La scarsa consapevolezza delle minacce informatiche rappresenta il principale rischio legato alle persone per le imprese italiane nei prossimi uno-due anni. Lo rileva il People Risk Report 2026 di Marsh, basato sulle risposte di oltre 4.500 professionisti delle funzioni HR e risk management in 26 mercati e 12 settori. Nella graduatoria italiana, alla limitata alfabetizzazione sui rischi cyber seguono l’insicurezza finanziaria dei dipendenti, strategie non sufficientemente competitive per attrarre e trattenere il personale, carenza di competenze tecnologiche specialistiche e mancanza di lavoratori. Il report colloca quindi cyber, competenze, benessere economico e organizzazione del lavoro all’interno di uno stesso quadro di rischio aziendale.

Cyber e AI: il fattore umano

Il rapporto evidenzia che il rischio cyber non dipende soltanto dalla protezione dei sistemi informatici, ma anche dalla capacità delle persone di riconoscere phishing, frodi, contenuti manipolati e comportamenti non sicuri. A livello globale, la scarsa conoscenza delle minacce informatiche è indicata come il primo people risk, mentre le carenze di competenze tecnologiche, comprese quelle in cyber e AI, si collocano al terzo posto.

In Italia, il tema tecnologico ricorre più volte fra i primi dieci rischi: oltre alla cyber awareness, figurano la carenza di competenze specialistiche e la gestione impropria di dati e proprietà intellettuale, indicata all’ottavo posto.

L’adozione dell’intelligenza artificiale amplia ulteriormente le esigenze di presidio. Il 38% dei rispondenti italiani indica come priorità la formazione dei dipendenti per riconoscere contenuti malevoli o disinformazione generati dall’AI. Il 36% richiama il rischio di violazioni di privacy e riservatezza e, nella stessa misura, i rischi di sicurezza derivanti da sistemi AI o da un’adozione troppo rapida; il 33% cita specificamente le vulnerabilità cyber connesse all’AI.

Pressione economica e gestione dei talenti

L’insicurezza finanziaria dei dipendenti si colloca al secondo posto tra i rischi segnalati dalle imprese italiane. Il dato riflette l’impatto del costo della vita, dell’incertezza economica e della percezione di inadeguatezza di retribuzioni e benefit su stress, produttività, coinvolgimento e permanenza dei lavoratori nell’organizzazione.

Il 33% degli intervistati indica programmi di welfare e benefit obsoleti o non allineati alle esigenze della forza lavoro; il 32% segnala opacità nei processi di carriera e promozione; il 30% richiama la difficoltà dei manager ad affrontare in modo chiaro i temi di sviluppo professionale, retribuzione e benefit.

Sul fronte dell’attrazione e della retention, la scarsa competitività delle strategie aziendali occupa il terzo posto nella classifica dei rischi italiani, mentre la carenza di personale è al quinto. Le principali criticità segnalate sono la mancanza di opportunità di crescita, sviluppo delle competenze e avanzamento professionale, indicata dal 35% dei partecipanti; la difficoltà di attrarre specialisti, 34%; e quella di attrarre lavoratori essenziali nei comparti a minore retribuzione, 31%.

HR e risk management

Il report sottolinea la necessità di una maggiore integrazione fra funzioni HR e risk management. In Italia, il 37% dei rispondenti dichiara una piena collaborazione fra le due aree, il 47% una collaborazione soltanto parziale e il 16% una collaborazione minima.

Secondo Marsh, questa integrazione è rilevante perché i rischi legati alle persone collegano continuità operativa, cyber resilience, salute, welfare, disponibilità delle competenze e capacità di risposta agli shock esterni. Il report richiama quindi l’esigenza di affiancare ai rischi più immediati — cyber, AI e geopolitica — fattori strutturali come accesso alle cure, salute fisica e mentale, sostenibilità dei programmi di welfare e fiducia dei dipendenti.

Geopolitica, demografia e clima

Le priorità organizzative segnalate dalle imprese italiane riguardano anche fattori esterni. In ambito geopolitico, il 38% indica la gestione della mobilità dei dipendenti, inclusi viaggi, trasferimenti e visti; il 37% la visibilità sulle dipendenze della catena di fornitura; il 36% la sicurezza e il benessere dei lavoratori e delle loro famiglie nelle aree di conflitto o durante i viaggi.

Sul piano demografico, il 33% richiama l’esigenza di affrontare la maggiore propensione al cambiamento di lavoro tra i dipendenti più giovani. Seguono la pianificazione della forza lavoro rispetto all’urbanizzazione, 29%, l’accesso equo a mentoring e formazione per tutte le età, 28%, e l’adattamento dell’organizzazione del lavoro per sostenere la produttività dei lavoratori senior, 27%.

Quanto al clima, il 41% dei rispondenti indica come priorità il sostegno ai dipendenti nell’accesso a coperture assicurative contro rischi quali incendi e alluvioni. Il 37% segnala l’esigenza di benefit capaci di gestire problemi di salute legati al clima, di preparazione ai limiti dei sistemi sanitari in occasione di pandemie, disastri naturali o conflitti e di misure per ridurre l’impatto sproporzionato dei rischi climatici sui lavoratori più vulnerabili o con redditi più bassi.

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