Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

Le misure di flessibilità nell’accesso al pensionamento tra il 2019 e il 2025 sono costate 41,3 miliardi di euro. Lo si legge nel report «Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario» della Ragioneria Generale dello Stato. Da precisare che il riferimento è al cumulo delle possibilità di uscire con 62 anni di età e 38 di contributi (Quota 100), poi con 64 anni di età e 38 di contributi (Quota 102) e con 62 anni di età e 41 di contributi (Quota 103), assieme a Opzione Donna e al blocco dell’adeguamento dei requisiti contributivi alla speranza di vita per chi andava in pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi. In particolare, dalla tabella pubblicata dalla Ragioneria si evince che dal 2019 per le quote e il blocco degli adeguamenti alla speranza di vita per chi è andato in pensione avendo raggiunto 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne) sono stati spesi poco più di 36 miliardi. Mentre per Opzione Donna sono stati spesi nei sette anni 5,27 miliardi. Gli anni più costosi risultano il 2021 con quasi 7,7 miliardi di spesa per le uscite dal mondo del lavoro in flessibilità e il 2022 con oltre 8,1 miliardi.
Mps convoca l’assemblea straordinaria del 29 ottobre. Oltre alle due ops, i soci sono chiamati a votare anche sul riassetto del gruppo: come preannunciato da MF-Milano Finanza l’ordine del giorno è stato integrato con la fusione per incorporazione di Mediobanca che ha già ottenuto all’inizio di settembre l’autorizzazione della Bce, mentre Francoforte non si è ancora espressa sulla doppia offerta promossa per Bpm e Banca Generali. Mercoledì l’ad Luigi Lovaglio ha spiegato che il voto non dovrà essere interpretato come un «referendum» tra progetti alternativi: serve «l’opzionalità di avere almeno due alternative. Se si ha una sola offerta è chiaro che è più difficile ottenere il prezzo migliore». Il banchiere ha chiarito che il sostegno in assemblea alle ops non impedirà di consegnare le azioni all’opas di Intesa ma offrirà a Mps «l’opportunità di esplorare» e «meglio definire» i due progetti. Il processo di concentrazione del sistema bancario è finito ieri anche al centro di un intervento di Silvano Simone Bettini, presidente di Federmeccanica.
Non solo Stretto di Hormuz, ma anche Suez, Panama, Bosforo, Bab al-Mandab e Hormuz: cinque tratti di mare che insieme veicolano un terzo del commercio marittimo mondiale hanno subito interruzioni rilevanti negli ultimi cinque anni. Non un caso isolato, ma qualcosa che si ripete e le aziende con supply chain internazionali iniziano a percepirlo come un rischio strutturale, non più episodico. Circa l’80% del commercio globale per volume viaggia via mare, gran parte attraverso una dozzina di passaggi obbligati in tutto il mondo. Le cause delle interruzioni spaziano da incidenti operativi e scarsità idrica legata al clima, fino ai conflitti geopolitici, ormai la minaccia più ricorrente. Droni a basso costo, missili di precisione, jamming dei segnali Gps e spoofing dei sistemi di identificazione automatica delle navi hanno reso più facile ed economico colpire questi snodi. E non serve nemmeno una chiusura formale: la sola minaccia di un attacco può ridurre il traffico, spingere le compagnie a sospendere i servizi e far lievitare i costi di trasporto e assicurazione. Lo studio Maritime Chokepoints: Five Lessons from the Strait of Hormuz, pubblicato da Boston Consulting Group, individua in geografia e volumi di scambio i due fattori chiave che determinano la gravità di un’interruzione. Alcuni stretti — Hormuz, il Bosforo, gli Stretti Danesi — non hanno alternative marittime praticabili: in caso di blocco restano solo aereo o terra, con capacità limitate e costi più alti. Altri sono aggirabili, ma a caro prezzo: deviare dallo Stretto di Taiwan verso il Pacifico aperto allunga la rotta di circa il 27%; per Gibilterra l’aumento sfiora l’85%, per Panama il 47%, per Suez il 46%, per Bab al-Mandab il 44%.
Geopolitica, dazi, domanda volatile e interruzioni logistiche spingono le imprese italiane a rafforzare la pianificazione della filiera. Ma il monitoraggio dei rischi resta ancora in gran parte reattivo e l’Intelligenza Artificiale fatica a trasformarsi da sperimentazione in applicazione operativa. È quanto emerge dalla ricerca 2026 dell’Osservatorio Supply Chain Planning del Politecnico di Milano, condotta su 75 aziende manifatturiere. Il 96% monitora i rischi della filiera, ma solo il 20% lo fa in modo continuo e sistematico. Tra le principali preoccupazioni figurano instabilità geopolitica e dazi (65%), volatilità della domanda (57%) e interruzioni logistiche (49%). Per fronteggiare l’incertezza, otto imprese su dieci puntano a rafforzare simulazioni e analisi di scenario. Le strategie più diffuse sono la ricerca di fornitori alternativi (62%), la diversificazione delle fonti di approvvigionamento (59%), la revisione delle scorte (54%) e una maggiore flessibilità produttiva (45%). Restano invece limitati gli interventi strutturali sulla configurazione delle filiere. Sul fronte AI, il 47% delle aziende ha avviato valutazioni o sperimentazioni, ma solo il 25% dispone di almeno un’applicazione a regime. Le tecnologie sono ritenute adeguate dall’86% delle imprese, mentre il principale ostacolo è la carenza di competenze interne.

La pensione federale svizzera percepita da un soggetto residente in Italia, che abbia anche la cittadinanza svizzera oltre a quella italiana, è imponibile soltanto in Svizzera se deriva da un precedente impiego pubblico presso l’amministrazione federale elvetica. Lo ha stabilito l’interpello n. 177/2026 dell’Agenzia delle entrate, chiarendo che la doppia cittadinanza non impedisce l’applicazione dell’articolo 19 della Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Svizzera
Sono in 8 milioni, il 19 per cento dei contribuenti. Dichiarano 35mila euro di reddito all’anno, circa 2 mila euro netti al mese. Sono loro a pagare il 65 per cento di tutta l’Irpef, l’Imposta sui Redditi delle persone fisiche, che se ne va tutta nei costi del welfare, ossia nella spesa per sanità e assistenza. Meriterebbero almeno una medaglia o un’onorificenza; non quella di cavaliere, dato che sono loro a caricarsi sulla groppa il conto dei 24,8 milioni gli italiani che non dichiarano redditi. Un conto salatissimo. Come rilevato dall’ultimo Osservatorio di Itinerari Previdenziali, presentato al Cnel in occasione dell’80° anniversario Cida, l’associazione degli alti dirigenti della Pubblica amministrazione. Nel 2024 sono occorsi 138,33 miliardi per la spesa sanitaria, 180,5 per l’assistenza sociale e altri 13,5 per il welfare degli enti locali. Tutte le imposte dirette (Irpef, Ires, Irap, Isost e addizionali territoriali), sono confluite in queste tre voci, per un totale di 325,27 miliardi. E non sono bastate. Ne hanno discusso Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, Stefano Cuzzilla, presidente di Cida e il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo.
Un milione e mezzo di euro l’anno per il welfare dei dipendenti Inps. A pagarli, indirettamente, saranno imprese e i datori di lavoro attraverso le sanzioni civili. Lo prevede il decreto (lavoro ed economia) pubblicato sul sito del ministero del lavoro (rep. 139/2026) che, in attuazione della Manovra 2025, dall’anno 2025 destina il 20% delle sanzioni civili al potenziamento della capacità amministrativa dell’Inps e, per una quota fino a 1,5 milioni, alle misure di welfare aziendale a favore dei dipendenti dell’istituto di previdenza. La novità deriva, in particolare, dall’art. 1, comma 150, della legge n. 207/2024 (la Manovra 2025). La norma stabilisce, infatti, che una quota delle sanzioni civili riscosse in via definitiva nell’anno precedente a quello di riferimento venga impiegata per due specifiche finalità
Finanziamenti più semplici e sicuri per i pensionati. Richieste, gestione ed estinzione, infatti, sono ora svolte esclusivamente online, attraverso canali telematici dedicati. Inoltre, a maggior tutela dei pensionati, l’identità può essere verificata con modalità flessibili ed evolute e, cioè, oltre al classico documento di riconoscimento è richiesta la conferma con il codice Otp inviato dall’Inps. Le novità sono contenute nel nuovo schema di convenzione dell’Inps per i prestiti accordati con la cessione del quinto della pensione, adottato con deliberazione del Consiglio di amministrazione n. 55/2026, illustrato nel messaggio n. 2308/2026, con validità triennale dal 1° maggio 2026 al 30 aprile 2029. La «cessione del quinto della pensione» è il prestito che i pensionati possono ottenere da una banca o intermediario finanziario, da rimborsare mediante addebito mensile e automatico sulla pensione effettuato da Inps. L’addebito non può superare un quinto dell’importo mensile della pensione. L’occasione della nuova convenzione ha suggerito un approfondimento di tutta la disciplina
Il convegno “Previdenza, lavoro e futuro: le sfide del Veneto” il 18 settembre ha riunito a San Polo di Piave, istituzioni, professionisti e mondo accademico attorno a un tema che riguarda da vicino il futuro del Paese. L’iniziativa, promossa dal Consiglio regionale Ancl del Veneto in collaborazione con l’Unione provinciale di Treviso, ha visto i saluti istituzionali di Giulia Spinacè, presidente provinciale di Treviso, Marco Degan, presidente regionale Ancl Veneto, ed Enrico Vannicola, presidente nazionale Ancl, che ha poi chiuso i lavori nel pomeriggio. Silvia Manzati, vice presidente nazionale Ancl, ha curato l’aggiornamento sui servizi e le tutele fornite dall’associazione. A moderare le due tavole rotonde è stato Francesco Lombardo, direttore del Centro studi nazionale Ancl. Dal confronto è emerso un quadro chiaro nelle sue direttrici principali: il futuro della sostenibilità previdenziale passa dalla crescita occupazionale di donne e giovani, le categorie che oggi rischiano di pagare il prezzo più alto in termini di continuità contributiva e, di conseguenza, di adeguatezza delle prestazioni future. Un dato che non va letto come un allarme, ma come un’indicazione di lavoro precisa: investire su occupazione femminile e giovanile significa investire sulla tenuta del sistema nel suo complesso. Questa necessità trova conferma nell’intervento del legislatore, che individua tali categorie di destinatari tra i principali beneficiari delle agevolazioni contributive
E’ legittimo il risarcimento dell’impresa aggiudicataria nel caso di un provvedimento di revoca dell’aggiudicazione, a sua volta legittimo, se l’impresa ha sostenuto spese e se l’impossibilità di stipula del contratto dipende dalla stazione appaltante. Lo ha affermato il Tar Campania, sezione prima, con la sentenza 11/9/2026, n. 5163. Era accaduto che la stazione appaltante aveva revocato l’aggiudicazione ad un’impresa
in ragione del definanziamento dell’intervento da parte del MIT, imputabile peraltro al Comune che non aveva ottenuto la disponibilità dell’area al momento della data di scadenza dell’avviso pubblico di gara: il venir meno della copertura finanziaria rendeva impossibile la realizzazione dell’opera. L’impresa ha impugnato prudenzialmente il provvedimento eccependo che la revoca per definanziamento era stata necessitata unicamente dalla carenza, in capo al comune, della titolarità dell’area deputata a oggetto dei lavori e chiedeva il risarcimento del danno per responsabilità precontrattuale. I giudici respingono la richiesta di annullamento del provvedimento perchè la revoca era stata disposta per la
sola e dirimente causa del definanziamento dell’opera, dinanzi al quale ogni ulteriore considerazione si mostra ultronea; in sostanza il comune non avrebbe potuto far altro che revocare l’aggiudicazione

Nel febbraio 2026 Fabio Molesini, allora presidente di Fideuram, è stato vittima di una sofisticata frode basata su impersonificazione digitale e intelligenza artificiale. Convinto di ricevere istruzioni via WhatsApp dal ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina e, successivamente, una telefonata dall’avvocato Paolo Nastasi di A&O Shearman Italia — entrambi del tutto estranei ai fatti — Molesini ha autorizzato una serie di bonifici per circa 95 milioni di euro, destinati soprattutto a conti in Cina e Hong Kong, nell’ambito di una presunta operazione finanziaria urgente. L’allarme attivato da Fideuram ha consentito di recuperare oltre 40 milioni in Cina e di bloccare ulteriori 13 milioni in Portogallo, grazie alla cooperazione giudiziaria internazionale coordinata anche con Eurojust. Restano tuttavia da rintracciare almeno 36 milioni di euro, che sarebbero stati convertiti in criptovalute. Molesini, non indagato né coinvolto in azioni dell’istituto, si è dimesso il 12 marzo 2026 per ragioni personali.
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