemente i compiti attribuitigli dalla legge e può essere chiamato a rispondere dell’evento causalmente riconducibile a una situazione pericolosa che aveva l’obbligo di conoscere e segnalare al datore di lavoro: pur esercitando un ruolo consultivo, deve adempiere in modo diligente il suo incarico collaborando con il datore di lavoro, individuando i rischi legati all’attività lavorativa fornendo le opportune indicazioni tecniche per minimizzarli. Lo ha precisato la Corte di cassazione, con la sentenza n. 35771 del 10 ottobre 2026, secondo cui, in materia di adempimenti legati alla salute e sicurezza sul lavoro, il Rspp può essere chiamato a rispondere a titolo di colpa professionale se l’evento è riconducibile a una situazione di pericolo che doveva tempestivamente conoscere e segnalare.
Un mese senza greenwashing. L’«addio» ufficiale alle pratiche eco-ingannevoli delle imprese nei confronti dei consumatori è datato 27 settembre 2026, con l’entrata in vigore delle regole del dlgs. 30/2026, rubricato «Responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde mediante il miglioramento della tutela dalle pratiche sleali e dell’informazione». Il decreto ha recepito la direttiva UE 2024/825 («EmpCo») e ha modificato il Codice del consumo. Di fatto, però, la stretta sull’uso-abuso dei termini “green” nelle comunicazioni commerciali era partita già da tempo, spinta dal dibattito europeo sulla proposta di Direttiva Green Claims. Questo aveva indotto molte aziende a verificare la solidità delle proprie strategie di sostenibilità e, dove necessario, a rivedere il proprio approccio ai temi ESG. Dietro questa nuova consapevolezza, come emerge dall’inchiesta condotta questa settimana da Affari Legali, c’è anche il lavoro dei principali studi legali italiani, che hanno aiutato le imprese a mappare i claim ambientali, a verificarne la base probatoria, a individuare le espressioni a rischio e a riscrivere messaggi, etichette e contenuti digitali. La normativa, insomma, è stata in grado anche di “riposizionare” il ruolo del legale: non più semplice consulente chiamato a gestire il rischio ex post, ma garante preventivo dell’integrità reputazionale e finanziaria dell’azienda.
Dallo scorso 27 settembre le nuove regole euopee anti-greenwashing impongono alle imprese maggiore rigore nella comunicazione ambientale: claim generici o non supportati da evidenze verificabili possono configurare pratiche commerciali ingannevoli. Il dlgs. 30/2026, che recepisce la direttiva UE 2024/825 (Empowering Consumers for the Green Transition – «EmpCo»), rafforza infatti i divieti sui messaggi ambientali e rende più netti i confini tra comunicazione lecita e illecita. Per le aziende la sostenibilità diventa così un tema di compliance, governance e reputazione: slogan e promesse devono lasciare spazio a dati, certificazioni e prove concrete, mentre cresce la necessità di rivedere claim, procedure interne e materiali commerciali. Per quanto l’attenzione dei commentatori si sia focalizzata sui claim ambientali, la nuova disciplina si applica, in alcune sue parti, a tutte le forme di «washing» e, in particolare, al social washing. Ma quali sono gli impatti per le aziende? «Non solo la pubblicità diretta dei prodotti, ma anche qualsiasi asserzione relativa agli stessi rientra nell’ambito di applicazione della nuova normativa», dice Giovanni Marsili, socio e Key Partner del Focus Team ESG dello studio legale internazionale Gianni & Origoni. «Le aziende dovranno pertanto prestare attenzione non solo ai claim pubblicitari dei singoli prodotti o dell’azienda in generale, ma anche a quanto riportato su packaging, etichette, nomi di marchio e prodotto, comunicati, siti web. La disciplina si potrebbe applicare anche alle dichiarazioni di carattere societario, quali ad esempio le rendicontazioni di sostenibilità contenute nei bilanci (e.g., CSRD), ancorché alcuni autori abbiano sollevato dubbi interpretativi al riguardo. Le aziende dovranno verificare con attenzione ogni asserzione, o claim, raccogliendo in modo puntuale e sin dall’inizio la documentazione probatoria a supporto delle dichiarazioni di sostenibilità, che potrà risultare utile in caso di successive contestazioni. L’autorità competente a verificare la corretta applicazione di questa normativa è l’AGCM, che può irrogare sanzioni (fino ad un massimo di Euro 10 milioni, o al 4% del fatturato annuo, a seconda delle fattispecie), oltre a poter ordinare la cessazione dei claim illeciti. Inoltre, le aziende dovranno tenere in considerazione il rischio di possibili esposti o azioni da parte di concorrenti o associazioni dei consumatori, con i relativi danni di immagine». La materia incrocia numerose funzioni aziendali: non solo marketing, ma anche procurement, produzione, e compliance. È quindi essenziale che i legali interni o esterni dell’azienda, che conoscono le norme in questione, forniscano precise indicazioni a tutte le funzioni aziendali coinvolte. All’interno del Focus Team ESG, Gianni & Origoni ha individuato professionisti ad alta specializzazione per supportare le aziende, soprattutto in questa prima fase delicata di applicazione della normativa».
I gestori di fondi e gli emittenti di obbligazioni devono documentare i benefici ambientali e sociali attribuiti agli investimenti, chiarire gli obiettivi di transizione climatica e misurare i risultati raggiunti. Da evitare dichiarazioni generiche sulla sostenibilità e benefici non dimostrati, per contrastare il rischio di greenwashing, ossia la diffusione di informazioni ambientali fuorvianti. Sono queste le principali indicazioni contenute nelle due note tematiche pubblicate il 12 ottobre 2026 dall’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma), dedicate alle dichiarazioni di impatto positivo (impact claim) e alla transizione climatica (transition claim). I documenti riportano esempi di buone e cattive pratiche per favorire comunicazioni corrette, chiare e non fuorvianti. Le note non introducono nuovi obblighi normativi e completano i precedenti approfondimenti dell’Esma sulle credenziali e sulle strategie Esg.
La pensione pubblica svizzera di chi trasferisce la residenza in Italia continua a essere tassata soltanto in Svizzera. Quella erogata dall’Inps a un residente in Cina per il lavoro privato, invece, si tassa in Italia. Ciò che fa la differenza, infatti, è la convenzione tra i diversi Paesi. Lo ha chiarito l’Agenzia delle entrate con le risposte a interpello n. 177 del 23 settembre 2026 e n. 179 del 1° ottobre 2026. Le regole del Tuir. Dal momento del trasferimento della residenza fiscale in Italia, il contribuente deve assoggettare a imposizione nel nostro paese il reddito complessivo, formato da tutti i redditi posseduti nel periodo d’imposta di riferimento, al netto degli oneri deducibili di cui all’art. 10, comma 1, Tuir. Per i non residenti, invece, vanno tassati soltanto i redditi prodotti nel territorio dello Stato. Tra i redditi imponibili sono ricomprese anche le pensioni: l’art. 49, comma 2, lett. a), Tuir qualifica come redditi di lavoro dipendente, soggetti a Irpef, “le pensioni di ogni genere e gli assegni a esse equiparati”. L’art. 23 prevede, poi, una presunzione assoluta, in base alla quale le pensioni si considerano prodotte in Italia, e qui vanno tassate, per il solo fatto di essere corrisposte dallo Stato, da soggetti, dunque, residenti nel territorio dello Stato o da stabili organizzazioni nel territorio stesso da soggetti non residenti.

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La quinta manovra del governo Meloni distribuisce promesse con la data di scadenza: una tantum, bonus a pioggia, flat tax a non finire. Persino il taglio delle tasse al ceto medio, salvato sul filo di lana, dura un anno. Agli anziani una “card” per curarsi (dal privato), mentre sulle pensioni si prepara un altro giro di tagli. Ventisei miliardi annunciati, ma dodici vincolati alle clausole europee per energia e difesa: concessi in deficit, dunque. Restano quattordici miliardi e molti pretendenti. Per i neonati c’è il salvadanaio: 100 euro pubblici all’anno per diciotto anni, 1.800 in tutto. Genitori e nonni potranno aggiungerne, con una detrazione del 19% su versamenti fino a mille euro annui. Ma il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta riporta la discussione al punto: i giovani ricorrono meno alla previdenza integrativa perché guadagnano poco e lavorano in modo discontinuo. «Senza continuità contributiva, nessuno strumento previdenziale può essere pienamente efficace». Banche e assicurazioni portano cinque miliardi, 5,5 con la Tobin tax. Il presidente Abi Antonio Patuelli parla di un «mosaico preoccupante», dopo l’accordo triennale del 2025. Aveva avvertito: nella Costituzione non c’è scritto che alcuni debbano essere «mazzolati». Il presidente Ania Giovanni Liverani protesta: «Non siamo un giacimento fiscale». Energia e giochi versano 700 milioni ciascuno. Ministeri e Palazzo Chigi un miliardo di tagli. Patuelli chiede di ripensarci prima che il testo venga stampato. L’assalto alla manovra precede il suo arrivo in Parlamento
Chi chiede denaro al pubblico deve spiegare che cosa potrebbe andare storto. Di solito è un esercizio notarile ma il prospetto con cui Anthropic, sviluppatrice di Claude, si prepara a quotarsi al Nasdaq dedica ai rischi oltre novanta pagine: Snap si fermava a trenta, Uber a cinquanta. Un rischio è ormai famoso: senza cautele adeguate, la tecnologia potrebbe causare danni catastrofici, persino minacciare l’umanità. Il Wsj ha notato, più prosaicamente, che il prospetto menziona i rischi «esistenziali» tre volte e la sicurezza nazionale ventidue. Giuridicamente il prospetto è molto interessante perché elenca i rischi dell’IA avanzata e suggerisce quali controlli servano nell’impresa e da parte dei poteri pubblici.
I rischi tecnologici si dividono in quattro gruppi. Il primo è l’uso malevolo da parte di terzi, per progettare armi biologiche o attacchi informatici. Il secondo riguarda i modelli stessi: nei test, riferisce la società, alcuni sistemi hanno cercato di evitare lo spegnimento ricorrendo a risposte simili a ricatti; modelli più autonomi potrebbero compiere azioni dannose non richieste. Gli altri due sono l’impiego da parte di regimi autoritari per sorvegliare i cittadini e gli effetti sul lavoro. La società ammette che le difese sono «incomplete». Un incidente grave potrebbe causare danni superiori alla capacità di copertura di un assicuratore; le clausole che limitano la responsabilità verso i clienti potrebbero d’altra parte non reggere in giudizio. C’è infine il rischio politico.
Da sabato scorso la previdenza complementare offre una libertà in più: chi trasferisce la propria posizione verso un fondo aperto o un piano individuale pensionistico (Pip) mantiene il diritto al contributo aziendale previsto dal contratto. Viene meno il vincolo che subordinava questa possibilità ai limiti e alle modalità stabiliti dagli accordi collettivi. Resta, in via ordinaria, il requisito dei due anni di partecipazione prima del trasferimento. Una modifica che amplia la concorrenza e rende più importante confrontare costi e caratteristiche.
La stessa data del 31 ottobre ha segnato il debutto dell’erogazione frazionata del capitale accumulato, distribuito su un periodo di almeno cinque anni. Si aggiunge alle altre possibilità introdotte dalla riforma, dalla rendita a durata definita ai prelievi liberamente determinabili entro i limiti di legge. Il momento dell’uscita diventa così più flessibile, ma richiede una scelta attenta: una rendita vitalizia protegge dal rischio di vivere più a lungo delle proprie risorse, mentre un capitale consumato attraverso prelievi può esaurirsi. Cambia anche il trattamento fiscale: per l’erogazione frazionata, sulla parte imponibile si applica un’aliquota del 20%, ridotta di 0,25 punti per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino al minimo del 15%.
«Lo scenario demografico italiano non è una dinamica da gestire: è una bomba a orologeria strutturale alimentata da fattori differenti che agiscono contemporaneamente». È l’allarme lanciato da Giovanni Liverani, presidente dell’Ania (l’associazione delle compagnie assicurative), che richiama tre fattori: l’allungamento della vita, il calo delle nascite e i redditi bassi di chi comincia a lavorare. Una combinazione che mette sotto pressione il sistema pensionistico e rischia di lasciare i giovani di oggi senza risorse sufficienti per la vecchiaia. Da qui il sostegno degli assicuratori a una dote previdenziale per ogni neonato, entrata nel disegno di legge di bilancio approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri e ora atteso all’esame del Parlamento. Per l’Ania resta un punto fermo: la gestione deve essere aperta a più operatori in concorrenza, lasciando alle famiglie la possibilità di scegliere. «È di fondamentale importanza, a nostro avviso, che questa iniziativa non sia gestita in via esclusiva da un solo soggetto pubblico, ma da un sistema di più attori in concorrenza tra di loro», afferma Liverani. Secondo quanto illustrato dal governo, dal 2027 l’Inps aprirà per ogni nuovo nato una posizione alimentata dallo Stato con 100 euro all’anno fino ai 18 anni, integrabili con i
versamenti dei familiari. La pensione sarà dunque una delle possibili destinazioni del capitale. «Deve esserci una reale libertà di scelta per il cittadino», insiste il presidente dell’associazione delle compagnie. Nella sua impostazione, previdenza pubblica, fondi pensione collettivi e polizze individuali assicurative devono operare in un regime di competizione. «Solo il confronto competitivo tra modelli stimola l’efficienza dei costi, le
performance di rendimento, l’innovazione dei prodotti e lo sviluppo complessivo dell’intero settore».

Ha vinto Carlo Messina. L’ostacolo più grande sulla strada che porterà Intesa Sanpaolo ad acquisire la totalità del Monte dei Paschi di Siena è stato superato. L’assemblea di Mps di giovedì scorso, 29 ottobre, non ha lasciato spazio ai dubbi. Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps dal febbraio 2022, ha fatto quello che poteva e gli 800 milioni di euro che i soci incasseranno in più rispetto all’offerta originale della prima banca italiana sono sostanzialmente merito suo. Un risultato non da poco, viste le iniziali dichiarazioni, ma per vincere contro Intesa servivano alleati, che Lovaglio non è stato in grado di trovare: Caltagirone, Delfin e Benetton hanno scelto Intesa. Il governo, che controlla attraverso il Mef il 4,9 per cento di Mps, dopo essersi espresso a favore dell’integrità del gruppo, in estate, con la premier Meloni, ha evitato di votare in assemblea. Il Banco Bpm (3,7 per cento di Mps), che era stato favorevole a Lovaglio nell’assise del 15 aprile, contribuendo a riportarlo a Rocca Salimbeni, si è astenuto a sua volta.  Così la morsa di Intesa si è stretta su piazza Salimbeni, ma soprattutto su Mediobanca e sulla cassaforte della stessa Mediobanca, dove è custodito il 13,35 per cento delle Assicurazioni Generali.  L’ostacolo maggiore è nelle prescrizioni dell’Antitrust. Intesa ha già in portafoglio oltre il 3 per cento del Leone di Trieste. Una quota, ripetono a Ca’ de Sass, che verrà ceduta nel momento in cui andrà a buon fine l’acquisizione del Monte dei Paschi e della controllata all’86 per cento Mediobanca, con il suo tesoretto. Intesa quindi, nei propri programmi, sarà azionista di Generali solo con la quota oggi in Mediobanca, ma è indubbio che basterà quel 13 per cento per rendere ancora più centrale il gruppo guidato dal 2013 da Carlo Messina negli equilibri della finanza italiana. E in Generali, Intesa coabiterà con altri soci eccellenti, da Delfin a Caltagirone, da Unicredit a Benetton. Si verrà a realizzare un asse centrale in ogni lavoro della finanza. Dai conti correnti alle assicurazioni, dal risparmio gestito al credito al consumo, al leasing, al factoring. La partnership con il gruppo Unipol creerà un asse molto robusto. Unipol è leader nelle assicurazioni Danni in Italia ed è il primo socio di Bper Banca, che diventerà il centro del terzo polo creditizio nazionale, dietro a Unicredit e davanti a tutti gli altri. Intesa è poi già oggi, con Generali, di cui diventerà primo azionista con il 13,35 per cento stabile del capitale, uno dei leader in Italia nel settore Vita. Alla fine del percorso di assestamento, servirà probabilmente tutto il 2027, Intesa Sanpaolo sarà un gruppo da 160 miliardi di euro circa di capitalizzazione borsistica
Il primo capitolo della nuova frontiera della sicurezza digitale europea è andato in stampa l’11 settembre. Vi si legge che quando il produttore di un dispositivo collegato a Internet si accorge di una vulnerabilità, ovvero una falla del sistema che può essere penetrata da hacker o altri intrusi, deve rendere pubblico il pericolo entro 24 ore, preparare una comunicazione più completa entro 72 ore e compilare una relazione approfondita non oltre 14 giorni. Il salto di paradigma informatico si chiama Cyber resilience act (Cra) e la sua totale applicazione scatterà l’11 dicembre del prossimo anno. La sintesi della filosofia della nuova normativa e molto semplice. «Da ora in avanti la sicurezza digitale di un prodotto deve essere assicurata e progettata a priori, prima dell’inizio della produzione — spiega Marco Bazzani, manager dell’innovazione e della ricerca di Teoresi, società internazionale di ingegneria nata a Torino ma con sede anche in altri paesi —. Non solo: la cybersecurity deve essere garantita anche nella gestione successiva alla vendita con aggiornamenti costanti garantiti e spiegati al possessore. Insomma, il produttore non deve solo garantire l’efficienza dell’oggetto ma anche la sua sicurezza cibernetica». Quindi non sarà soltanto il consumatore a doversi difendere dagli attacchi informatici, perché il produttore ha la responsabilità della prevenzione e della gestione del rischio, senza limiti di tempo. È proprio l’obbligo degli aggiornamenti sulla sicurezza che potrebbe avere uno dei maggiori impatti sugli utenti. Già oggi le revisioni software esistono e sono frequenti (ne beneficiano auto, computer, smartphone, robot domestici, algoritmi, smart-tv), ma finora riguardavano soprattutto le nuove funzionalità, inoltre erano distribuite insieme con altre revisioni, quelle per correggere bug e malfunzionamenti. Adesso questi aggiornamenti dovranno essere distribuiti separatamente e tempestivamente e i produttori saranno direttamente responsabili delle eventuali vulnerabilità e dei danni provocati da intrusioni fraudolente
Più preoccupati per il futuro del Paese e più cauti sul proprio. Ma ugualmente gli italiani con portafoglio risparmiano e investono, anche solo per gestire la liquidità con i conti di deposito. E ancora: all’intelligenza artificiale non affiderebbero (per ora) il proprio portafoglio, mentre hanno perso slancio nei confronti della sostenibilità. La foto di gruppo scattata a settembre dall’Osservatorio Anima con un sondaggio che coinvolge oltre mille «bancarizzati», ovvero titolari di un conto corrente rappresentativi di 35 milioni di connazionali, mostra un quadro dove sono ben visibili i timori legati ai grandi cambiamenti geo politici e al ritorno dell’inflazione
La previdenza complementare fatica ancora a entrare nelle abitudini degli italiani, mentre il ritorno dell’inflazione e il rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato impongono nuove riflessioni sulla gestione del risparmio. Sono questi i temi al centro della nuova puntata di Risparmio & Altre Storie, la rassegna mensile di FocusRisparmio realizzata in collaborazione con L’Economia del Corriere della Sera. A discuterne, Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, e Martina Daga, macro-economista di AcomeA sgr. Sul fronte previdenziale, la recente riforma sembra aver acceso l’attenzione dei lavoratori, senza però tradursi in una maggiore conoscenza degli strumenti a disposizione. Ad affermalo è un’indagine Assogestioni-Censis, nella quale la quota di chi dichiara di conoscere le novità introdotte è passata dal 27,2% di marzo al 43,8% di settembre. Solo il 9,1%, tuttavia, ritiene di conoscerle approfonditamente. Per De Rita, il problema è soprattutto culturale: «La previdenza complementare è figlia di un paradosso: la necessità di proteggere nel lungo periodo attraverso una consapevolezza degli italiani che è di brevissimo respiro».

Meno accessibile, ma sempre più desiderata, specie dai giovani adulti: la casa rimane al centro dei progetti degli italiani, nonostante i prezzi degli immobili crescano da anni a ritmi più veloci di quanto non facciano i redditi necessari per acquistarli. Per l’81% degli italiani possedere un’abitazione è ancora uno degli obiettivi più importanti per costruire il proprio futuro. Un interesse che emerge anche tra le nuove generazioni: il 28% della Gen Z (persone tra i 18 e i 27 anni di età) e il 27% dei Millennials (tra i 28 e i 43 anni) pensa di aumentare nel prossimo quinquennio la quota del proprio patrimonio investita in immobili, contro il 17% della Gen X (dai 44 a i 59 anni) e appena l’8% dei Baby Boomer (chi ha più di 60 anni). Sono alcuni dei dati di una nuova ricerca dell’Ing People Insights Lab, realizzata in collaborazione con YouGov.
Il disegno di legge di Bilancio, nella forma approvata dal Governo e in procinto di affrontare l’esame parlamentare, prevede per i nuovi nati dal 2027 un contributo statale di 100 euro all’anno dalla nascita fino ai 18 anni per la creazione di una somma – non tassabile e non pignorabile, ha precisato la premier Meloni – che sarà riscattabile solo dopo i 18 anni a meno di emergenze straordinarie. L’Inps dovrebbe occuparsi della raccolta dei versamenti e della gestione delle attività, ma la gestione finanziaria sarebbe di competenza di Cassa Depositi e Prestiti e avverrà secondo criteri di prudenza. È anche previsto che al contributo statale possano affiancarsi contributi volontari dei parenti fino al terzo grado e degli affini fino al secondo grado, con detrazione del 19% per importi fino a mille euro all’anno.