Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

I produttori di auto cinesi continuano a guadagnare terreno in Europa, sottraendo quote di mercato ai principali gruppi automobilistici del continente. Lo dimostrano i dati delle immatricolazioni diffusi ieri dall’Acea, l’associazione dei costruttori europei. A settembre Chery, Byd, Geely e Saic Motor hanno raggiunto insieme una quota del 14,6%, contro il 9,6% dello stesso mese del 2025. Nello stesso periodo le tre grandi d’Europa, Volkswagen, Stellantis e Renault, sono scese complessivamente dal 48,4% al 43,7%, perdendo quasi cinque punti percentuali, ovvero lo stesso valore di quote guadagnato dalle rivali cinesi in ascesa. Il confronto è particolarmente significativo perché è relativo a un mese in cui il mercato automobilistico europeo è cresciuto del 10,2%, raggiungendo 1,36 milioni di vetture immatricolate nell’area Ue, Efta e Regno Unito. I costruttori cinesi stanno quindi conquistando spazio anche in una fase di espansione delle vendite complessive, mentre i tre maggiori gruppi europei faticano a mantenere le proprie posizioni.
Dell’intervento del governatore di Banca d’Italia Fabio Panetta nella recente Green Swan Conference di Manila sono stati sottolineati molti aspetti interessanti, a partire dalla considerazione dei danni dei mutamenti climatici (200 miliardi di dollari nel 2025) e dalla necessità di interventi pubblici e privati in via preventiva e successiva, ma si è trascurata la parte che riguarda le banche e gli impatti su di esse di tali cambiamenti. Questi ultimi possono influire sulla stabilità degli istituti, sulle loro strategie, sulle attrezzature di cui dispongono per misure di recovery. E corrispondentemente l’attività che gli istituti esercitano con il consumo di energia può provocare impatti che contrastino con le politiche dei governi in questo complesso e delicato comparto. Ne può discendere la necessità che, per la prevenzione, si operi anche con misure che riguardano i bilanci delle banche. E qui sopravviene il ruolo della Vigilanza bancaria. Panetta ha precisato che non intende sostenere un ampliamento del mandato, bensì una sua qualificazione.

Dal 22 ottobre obbligo per il fabbricante, su richiesta del consumatore, di riparare i beni acquistati in caso di difetto che si verifichi o si manifesti al di fuori del perimetro della garanzia legale di conformità prevista dal Codice del consumo a carico del venditore, valida entro i due anni dal momento della consegna del bene. La previsione è contenuta nel D. Lgs. n. 176, del 25 settembre 2026, di recepimento della Direttiva n. 2024/1799/UE, e consente ai consumatori di chiedere una riparazione a prezzi accessibili da parte del prestatore di servizi di riparazione, tendendo a ridurre lo smaltimento prematuro di beni funzionali acquistati dai consumatori e incoraggiare questi ultimi a usare i beni più a lungo, attraverso il rafforzamento delle disposizioni connesse alla riparazione. L’obbligo di riparazione si applica per i contratti conclusi a decorrere dal 31 luglio 2026 ed esclusivamente ai beni per i quali l’allegato II-decies al Codice del consumo, D. Lgs. n. 206/2005, prevede specifiche di riparabilità: in sostanza, dunque, si riferisce ad apparecchi per uso domestico quali lavatrici e lavasciuga biancheria, lavastoviglie, apparecchi di refrigerazione, display elettronici, apparecchiature di saldatura, aspirapolvere, server e prodotti di archiviazione dati, telefoni cellulari, cordless e tablet, beni che incorporano batterie per mezzi di trasporto leggeri, apparecchi per il riscaldamento d’ambiente locale
La riforma del regolamento Sustainable finance disclosure regulation, Ue 2019/2088, SFDR punta a dare ai risparmiatori più chiarezza informativa e meno greenwashing. Il peso maggiore ricade sui gestori, come le sgr, che amministrano fondi comuni (Oicvm) e fondi alternativi (Fia), per presentare i prodotti come sostenibili dovranno ricondurli alle tre nuove categorie e rivedere informativa e materiali di marketing ed adeguare il sito web. Il 22 ottobre 2026 ha preso il via il primo trilogo tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo sulla riforma del regolamento SFDR, che disciplina l’informativa di sostenibilità dei prodotti finanziari nella nuova classificazione. Il negoziato si svolge sotto la Presidenza irlandese del Consiglio
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Le più ostiche per chi cerca di fissare un appuntamento sono le visite dermatologiche e quelle oculistiche. Anche se non ci sono particolari urgenze, più di un terzo di coloro che ne hanno bisogno deve aspettare oltre i termini massimi previsti dalla legge, cioè 30 giorni. Ma è dura
anche con la visita gastroenterologica e l’elettromiografia. Quello delle liste d’attesa è un problema cronico, che le Regioni cercano di risolvere, con fatica. A tenere sotto controllo i dati è Agenas, l’agenzia nazionale sanitaria degli enti locali, che ieri ha presentato il monitoraggio dei primi nove mesi dell’anno. Qualcosa si muove in meglio, ma lentamente e ci sono oltre 4 milioni di persone (su 21,8 milioni di visite ed esami erogati in totale) che aspettano oltre i termini, quindi sono vittime di liste di attesa troppo lunghe. Si parla di prestazioni prenotate, quindi il dato non tiene conto dei tantissimi cittadini che, di fronte a tempi troppo lunghi, decidono di soprassedere e magari andare nel privato (o rinunciare del tutto alla prestazione). E del resto le prescrizioni staccate dai medici ma poi non utilizzate dai pazienti per prendere appuntamento nel servizio
pubblico sono ben il 45% del totale (con dati come sempre variabili tra le Regioni). Ecco perché i 4 milioni che aspettano troppo non raccontano esattamente la situazione dell’offerta di prestazioni sanitarie in Italia.
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