Istat registra nel 2025 355.772 nati, oltre 220mila in meno rispetto al 2008. La diminuzione prosegue nei primi sette mesi del 2026. 

Nel 2025 i nati residenti in Italia sono stati 355.772, circa 14mila in meno rispetto al 2024, con una diminuzione del 3,8%. Il tasso di natalità scende a sei nati ogni mille abitanti e il numero medio di figli per donna raggiunge un nuovo minimo storico, pari a 1,14, rispetto a 1,18 dell’anno precedente. Il calo prosegue anche nel 2026: secondo i dati provvisori relativi a gennaio-luglio, le nascite sono 196.864, l’1,1% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre la fecondità è stimata a 1,13 figli per donna. È il quadro delineato dal rapporto Istat «Natalità e fecondità della popolazione residente – Anno 2025», pubblicato il 21 ottobre.

La contrazione non dipende soltanto dalla minore propensione ad avere figli. Si riduce anche il numero dei potenziali genitori, appartenenti a generazioni già meno numerose. A questo effetto demografico si affiancano il rinvio della genitorialità, le difficoltà economiche e di conciliazione tra lavoro e famiglia e scelte di vita che possono prevedere percorsi alternativi all’avere figli.

Dal 2008 oltre 220mila nascite in meno

Il confronto di lungo periodo mostra l’ampiezza della riduzione. Nel 2008, anno con il maggior numero di nascite degli anni Duemila, i nati erano 576.659, quasi dieci ogni mille abitanti. Rispetto ad allora, nel 2025 la diminuzione raggiunge il 38,3%, per una perdita complessiva superiore a 220mila nascite annue.

Indicatore200820242025
Nati residenti576.659369.944355.772
Nati ogni mille abitanti9,76,36,0
Numero medio di figli per donna1,441,181,14
Età media al parto31,0 anni32,6 anni32,7 anni
Nascite fuori dal matrimonio19,7%43,2%44,1%
Fonte: Istat. Gli indicatori di natalità, fecondità ed età media al parto relativi al 2025 sono indicati nel rapporto come stime.

La diminuzione della popolazione in età riproduttiva alimenta un effetto cumulativo. Le donne che oggi hanno tra 30 e 40 anni, fascia nella quale si concentra oltre il 65% delle nascite, sono nate tra il 1985 e il 1995: un periodo in cui la fecondità italiana era già scesa da 1,45 a 1,19 figli per donna. Le generazioni meno numerose del passato diventano quindi una platea più ridotta di potenziali madri e padri.

Diminuiscono sia i primi sia i secondi figli

Nel 2025 il calo riguarda tutti gli ordini di nascita. I primogeniti sono 174.842, in diminuzione del 3,7%; i secondi figli sono 127.479, con una riduzione del 4,8%; i figli di terzo ordine e successivi sono 53.451, il 2,1% in meno rispetto al 2024.

La contrazione dei primi e dei secondi figli è più intensa nel Mezzogiorno: rispettivamente −5,3% e −5,5%. Nel Nord le diminuzioni sono del 2,3% e del 4,3%, mentre nel Centro raggiungono il 3,9% e il 4,6%. Il fenomeno non riguarda dunque soltanto la difficoltà ad ampliare famiglie già formate, ma anche l’avvio stesso dell’esperienza genitoriale. Dal 2008 i primi figli sono diminuiti del 38,6% e i secondi del 41,1%.

Istat richiama una pluralità di fattori: percorsi di istruzione più lunghi, precarietà del lavoro giovanile, difficoltà di accesso all’abitazione e ostacoli alla conciliazione. A questi si affianca la scelta di posticipare o non intraprendere la genitorialità per dedicarsi ad altri progetti. Il rapporto non riconduce quindi il calo a un’unica causa.

Primo figlio a 32 anni, maternità sempre più tardiva

L’età media al parto sale da 32,6 a 32,7 anni. Quella alla nascita del primo figlio raggiunge per la prima volta i 32 anni, rispetto ai 28,1 del 1995. In circa trent’anni l’ingresso nella maternità si è quindi spostato in avanti di quasi quattro anni.

Il rinvio interessa le diverse aree del Paese. L’età media al parto è pari a 33,1 anni nel Centro, 32,8 nel Nord e 32,4 nel Mezzogiorno. Il valore più elevato si registra in Basilicata, con 33,6 anni, mentre la Sicilia presenta quello più basso, pari a 31,8.

La posticipazione ha conseguenze anche sul numero complessivo di figli: quanto più tardi inizia il percorso genitoriale, tanto più si restringe il tempo disponibile per realizzare i progetti familiari, compresa la possibilità di avere figli successivi al primo. Il fenomeno emerge sia dai dati annuali sia dall’analisi delle generazioni che hanno sostanzialmente concluso la propria esperienza riproduttiva.

Le differenze per titolo di studio

La fecondità presenta un’associazione con il livello di istruzione. Nel 2025 il numero medio di figli per donna è stimato a 1,06 tra le diplomate e a 1,09 tra le laureate, contro 1,58 tra le donne con licenza media. Per tutti i gruppi si osserva una diminuzione rispetto al 2023, ma quella delle laureate è più contenuta: −0,03 figli, rispetto a −0,10 per le diplomate e −0,08 per le donne con licenza media.

È marcata anche la distanza nell’età media al parto, che non va confusa con l’età al primo figlio: 29,7 anni per le donne con licenza media, 32,5 per le diplomate e 34,9 per le laureate.

Nella lettura dell’Istituto, il maggiore investimento nell’istruzione e nel lavoro può accrescere i costi-opportunità della maternità, soprattutto quando la conciliazione è difficile e i carichi di cura restano squilibrati all’interno della famiglia. Queste differenze descrivono percorsi di vita e condizioni differenti, non un rapporto causale semplice tra istruzione e numero di figli.

Fecondità in calo anche tra le donne straniere

Il numero medio di figli delle donne di cittadinanza italiana scende da 1,11 a 1,07; quello delle straniere passa da 1,81 a 1,74. Pur mantenendosi superiore, anche la fecondità delle straniere si colloca sotto la soglia di sostituzione di 2,1 figli per donna richiamata nel rapporto. Nel 2010 era ancora pari a 2,31.

Guardando alla cittadinanza dei genitori, nel 2025 i nati da coppie entrambe italiane sono 275.330, il 77,4% del totale, in diminuzione del 4,8% rispetto al 2024. I nati da genitori entrambi stranieri sono 49.002, il 13,8%, con una flessione del 3,1%. Aumentano invece del 4,2% i nati da coppie miste, che raggiungono 31.440 e rappresentano l’8,8% delle nascite.

Complessivamente, i nati con almeno un genitore straniero sono 80.442, il 22,6% del totale: una quota in aumento, nonostante il numero assoluto risulti leggermente inferiore a quello del 2024. La loro incidenza è più alta nel Nord, dove raggiunge il 31,2%, rispetto al 24,7% del Centro e al 10% del Mezzogiorno.

Le differenze territoriali

La riduzione della fecondità interessa quasi tutto il territorio. Il Centro mantiene il valore più basso tra le grandi ripartizioni, con 1,07 figli per donna, seguito dal Nord con 1,15 e dal Mezzogiorno con 1,16.

La Sardegna si conferma l’unica regione sotto l’unità, con 0,85 figli per donna, rispetto a 0,91 nel 2024. La Provincia autonoma di Bolzano presenta invece il valore più elevato, 1,54, in crescita da 1,51. L’unico altro territorio regionale in aumento è la Valle d’Aosta, che passa da 1,05 a 1,11. Seguono Bolzano, per livello di fecondità, la Provincia autonoma di Trento con 1,24 e Sicilia e Campania, entrambe a 1,22.

Il 23% delle donne nate nel 1976 non ha avuto figli

Il rapporto distingue la fecondità di periodo, che sintetizza i comportamenti riproduttivi osservati in un anno, dalla discendenza finale, che misura il numero medio di figli effettivamente avuto da una generazione femminile. I due indicatori rispondono a domande diverse e non sono direttamente sovrapponibili.

Le donne nate nel 1976, che nel 2025 hanno compiuto 49 anni e hanno sostanzialmente concluso il percorso riproduttivo, registrano una discendenza finale di 1,44 figli, rispetto ai 2,01 delle nate nel 1947. Nello stesso confronto, la quota di donne senza figli sale da circa una su dieci al 23%.

La lettura per generazioni mostra inoltre una convergenza territoriale verso livelli più bassi: la differenza tra Mezzogiorno e Nord passa da 0,67 figli per le donne nate nel 1947 a 0,14 per quelle nate nel 1976. Per quest’ultima generazione la discendenza finale è di 1,52 figli nel Mezzogiorno e di 1,38 nel Nord.

Fuori dal matrimonio il 44,1% delle nascite

Nel 2025 i nati da genitori non coniugati tra loro sono 156.874, pari al 44,1% del totale. La quota aumenta di 0,9 punti percentuali rispetto al 2024 e di 24,4 punti rispetto al 2008. In valore assoluto, tuttavia, anche queste nascite diminuiscono, dell’1,8%: la loro incidenza cresce perché quelle all’interno del matrimonio si riducono più rapidamente, del 5,4%.

Per la prima volta nel Centro oltre un bambino su due nasce fuori dal matrimonio, con una quota del 50,1%. Seguono il Nord con il 43,1% e il Mezzogiorno con il 42,3%. Tra le regioni, il valore più elevato si registra in Sardegna, con il 59,4%, seguita dal Lazio con il 51,7%; i più bassi sono in Basilicata, al 33%, e Calabria, al 35,7%.

La quota è maggiore tra i genitori entrambi italiani, con il 48,3%, rispetto al 29,6% delle coppie entrambe straniere. Inoltre, l’86,2% delle nascite fuori dal matrimonio riguarda genitori mai coniugati: un dato che, secondo Istat, conferma la diffusione di progetti familiari nei quali il matrimonio non è considerato una condizione necessaria per avere figli.