Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

logo_mf

Quasi 700 clienti di Revolut sono stati coinvolti in una violazione dei dati che ha portato la fintech a consegnare per errore a cybercriminali, che si spacciavano per funzionari governativi italiani, informazioni come i dati dei passaporti, i numeri dei conti bancari e gli indirizzi di casa. Il gruppo dei pagamenti ha contattato 680 persone che, secondo una prima indagine, ritiene siano state coinvolte nella truffa. Revolut ha trascorso il fine settimana cercando di rispondere rapidamente alla violazione, avvenuta dopo che un hacker ha utilizzato un vero indirizzo email governativo di cui era entrato in possesso per inviare una richiesta fraudolenta di informazioni private su alcuni clienti. A riportare la notizia è stato il Financial Times.
Se c’è una cosa che le aziende hanno imparato dalla successione di shock economici degli ultimi anni è che nessuna supply chain è al sicuro: dai semiconduttori ai container marittimi, fino agli alimenti e ai fertilizzanti, quasi tutti gli input critici sono stati coinvolti in una crisi geopolitica o in un’altra. Ora il focus è su petrolio e gas. «Senza un accordo di pace duraturo in Medio Oriente, è improbabile che i flussi tornino alla normalità e tutto dipende quindi dai delicati negoziati tra Stati Uniti e Iran», osserva Ludovic Subran, chief investment officer e capo economista di Allianz, e senior Fellow presso Harvard University. «Qualsiasi episodio di volatilità provoca un aumento dei prezzi e può persino interrompere nuovamente le forniture», aggiunge, segnalando un indicatore particolarmente significativo da guardare in questo periodo per comprendere quali siano le aziende e i settori più o meno resistenti allo shock. «Si tratta del cash conversion cycle», dice. «Un numero che misura il tempo necessario affinché un’azienda trasformi quanto spende per le proprie attività operative in ricavi derivanti dalle vendite. Più questo valore è basso, meglio è. Attualmente si attesta a 67 giorni di fatturato», sottolinea Subran. Un livello che, secondo quanto emerge da uno studio di Allianz Trade, è pari a tre giorni in più rispetto alla media degli ultimi dieci anni ed è vicino al picco di 68 giorni registrato nel 2023.
Circa 10 mila miliardi di euro di risparmio in Europa sono fermi in contanti e depositi bancari a basso rendimento. Le famiglie accumulano cifre ingenti ma un terzo dell’ammontare totale è nei conti correnti e in cash, rispetto all’11% negli Usa, secondo quanto emerge da un’analisi della Bce. L’80% dei privati nell’Eurozona non ha azioni né altri strumenti finanziari di mercato. Queste percentuali sono «importanti» secondo gli economisti Bce perché «i risparmi delle famiglie investiti nei mercati dei capitali possono svolgere un ruolo fondamentale nel finanziamento dell’innovazione, della produttività e della crescita a lungo termine, contribuendo a colmare il divario di investimento evidenziato nel rapporto Draghi». La partecipazione ai mercati dei capitali «può inoltre aiutare le famiglie a ottenere rendimenti più elevati nel lungo periodo». Il divario Usa-Ue è ampio soprattutto per i più abbienti. All’interno del 20% delle famiglie più ricche degli Stati Uniti, oltre il 65% ha azioni quotate, bond o fondi, rispetto a meno del 45% nell’area euro. Peraltro, come ha osservato nei giorni scorsi la presidente Bce Christine Lagarde, una parte significativa della quota azionaria Ue è investita nelle Big Tech Usa (per 440 miliardi) favorendo il boom dell’AI oltreoceano.
Gli italiani hanno accumulato una ricchezza finanziaria netta di 5.400 miliardi di euro, ma una parte ancora troppo consistente resta parcheggiata in forma liquida. È questa una delle contraddizioni più evidenti che emergono dall’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026, realizzata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi, ricerca condotta su un campione di 1.800 capifamiglia titolari di un conto corrente. Nel 2026 il 56% degli intervistati dichiara di essere riuscito a risparmiare, valore solo leggermente inferiore rispetto ai massimi del 2025 (58%), accantonando in media l’11,9% del reddito disponibile, percentuale pressoché stabile dalla pandemia e anche questa su livelli record. Risparmiare è considerato indispensabile dal 28% del campione, uno dei dati più elevati della serie storica. La motivazione principale resta la precauzione: il 40% mette da parte denaro soprattutto per affrontare imprevisti. Pensione e casa seguono con il 19%, mentre l’11% indica i figli. Cresce però, seppure partendo da una quota ancora contenuta, la componente destinata esplicitamente all’investimento, salita al 6%. «Inizia a esserci una consapevolezza del fatto che il denaro non deve restare fermo, questo anche grazie ai buoni rendimenti dei mercati negli ultimi tre anni e alla diffusione di strumenti come i piani di accumulo», ha spiegato Giuseppe Russo, direttore del Centro Einaudi. Il problema è che la capacità di accantonamento delle famiglie italiane non si traduce in una partecipazione ai mercati finanziari. Nel 2023, secondo l’Indagine, il 68% della ricchezza finanziaria era detenuto in conto corrente; nel 2026 questa quota scende verso il 50%, grazie a una maggiore presenza di obbligazioni e strumenti remunerati, ma resta ancora alta rispetto al 30% del 2006 prima delle varie crisi che poi hanno caratterizzato i due decenni successivi. È un passo nella direzione giusta, ma significa anche che una quota enorme del patrimonio continua a non essere investita in modo efficiente nel lungo periodo. La prudenza, del resto, è diventata una vera e propria cifra culturale. L’indicatore di avversione al rischio raggiunge nel 2026 quota 33,6, contro 20,5 nel 2025 e appena 8,1 nel 2017. Inflazione, guerre, tensioni geopolitiche e volatilità dei mercati hanno lasciato una cicatrice profonda, soprattutto tra i giovani.
L’eventuale cessazione della partnership con il Monte dei Paschi di Siena in Italia avrebbe un impatto inferiore al 2% sugli utili di Axa in Europa nel settore Vita e Salute e darebbe diritto a un risarcimento finanziario che rifletta il valore equo della joint venture. A dichiararlo sono stati i vertici del gruppo assicurativo francese in occasione della presentazione del nuovo piano strategico 2027-2029. È ancora «prematuro» parlare del futuro della joint venture con Mps, che scade a ottobre 2027, ed è «difficile prevedere» come si evolverà la situazione in Italia con il risiko bancario in corso «ma il gruppo Axa è intenzionato a discutere la questione nei prossimi mesi, restando aperto a tutte le soluzioni», ha detto il ceo Thomas Buberl. Più volte, in passato, si era parlato di una put da 1 miliardo legata alla jv e ieri il cfo di Axa, Alban de Mailly Nesle, ha precisato che nei prospetti informativi pubblicati da Mps «è chiaramente indicato che il valore equo non sarebbe solo rappresentato dal valore intrinseco ma anche da quello delle attività future». Tornando al piano strategico, il gruppo Axa ha alzato l’asticella dei propri target finanziari, promettendo agli azionisti un tasso di crescita medio annuo composto dell’utile per azione (eps) tra il 7% e il 9% e un rendimento del capitale proprio (roe) compreso tra il 15% e il 17% per il periodo 2027-2029.
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato ieri un procedimento istruttorio in relazione all’operazione di concentrazione con cui Intesa Sanpaolo intende acquisire il controllo esclusivo di Banca Monte dei Paschi di Siena tramite un’offerta pubblica di acquisto e scambio promossa l’8 giugno scorso.

Aliquote differenziate per imprese italiane ed europee. Importi fissi per agenti, broker e altri intermediari. Lo stabilisce il Ministero dell’Economia e delle Finanze con due decreti del 2 settembre pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale n. 213 del 14 settembre con i quali viene disciplinata la contribuzione destinata a finanziare la vigilanza assicurativa. Per le imprese di assicurazione e riassicurazione il riferimento è l’articolo 335 del decreto legislativo 209/2005 – noto come Codice delle assicurazioni private – che impone il pagamento di un contributo destinato alla copertura degli oneri della vigilanza e delle spese connesse ai sistemi di risoluzione stragiudiziale delle controversie. Il MEF stabilisce per il 2026 un’aliquota pari allo 0,49 per mille dei premi incassati nel 2025 per le imprese con sede legale in Italia e per le sedi secondarie delle imprese extracomunitarie stabilite nel territorio nazionale. Per le imprese europee operanti in Italia in regime di stabilimento o di libera prestazione di servizi l’aliquota scende invece allo 0,12 per mille dei premi raccolti in Italia nel 2025. La base imponibile non coincide, tuttavia, con l’intero ammontare dei premi. Ai fini della determinazione del contributo, infatti, i premi del 2025 devono essere depurati degli oneri di gestione, fissati nella misura del 4,50 per cento. Sono inoltre escluse dal pagamento le imprese europee di riassicurazione pura operanti in Italia in regime di stabilimento e iscritte nell’elenco III in appendice all’albo delle imprese. Il MEF per le imprese europee operanti attraverso una stabile organizzazione in Italia prevede che il contributo di vigilanza venga corrisposto dalla rappresentanza italiana sulla base dei premi raccolti nel territorio nazionale. In caso di libera prestazione di servizi, invece, il versamento grava sulla casa madre, con riferimento alla raccolta complessivamente realizzata in Italia.
Il professionista che ha presentato in ritardo le pratiche edilizie e ha reso impossibile al committente rispettare le scadenze per accedere al Superbonus risponde oggi della perdita dell’agevolazione, anche se l’incarico non prevedeva espressamente il conseguimento del beneficio fiscale. Il danno risarcibile, però, non coincide automaticamente con l’intero importo del bonus perduto, ma con la differenza tra l’agevolazione che il proprietario avrebbe ottenuto e quella, ridotta, di cui può ancora beneficiare. È quanto stabilito dal Tribunale di Rovigo con la sentenza n. 492/2026, pubblicata il 2 settembre 2026, in una controversia sulla responsabilità professionale di un geometra incaricato delle pratiche relative alla ristrutturazione di un’abitazione
Il rapporto tra le Pmi italiane e l’Intelligenza artificiale è a doppia velocità. C’è chi va incontro all’IA con passo timoroso e chi, invece, con lo stacco da centometrista. Secondo la decima edizione annuale del Hiscox Cyber Readiness Report, il pericolo che le piccole e medie imprese italiane temono di più è quello legato ai «rischi sistemici di sicurezza introdotti dall’Intelligenza artificiale». Il 44% dei decision maker delle Pmi italiane posiziona le minacce alla sicurezza legate all’IA tra le prime tre preoccupazioni aziendali, superando la media europea del 35%.Ma la sirena dell’IA tenta sempre di più il sistema produttivo italiano al punto che è adottata da una impresa su cinque.

corsera

Il cda di Banco Bpm ieri ha proseguito gli approfondimenti tecnici sull’offerta pubblica di scambio lanciata da Mps ad agosto. Lo si apprende da fonti finanziarie, che sottolineano inoltre come buona parte dei lavori del board si sia concentrata su adempimenti di compliance. Quanto alla messa a punto della risposta ufficiale con le valutazioni del cda in merito all’Ops, lasciando la sede di Piazza Meda un consigliere ha sottolineato a Radiocor che «per quello c’è ancora tempo». Tra i vertici di Piazza Meda non si nasconde una certa perplessità mista a irritazione nei confronti di Monte Paschi, visto il cambio di strategia: un lungo tentennamento da parte di Siena dopo che il Banco aveva fatto la prima mossa per un matrimonio tra uguali a giugno e poi un’improvvisa offerta di scambio che non valorizza l’ex popolare milanese. Al cui interno si preferisce ragionare su una combinazione con il business italiano di Crédit Agricole, socio forte e di maggioranza relativa con il suo 29,3%.

Repubblica_logo

Il governo sembra intenzionato a introdurre dalla prossima legge di bilancio un libretto previdenziale per ogni nuovo nato con una dote di mille euro da far fruttare fino alla pensione. Ne ha parlato il Presidente dell’Inps, Gabriele Fava, al meeting di Rimini, e la proposta è stata caldeggiata dalla ministra del Lavoro, Marina Calderone, in occasione di un question time alla Camera. Nelle intenzioni del governo il “libretto di risparmio previdenziale” dovrebbe inoltre essere gestito direttamente dall’Inps. Un’idea che sulla carta semplifica: un ente unico, zero burocrazia. Nella pratica, è una pessima idea che contraddice lo spirito della dote. L’Inps gestisce la previdenza pubblica a ripartizione: i contributi di chi lavora oggi pagano le pensioni di chi è già a riposo. L’Inps non sa gestire i patrimoni, si limita a raccogliere i contributi e a destinarli al pagamento delle pensioni. Se dovesse assumere personale qualificato per ovviare a questo problema, i costi amministrativi di gestione del fondo sarebbero molto alti. Ce lo testimonia l‘esperienza di FondINPS, il fondo creato per raccogliere il tfr relativo alle adesioni tacite dei lavoratori dipendenti del settore privato in assenza di un fondo contrattuale di riferimento. I costi amministrativi del fondo schiacciavano i rendimenti dato che l’Inps ha dovuto rivolgersi a società esterne per gestirlo. Si è quindi deciso di chiuderlo dopo che la Covip aveva riscontrato le sue “crescenti difficoltà a  mantenere condizioni di efficienza operativa”. Ma c’è una ragione forse ancora più rilevante per non dare la dote in gestione all’Inps. Mentre i
fondi pensione sono soggetti a regolamentazione e vigilanza da parte di un’Autorità Indipendente, la Covip, l’Inps è sottoposto alla vigilanza politica dei Ministeri del Lavoro e dell’Economia. Presumibile perciò che le scelte circa la governance del fondo siano eminentemente di natura politica, così come avviene nelle nomine per il Consiglio di Amministrazione dell’istituto. Un ente sottoposto a pressioni di bilancio e cicli elettorali è il posto peggiore dove parcheggiare il risparmio di un neonato che dovrà maturare per sessant’anni. Come nel caso di Enasarco, Enpam e Cassa Forense (guarda caso anch’esse, come tutte le casse professionali, prive di regolamentazione degli investimenti), la tentazione di
usare quei fondi per operazioni rischiosissime ai confini tra politica ed economia, come la costruzione di un terzo polo bancario, può essere fortissima. Oppure si finirebbe utilizzare la dote come cuscinetto contabile per le casse dell’Inps.

La ricchezza delle famiglie italiane cresce meno del resto dell’Eurozona, perché i redditi sono aumentati meno che negli altri Paesi europei, ed è stato intaccato il risparmio, aggravando le disuguaglianze. I guadagni degli investimenti finanziari sono concentrati nelle fasce più ricche, con il 5% delle famiglie che detiene oltre la metà della ricchezza netta complessiva, mentre il 50% meno abbiente ne possiede appena il 7,3%. L’Osservatorio della Fondazione Fiba di First Cisl sulla ricchezza delle famiglie presentato ieri a Roma, evidenzia come la crescita della ricchezza netta delle famiglie italiane è più bassa delle principali economie europee. A fine 2025 l’ammontare della ricchezza netta è di 11.333 miliardi di euro, contro i 19.867 della Germania, i 14.054 della Francia e gli 8.484 della Spagna. La ricchezza netta dell’area euro ha raggiunto nel 2025 i 68.521 miliardi di euro. Rispetto al 2015 l’incremento italiano è stato del 22,8%, a fronte dell’87,3% della Germania, del 42% della Francia e del 56,6% della Spagna. Il risultato è che il peso della ricchezza delle famiglie italiane sul totale dell’area dell’euro è calato dal 21,7% al 16,5%. In particolare, dal 2015 la crescita totale dell’Italia, pari a 2.107 miliardi, è stata determinata per il 45% circa (937 miliardi) da azioni non quotate e da altri titoli di capitale (+ 102,7%) detenuti per la quasi totalità (98,3%) dal decile delle famiglie più abbienti. La crescita, peraltro, è stata fortemente concentrata nel secondo quinquennio (dal 2020 al 2025).
Si dice benessere organizzativo, corporate wellbeing e, spesso, però, si dice tutto e niente. Per dare concretezza a un tema emerso con sempre più forza negli ultimi anni, soprattutto durante e dopo la pandemia, la domanda da porsi è se il tema si può inquadrare in una prospettiva di relazioni industriali, perché solo così gli si può dare una sua riconoscibilità nei piani di welfare. Il presidente di Adapt, Francesco Seghezzi, spiega che «tanti accordi nascono solo per gestire aspetti fiscali del welfare. Così facendo però non si ottiene l’effetto di attirare e trattenere i talenti in azienda, quando, in realtà, come ci dicono i numeri, c’è urgenza di fare vere e proprie politiche di benessere organizzativo per dare anche un significato alto al lavoro». Per capire a che punto sono le aziende, Adapt, in collaborazione con Marsh Jointly ha ricostruito ciò che viene contrattato quando si parla di welfare e corporate wellbeing che, pur facendo parte, a parole, delle strategie organizzative contemporanee, tuttavia faticano ad entrare nella negoziazione. Analizzando 1.321 contratti aziendali sottoscritti in Italia tra il 2022 e il 2024, presenti nella banca dati Farecontrattazione di Adapt, sono state individuate diverse buone pratiche che possono essere considerate a tutti gli effetti come prime prove: il salto, culturale, però deve ancora arrivare. Il corporate wellbeing rappresenta un’evoluzione del welfare aziendale e integrativo che deriva dall’assunzione del benessere organizzativo come obiettivo dell’impresa nella costruzione di politiche per le risorse umane. La prima conseguenza tangibile di questa scelta è la creazione di una governance che valorizzi la dimensione professionale e personale dei dipendenti. Sul totale delle 1.321 intese il 47%, quindi quasi una su due, contiene almeno un elemento di welfare.
World Tennis e Generali hanno annunciato la firma di una partnership globale pluriennale che vedrà la compagnia assicurativa diventare presenting partner della Coppa Davis. L’intesa «garantirà al brand Generali un’ampia esposizione verso l’audience globale della competizione, grazie ai diritti di integrazione nelle trasmissioni televisive internazionali, alla significativa presenza all’interno delle arene e all’importante visibilità sulle pareti di fondo campo in occasione di tutti gli eventi della Coppa Davis.

In futuro, Allianz assicurerà in Europa la flotta di veicoli autonomi di Waymo, l’operatore statunitense di robotaxi. Inoltre, le due aziende intendono sviluppare un sistema integrato che comprenda soluzioni assicurative, di gestione dei sinistri e di ricerca sulla sicurezza. È quanto hanno concordato la controllata di Allianz, Allianz Partners, e Waymo nell’ambito di una partnership strategica, come ha appreso in anteprima il quotidiano Handelsblatt. Già ad agosto Waymo aveva annunciato la propria espansione in Germania. A Monaco di Baviera sono previsti a breve i primi test di guida. Verso la fine del 2027 Waymo intende rendere il servizio di trasporto accessibile al pubblico. Successivamente, il modello sarà esteso ad altri mercati europei. «Il nuovo mondo della guida autonoma è inarrestabile. Noi di Allianz vogliamo assolutamente farne parte», ha dichiarato Tomas Kunzmann, membro del consiglio di amministrazione di Allianz Partners, al quotidiano «Handelsblatt». La collaborazione tra Waymo e Allianz riguarda l’Europa ed è inizialmente prevista per una durata di tre anni. Il gruppo non fornisce cifre concrete sulla collaborazione prevista.