Il Rapporto Welfare Italia 2026 stima una spesa di circa 715 miliardi per l’anno in corso. La filiera dei servizi genera 374 miliardi di valore della produzione e impiega 5,1 milioni di persone. Proposte due strategie nazionali dedicate a longevità e giovani.
La spesa pubblica italiana per il welfare ha raggiunto 692,8 miliardi di euro nel 2025, pari al 60% della spesa pubblica complessiva, e dovrebbe salire a circa 715 miliardi nel 2026. La previdenza assorbe il 49,5% delle risorse, mentre sanità, politiche sociali e istruzione presentano un’incidenza sul PIL inferiore alla media dell’Eurozona. È il quadro delineato dal Rapporto 2026 del Think Tank “Welfare, Italia”, promosso da Unipol con TEHA Group e presentato il 20 ottobre a Roma.
Al centro dell’analisi è la sostenibilità di un sistema chiamato a rispondere all’invecchiamento della popolazione, alla riduzione delle persone in età lavorativa e alla trasformazione dei bisogni familiari. Il rapporto affianca all’esame della spesa una valutazione del contributo economico e occupazionale della filiera e propone due strategie nazionali, dedicate rispettivamente alla longevità e alle nuove generazioni.
Nel confronto europeo, la spesa previdenziale italiana rappresenta il 16,3% del PIL, contro il 12,5% dell’Eurozona. Il rapporto si inverte per la sanità, con il 6,6% italiano rispetto al 7,4% medio, per le politiche sociali, con il 4,8% contro il 7,3%, e per l’istruzione, con il 4% rispetto al 4,6%.
Secondo le proiezioni del Think Tank, se proseguissero le dinamiche di crescita dell’ultimo decennio, la spesa pubblica per il welfare potrebbe raggiungere 1.028,6 miliardi di euro nel 2037 e 1.591,9 miliardi nel 2050. Si tratta di uno scenario condizionato alla prosecuzione delle tendenze osservate, non di livelli di spesa già programmati.
La riduzione della popolazione attiva pesa sulle prospettive economiche
Il rapporto indica per il 2025 una popolazione di 58,9 milioni di abitanti, con 355mila nascite e circa 652mila decessi: il saldo naturale risulta quindi negativo per 297mila persone.
La popolazione in età lavorativa potrebbe ridursi di 3,6 milioni entro il 2040 e di 6 milioni entro il 2050. A parità delle altre condizioni, il Think Tank associa a questa dinamica una contrazione potenziale del PIL rispettivamente del 6,4% e del 10,7% rispetto ai livelli del 2025. Queste stime isolano l’effetto della componente demografica e non equivalgono a una previsione complessiva dell’andamento dell’economia.
Cambiano anche le strutture familiari. Tra il 2016 e il 2025 le coppie con figli sono passate da 33 a 27 ogni 100 famiglie, mentre i nuclei monogenitoriali con figli sono aumentati del 10%. Il rapporto richiama quindi la necessità di adeguare servizi e politiche a una domanda di protezione più diversificata.
Accanto alla spesa pubblica, l’analisi considera la dimensione economica della filiera del welfare. Nel 2024 il perimetro individuato dal rapporto comprende oltre 458mila enti pubblici e privati, profit e non profit, con 5,1 milioni di occupati e circa 374 miliardi di euro di valore della produzione.
Rispetto al 2023, ricalcolato secondo la metodologia aggiornata, il rapporto segnala oltre 13mila enti e 344mila occupati in più, oltre a un incremento del 15% del valore della produzione. Quest’ultimo aggregato descrive l’attività economica della filiera e va tenuto distinto dalla spesa pubblica per il welfare.
La filiera del welfare riferita agli over 65 genera, secondo le stime presentate, 130,7 miliardi di euro di ricavi e 38,5 miliardi di valore aggiunto, coinvolgendo circa 586mila occupati e oltre 173mila imprese. Per questo ambito il Think Tank propone una strategia nazionale che intervenga su non autosufficienza, assistenza domiciliare, tecnologie per l’autonomia, prevenzione della fragilità e partecipazione attiva degli anziani.
La filiera riferita agli under 35, definita Youth Economy, sviluppa invece 114,9 miliardi di ricavi e 40,7 miliardi di valore aggiunto, con quasi 654mila occupati e oltre 163mila imprese. Le proposte riguardano formazione, occupazione di qualità, autonomia abitativa, salute mentale e previdenza complementare, con l’obiettivo di accompagnare l’indipendenza dei giovani e favorire la permanenza dei talenti nel Paese.
Servizi territoriali: il divario si riduce, ma resta significativo
Il Welfare Italia Index, che valuta i sistemi regionali attraverso 22 indicatori relativi alla spesa e ai risultati nei diversi ambiti del welfare, assegna il punteggio più elevato alla Provincia autonoma di Trento, con 83,9 punti. Seguono Friuli-Venezia Giulia, con 79,3, e Provincia autonoma di Bolzano, con 77,6. Nella parte inferiore della graduatoria si collocano Campania, con 65,8, Calabria, con 64,7, e Basilicata, con 64,3.
La distanza tra il valore massimo e quello minimo scende a 19,6 punti, in riduzione di circa il 3,4% rispetto al 2025. Restano tuttavia differenze rilevanti nell’offerta: nel Mezzogiorno i servizi educativi per la prima infanzia dispongono di 19,3 posti ogni 100 bambini tra zero e due anni, contro 37,9 al Nord e 40,4 al Centro. La spesa comunale per interventi e servizi sociali è pari a 111 euro pro capite nel Mezzogiorno, rispetto ai 185 euro del Nord.
Intelligenza artificiale e formazione
Il rapporto attribuisce all’intelligenza artificiale guadagni potenziali di produttività del 19,6% nella sanità e del 21,9% nell’istruzione. Sono benefici stimati, la cui realizzazione viene collegata alla disponibilità di competenze e alla formazione del personale.
Su questo fronte il comunicato segnala che il 37% degli adulti presenta bassi livelli di alfabetizzazione, il 10,8% partecipa ad attività di formazione continua e il 54% possiede competenze digitali almeno di base. L’investimento nel capitale umano viene quindi indicato come una condizione per tradurre l’adozione tecnologica in un miglioramento effettivo dei servizi.
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