Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

 

Si chiude con una raccolta pari a 5,7 miliardi di euro, di cui 5 attribuibili ai soli fondi aperti, il mese di luglio del risparmio gestito italiano secondo quanto calcolato da Assogestioni, l’associazione di rappresentanza dell’industria guidata da Maria Luisa Gota (Eurizon). In totale nei sette mesi le associate hanno raccolto 17 miliardi: 27,3 con le gestioni collettive (fondi aperti e chiusi), mentre le gestioni di portafoglio, zavorrate dalla componente istituzionale, sono in rosso per 10,3 miliardi. Nel corso del mese gli investitori hanno premiato in particolare due categorie di fondi. Da una parte gli azionari con 1,4 miliardi, che confermano il loro ottimo stato di salute superando ancora una volta i comparti a reddito fisso, che hanno invece registrato 514 milioni di afflussi. Ma da inizio anno gli obbligazionari vincono ancora: 4,4 contro 3,8 miliardi. Dall’altra parte i comparti flessibili, quelli cioè in cui il gestore non è vincolato da un benchmark: a luglio questa categoria ha raccolto 1,6 miliardi (circa 2 da inizio anno).
Mentre il governo azzera il bollo auto dal 2027 per le utilitarie, la vera partita patrimoniale delle famiglie italiane si sposta dai garage ai passaggi generazionali. Se l’esenzione sui veicoli a bassa potenza offre un piccolo sollievo fiscale immediato, i nodi strutturali del benessere economico privato si giocano su ben altre grandezze. Le famiglie italiane detengono oltre 12 mila miliardi di euro di ricchezza, di cui 5.400 in liquidità e strumenti finanziari (al netto dei debiti) e il resto in immobili. E una quota crescente di questo patrimonio è concentrata nelle generazioni più anziane. È la fotografia più aggiornata della Banca d’Italia, riferita a fine 2025, che rende ancora più evidente la portata della grande staffetta patrimoniale che l’Italia si prepara ad affrontare nei prossimi 20 anni. Il secondo elemento da considerare è demografico. Nel 2025 in Italia si sono registrati circa 650 mila decessi. Sulla base delle proiezioni Istat, il numero salirà a circa 700 mila nel 2030, per raggiungere un picco di oltre 860 mila tra una trentina d’anni.  Nei prossimi dieci la redistribuzione di ricchezze tramite il passaggio intergenerazionale è stimata dal centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali in circa 1.800 miliardi: 180 miliardi l’anno. Si tratta di grandezze che comprendono beni mobili e immobili e attività finanziarie. Non rappresentano quindi soltanto la liquidità che finirà sui conti dei beneficiari. Il patrimonio immobiliare rappresenta probabilmente il capitolo più rilevante. In Italia ci sono oltre 35,5 milioni di abitazioni. Di queste, 26 milioni sono occupate da residenti, mentre circa 9,5 milioni risultano non occupate o occupate da non residenti.
La strategia di wealth planning e i relativi effetti fiscali variano sensibilmente in funzione della composizione del patrimonio: immobili, investimenti finanziari, aziende e partecipazioni richiedono strumenti differenti. Il punto di partenza è rappresentato dalla successione, testamentaria o legittima. Il trasferimento della ricchezza avviene secondo le regole previste dalla legge e nel rispetto delle quote riservate ai legittimari. Un’alternativa frequentemente utilizzata è la donazione, che consente di anticipare il passaggio generazionale e di accompagnarlo nel tempo. In particolare, la donazione della sola nuda proprietà permette di trasferire gli asset agli eredi mantenendone il godimento tramite il diritto di usufrutto. Sia la successione sia la donazione beneficiano oggi di un regime fiscale particolarmente favorevole: per coniuge e discendenti l’imposta si applica con aliquota del 4% sulla parte eccedente la franchigia di un milione di euro per ciascun beneficiario.
Il 44,3% del patrimonio degli italiani è rappresentato da case per un valore di 5.661 miliardi, secondo i dati Istat e della Banca d’Italia relativi al 2024 elaborati da Bper. Quasi la metà di questa ricchezza immobiliare, ossia 2.720 miliardi, è nelle mani di persone oltre i 70 anni (il 28% della popolazione). I prossimi anni saranno quindi interessati da una staffetta patrimoniale tra generazioni senza precedenti. Al contempo però l’aumentare dell’età media rende l’immobile una potenziale fonte di reddito integrativo alla pensione. Il modo per anticipare la successione ereditaria a quando il proprietario di casa è ancora in vita esiste ed è la donazione. Uno strumento fino a oggi utilizzato con cautela in Italia a causa della possibilità per gli eredi insoddisfatti di rifarsi sull’immobile donato anche quando ceduto a terzi. Il meccanismo congelava la circolazione degli immobili e la concessione di mutui da parte delle banche. La riforma entrata pienamente in vigore il 18 giugno però ha eliminato tale dinamica privilegiando l’interesse del terzo acquirente e dando agli eredi insoddisfatti la possibilità di aggredire il patrimonio di chi ha ricevuto in donazione e poi venduto l’immobile, ma senza potersi rifare su questo. Nel 2025, secondo i dati del Notariato, sono stati donati 122.618 fabbricati in piena proprietà e 35.343 in nuda proprietà. Secondo un recente studio di Intesa Sanpaolo e del Centro Luigi Einaudi, il 66% degli italiani considera l’immobiliare un investimento sicuro. Più nel dettaglio, il 23,5% degli intervistati vede nell’investimento nel mattone un capitale riutilizzabile da anziani per avere una rendita, mentre per il 39,8% la possibilità di lasciare la casa ai figli è una delle ragioni principali per compiere questo tipo di investimento. Una quota in calo rispetto agli anni passati: nel 2020 era il 57,8% a puntare sulla casa come lascito ereditario.
Secondo una recente indagine Deloitte condotta su dati Aida (2026), tra le oltre 42 mila aziende con più di 10 milioni di euro di fatturato, sono state individuate 2.895 aziende aventi un principale proprietario – titolare di oltre il 50% del capitale – che oggi ha più di 65 anni. Di queste, 1.930 hanno un erede già presente nell’azionariato (stesso cognome, con meno di 50 anni), mentre 965 risultano senza eredi. L’analisi peraltro sottostima il fenomeno, perché non intercetta la presenza di fiduciarie o altre entità legali che agiscono per conto della famiglia proprietaria, e neppure la presenza di parenti con diverso cognome. Ampliando la ricerca al Global Ultimate Owner (Guo) – il vero proprietario finale dell’azienda, indipendentemente da quanti livelli di holding si frappongono tra lui e l’azienda operativa – si identificano 3.399 aziende con un Guo persona fisica over-65 con una quota di proprietà superiore al 50%. Emergono così due dimensioni critiche interconnesse: il passaggio generazionale investe principalmente le pmi, mentre l’invecchiamento della proprietà – circa il 39% degli azionisti ha superato 75 anni – trasforma il fenomeno in un’urgenza immediata dei prossimi 5-10 anni. Peraltro, una nostra analisi più granulare condotta a livello di singola azienda (sempre su dati da fonte Aida), con particolare attenzione alle imprese di dimensione large (oltre 300 milioni di fatturato), upper mid (150-300 milioni), mid (75-150 milioni) e lower mid (30-75 milioni), mette in luce diverse situazioni di potenziale crisi del posizionamento competitivo, spesso con evidenti riflessi anche sul piano finanziario.
Gli agenti di Generali aderenti all’Associazione nazionale agenti e imprenditori assicurativi (Anagina), guidati dal presidente Davide Nicolao, sono pronti a cogliere le opportunità che potranno arrivare dallo sviluppo dell’attività bancaria nelle proprie agenzie. Hanno iniziato, già da un po’, a offrire i conti correnti di Banca Generali ai propri assicurati. «Pensiamo che questo sia solo un primo passo», dice Nicolao a MF-Milano Finanza, arrivando a immaginare corner finanziari che potrebbero essere aperti nelle agenzie aderenti ad Anagina «per servire i nostri clienti, spesso imprenditori, anche nella gestione dei propri patrimoni». Il dialogo con Banca Generali per sviluppare nuove partnership è aperto, aggiunge, e guardando al risiko bancario in atto, che vede Generali contesa tra più fronti bancari, non esclude che ulteriori sinergie potranno nascere, in questo senso, anche con nuovi eventuali azionisti del Leone. L’occasione per tracciare la rotta è stata la 97ª assemblea dell’Associazione, che con oltre 12mila persone tra agenti e collaboratori e circa 4,5 miliardi l’anno di premi intermediati gestisce circa 23 miliardi di patrimoni, circa il 40% del portafoglio di Generali Italia. Evento organizzato quest’anno a Bologna dove gli agenti Anagina hanno anche confermato concretamente la propria fiducia nella crescita di Generali: sono arrivati ad investire nel Leone 90 milioni di euro, con una partecipazione complessiva salita a 2 milioni di azioni
Dopo una pre-istruttoria durata quasi tre mesi, l’istruttoria dell’Antitrust sui potenziali effetti sul mercato finanziario dell’opas di Intesa Sanpaolo su Mps è partita il 14 settembre. L’esame potrà durare fino a 90 giorni, anche se fonti qualificate si aspettano un ok entro novembre. Sarà probabilmente l’ultimo step prima del deposito del prospetto in Consob che potrebbe avvenire a inizio dicembre, con partenza dell’offerta a stretto giro (autorizzazione entro cinque giorni lavorativi). Nelle 40 pagine della delibera dell’authority presieduta da Saverio Valentino i tecnici mettono a fuoco i potenziali fattori di rischio per i livelli di concorrenza in Italia, anche al netto della cessione a Unipol di una parte delle filiali Mps. La disamina si concentrerà sui mercati in cui la quota del nuovo gruppo supererà il 25%. Un valore che di per sè non rappresenta un divieto. Anzi, la superbanca potrebbe anche avere più di questa soglia senza che le nozze vengano vietate o facciano scattare dei remedies. Il mercato però deve rimanere sufficientemente competitivo. Ed è qui che, con l’aiuto dell’indice Herfindahl-Hirschman (Hhi), l’Antitrust ha affinato le analisi andando a misurare se la concentrazione ridurrà anche la concorrenza. Ma già a leggere il dossier si trova la strada per superare gli ostacoli.
Il salvadanaio previdenziale per i nuovi nati potrebbe vedere la luce nella legge di Bilancio che il governo italiano sta preparando. Per questo fioccano le proposte degli operatori coinvolti. I fondi pensione vorrebbero prendesse la forma di uno degli strumenti già presenti nel sistema italiano della previdenza complementare (fondi negoziali, aperti e polizze individuali pensionistiche). Mentre l’Inps punta a trattenere le risorse al suo interno. In mezzo stanno le istanze degli asset manager; non tanto gli italiani ma soprattutto quelli esteri specializzati in Etf, perché proprio questi strumenti low cost e con diversificazione sui mercati azionari possono rappresentare una soluzione che permette di avere un’esposizione a basso costo sulle borse internazionali. Un’asset allocation che si sposa bene con i portafogli previdenziali di chi, come un bebè appunto, ha un orizzonte di lunghissimo periodo
È stato pubblicato il decreto interministeriale del 4 settembre del ministero lavoro e ministero dell’economia con cui viene ufficializzato il nuovo Tfr3. Con questo modulo, che come viene anticipato verrà successivamente digitalizzato, i lavoratori dipendenti del settore privato assunti dal 1° luglio 2026, ad eccezione dei lavoratori domestici, potranno formalizzare le scelte sulla destinazione del proprio trattamento di fine rapporto alla luce delle novità introdotte dalla Legge di bilancio 2026. Il riferimento è in particolare al nuovo meccanismo delle adesioni automatiche ai fondi pensione che ha sostituito il precedente silenzio assenso. Va ricordato che nella fase iniziale, dal 1° luglio ad ora, era possibile utilizzare un draft provvisorio di modello pubblicato dal ministero del lavoro sul proprio sito. Il lavoratore ha dal 1° luglio un termine di 60 giorni dalla data di assunzione (e non più sei mesi come nel vecchio meccanismo di silenzio assenso) per esprimere una scelta esplicita sulla destinazione del proprio tfr. Se non si esprime entro questo lasso di tempo scatta l’adesione automatica con il versamento al fondo pensione del contributo del datore di lavoro nella misura fissata dalla contrattazione collettiva, del trattamento di fine rapporto e anche del contributo del lavoratore.
La scuola pubblica inaugura la stagione del welfare sanitario affidandosi alla sanità privata. Il ministero dell’Istruzione ha reso operativo il piano di erogazione di polizze sanitarie dedicato a oltre 1,2 milioni di lavoratori. Docenti, dirigenti scolastici, educatori, personale amministrativo, tecnico e ausiliare nonché dipendenti del ministero hanno tempo fino al 20 settembre per aderire gratuitamente alla polizza. Il servizio è erogato da UniSalute in coassicurazione con Poste Assicura e Intesa Sanpaolo Protezione, attraverso la convenzione Consip dedicata al personale scolastico. Ma la misura non è a costo zero. Per lo Stato lo stanziamento complessivo è di 320 milioni di euro per il quadriennio 2026-2029. La dotazione iniziale era di 65 milioni l’anno, per 260 milioni totali, ma poi è stata aumentata di 60 milioni per consentire l’estensione della copertura anche al personale precario. A coprire le risorse ci ha pensato la Ragioneria dello Stato: 250 milioni sono nuovi stanziamenti messe a disposizione del Tesoro e 70 milioni arrivano dalle economie del ministero. Di fatto fondi pubblici utilizzati per finanziare una copertura assicurativa integrativa che strizza l’occhio ai privati. Il meccanismo è quello della sanità integrativa: lo Stato non costruisce una nuova offerta sanitaria né rafforza l’attuale, bensì acquista per i propri dipendenti una protezione aggiuntiva rispetto a quella garantita dal Ssn.
Francesco Gaetano Caltagirone mette un piede anche nel capitale di Unipol. Nel portafoglio della Caltagirone spa sono comparse nel primo semestre dell’anno 500 mila azioni della compagnia bolognese, una partecipazione che al 30 giugno valeva poco più di 12 milioni di euro. Rapportato alle oltre 717 milioni di azioni che compongono il capitale di Unipol, il pacchetto corrisponde a circa lo 0,07%
  • I plus di Cnp Risparmio Duo 5.0
Cnp Risparmio Duo 5.0 è un prodotto assicurativo rivalutabile collegato a due gestioni separate. Si tratta di una polizza a vita intera, dove la durata del contratto coincide con la vita dell’assicurato, fatto salvo il disinvestimento totale della polizza. Il contratto, di riflesso, si estingue automaticamente in caso di decesso dell’assicurato e CNP Vita Assicura non ha il diritto di recederne unilateralmente. Cnp Risparmio Duo 5.0 prevede l’investimento del premio unico pagato in una opzione di investimento, rappresentata per il 50% dalla gestione separata Gefin e per il 50% dalla gestione separata CNP Spinnaker. Il premio unico minimo è pari a 10 mila euro, quello massimo pari a 15 milioni di euro; è possibile effettuare versamenti aggiuntivi che vengono investiti in ciascuna gestione separata, in proporzione all’ammontare del capitale maturato nella gestione stessa alla data di pagamento del versamento aggiuntivo. Entrambe le gestioni separate promuovono caratteristiche ambientali e/o
sociali e investono prevalentemente in obbligazioni di emittenti sia governativi che del settore privato denominate in euro e si pongono l’obiettivo di ottenere un rendimento finanziario superiore a quello delle obbligazioni con scadenza a medio termine.

La polemica sulla presunta cancellazione della clausola di salvaguardia sul Tfr è rientrata in ventiquattro ore: l’art. 376 del dlgs 117/2026 abroga la vecchia disposizione, ma l’art. 21, comma 11, del nuovo Testo unico delle imposte sui redditi la riproduce, con effetto dal 1° gennaio 2027. Il paracadute resta. Il problema, però, non è mai stato la vigenza della norma: è la sua applicazione. E su quel terreno l’Agenzia delle entrate continua a perdere. Il datore di lavoro, come sostituto d’imposta, liquida il Tfr applicando l’art. 17, comma 1, del Tuir e la clausola dell’art. 1, comma 9, della legge 296/2006: se più favorevoli, si applicano le aliquote e gli scaglioni vigenti al 31 dicembre 2006. A distanza di anni l’ufficio ri-liquida ai sensi dell’art. 19, comma 1, del Tuir con l’aliquota media del quinquennio precedente e iscrive a ruolo la differenza, senza alcun confronto con il regime del 2006. Il contribuente paga per evitare sanzioni, chiede il rimborso, incassa il silenzio rifiuto, ricorre. E vince.

corsera

Torna sul tavolo del cda del Montepaschi il progetto di Luigi Lovaglio, che giovedì prossimo presenterà ai consiglieri i cardini industriali dell’eventuale integrazione con Banco Bpm e Banca Generali. La condizione per la riuscita del progetto è che l’assemblea straordinaria del Monte del 29 ottobre — non ancora convocata — dia il via libera alle operazioni. Esito tutt’altro che scontato. Ma intanto il faro del mercato si è puntato sulle indiscrezioni rilanciate dal «Sole 24 Ore», secondo cui Montepaschi e Generali avrebbero siglato un accordo di riservatezza per lo scambio di informazioni riservate in vista della possibile sostituzione di Axa con la compagnia triestina quale partner di bancassicurazione di Mps, alla scadenza dell’attuale joint venture con i francesi nell’ottobre 2027. La firma di un accordo di riservatezza sarebbe un primo passo per tutelare la confidenzialità di eventuali scambi futuri di dati. Un flusso che, se prenderà avvio, dovrà vedere il coinvolgimento tempestivo del comitato parti correlate, visto che Mps è il principale azionista di Generali (con il 13,2%) e che la banca toscana ha annunciato un’offerta pubblica di acquisto non sollecitata su Banca Generali, controllata dalla compagnia triestina. Il parere del comitato parti correlate di Trieste sarà vincolante affinché lo scambio avvenga nel miglior interesse della società. Ma andrebbero chiariti gli eventuali contenuti di un accordo tra Siena e Trieste sulla bancassurance per evitare asimmetrie di trattamento tra gli azionisti di Banca Generali. Il board della compagnia potrebbe continuare gli approfondimenti in una riunione in calendario per il 30 settembre.

Sono otto gli italiani i cui dati sono stati forniti dalla fintech Revolut ai presunti hacker di “I Am Not A Villain”. In tutto, il databreach ha coinvolto 680 utenti, dopo la sospetta compromissione di una Pec riferibile al ministero Interno-prefettura di Reggio Calabria. A fornire i numeri alla Camera è stata la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro, rispondendo a un’interpellanza urgente della deputata di Azione Giulia Pastorella. «L’Acn ha aggiunto che il 15 settembre Revolut ha confermato il databreach, precisando di aver fornito i dati di 680 clienti, di cui soltanto 8 italiani, e di aver altresì avvisato i clienti coinvolti. Nello specifico, la società segnalava la compromissione di un indirizzo di posta elettronica certificata riferibile alla prefettura di Reggio Calabria».

Il tam tam riecheggia da anni e cresce costantemente: le pensioni del primo pilastro in futuro saranno sempre più risicate e la previdenza complementare è diventata una via obbligata per integrare le disponibilità future. La novità introdotta a partire dal primo luglio scorso va esattamente in questa direzione e segnala, se ce ne fosse stato bisogno, di quanto il tema sia caldo. Da quasi tre mesi infatti è in vigore la disposizione che prevede l’introduzione dell’adesione automatica al fondo pensione per i nuovi assunti nel settore privato. Ma non è mai troppo tardi per affrontare questo tema così delicato e anche gli over 50, che fino a oggi si sono disinteressati, possono prendere un ultimo treno in vista del pensionamento. Plus24, attraverso Consultique, ha realizzato una serie di simulazioni per capire come possono muoversi coloro che nel 2027 compiranno 50 e 55 anni, ovvero i nati nel 1977 e nel 1972. Un focus dedicato a chi lavora oramai da anni ma ha solo il Tfr e non ha mai pensato alle soluzioni di previdenza integrativa. Una strategia per gli anni che mancano alla pensione (tra 9 e 18 anni) con un’ipotesi di rendimento annuo intorno al 3 per cento. Partendo da un’ipotesi iniziale di uno stipendio lordo di 32mila euro, ovvero la fascia alta della media italiana (circa 1.800 euro netti mensili) si osserva subito che sia in caso di pensionamento anticipato a 64 anni che in caso di pensionamento di vecchiaia la pensione sarà magra rispetto all’ultimo stipendio: è il cosiddetto tasso di sostituzione netto che passa da un livello superiore all’80% per la pensione di vecchiaia, scivolando verso il 70% in caso di pensione anticipata a 64 anni. E quest’ultimo è sicuramente il caso più complesso da gestire. Se nel frattempo un lavoratore ha anche accumulato una sua quota di Tfr questo è sicuramente di grande aiuto e va ad integrare la simulazione.
La pensione si avvicina ma manca la rendita di scorta? Chi non ha ancora optato con decisione per la previdenza complementare, versando l’intero Tfr al fondo pensione, potrebbe valutare l’ipotesi di puntare sul booster del Tfr accumulato e detenuto presso il proprio datore di lavoro. E non si tratta di bruscolini visto che secondo gli ultimi dati Covip dall’avvio della riforma del 2007 quasi 250 miliardi di Tfr (oltre il 5o% del totale) sono rimasti in azienda. Questo tesoretto potrebbe essere destinato a una forma di previdenza complementare (con un occhio attento ai costi e all’efficienza degli strumenti ) in modo da pagare meno tasse al momento dell’incasso della liquidazione. La tassazione del Tfr maturato dopo il 2007 (soprattutto per i redditi medio alti) è molto più elevata rispetto a quella della previdenza complementare: si parla di aliquote che possono andare dal 23% al 43%, contro il 15% (che può scendere fino al 9%) delle prestazioni finali erogate da fondi pensione e Pip.
Versare il Tfr al fondo pensione ha la sua convenienza fiscale in particolare per i redditi medio alti. Il trattamento di fine rapporto prevede un meccanismo di tassazione separata (operata in due tempi) che sostanzialmente si basa sull’aliquota media Irpef del lavoratore riferita ai cinque anni precedenti. Parliamo quindi di aliquote che per il Tfr trattenuto in azienda (o confluito al fondo di Tesoreria Inps) possono andare dal 23% a oltre il 33% per redditi superiori agli 80mila euro ( 35% oltre i 100mila), contro la tassazione delle prestazioni riferite a montanti accantonati dal 2007 di un fondo pensione che vanno dal 15% al 9%: l’aliquota si riduce dello 0,3% per ogni anno di permanenza oltre il quindicesimo. «Un vantaggio che si aggiunge alla possibilità di beneficiare del contributo del datore di lavoro, a fronte di un contributo minimo del lavoratore in aggiunta alla destinazione del Tfr maturando – spiega Francesco Lomartire, head of South Europe di State Street IM–. A questo si somma la deducibilità fiscale dei contributi stessi, la cui soglia è stata di recente innalzata a 5.300 euro annui». Eppure, secondo i dati Covip, nel 2025 circa la metà dei 32,5 miliardi di euro di Tfr dei lavoratori è rimasta in azienda (16,4 miliardi), il 30% (6,5 miliardi) è confluito al Fondo di Tesoreria Inps (per le imprese sopra i 50 dipendenti) e solo il 20% (pari a 6,5 miliardi ) è stato versato nei fondi pensione. Le cose potrebbero cambiare con la nuova riforma che dal 1° luglio 2026 prevede, per i nuovi assunti nel settore privato, che il Tfr vada automaticamente al fondo pensione di categoria, salvo opposizione entro 60 giorni.
Agosto rallenta la corsa dei Piani individuali di risparmio (Pir), ma non cambia il segno del 2026. Nell’ultimo mese estivo i Pir hanno raccolto 152,7 milioni di euro, in calo rispetto ai 205,3 milioni di luglio e ai 222,2 milioni di giugno. La flessione mensile è di circa il 29%, ma il dato resta positivo e porta il saldo complessivo dei primi otto mesi dell’anno a 1,63 miliardi di euro. Il 2026 si conferma, quindi, un anno di ripresa per questi prodotti. Dopo i 239,2 milioni raccolti a gennaio, il picco era stato raggiunto a febbraio con 345,1 milioni. A marzo erano arrivati altri 214,7 milioni, mentre aprile e maggio avevano segnato un rallentamento, rispettivamente a 125,5 e 133,2 milioni. Giugno e luglio avevano poi riportato i flussi sopra quota 200 milioni, prima della nuova frenata di agosto.
Le famiglie dell’area euro detengono l’80% della ricchezza fuori da azioni e bond, in pratica non sono investiti. Il dato per certi versi sorprendenti emerge da un’analisi condotta dalla Bce. L’istituto di Francoforte sottolinea che questa dinamica è esattamente l’opposto di quanto avviene negli Usa. Risparmi che non vengono investiti nei mercati finanziari rappresentano una potenzialità inespressa per lo sviluppo del Vecchio Continente. In Europa vengono individuati quattro tipi di famiglie: i possidenti immobiliari, i detentori di depositi, i detentori di strumenti previdenziali e gli investitori sui mercati. Quest’ultima categoria è rappresenta da coloro che detengono una quota significativa dei risparmi in azioni, bond o fondi: si tratta di appena il 4% delle famiglie
C’è interesse per le polizze Vita, ma una persona su quattro non arriva alla firma del contratto e non percepisce il valore reale della copertura. Inoltre, nonostante vi sia apertura verso l’intelligenza artificiale generativa, si preferisce ancora il fattore umano. I dati emergono dal World Life Insurance Report 2027, il termometro di riferimento per il settore assicurativo realizzato congiuntamente dal Capgemini Research Institute e da Limra che Plus24 è in grado di anticipare. Nel dettaglio il 47% dei consumatori sta valutando l’acquisto di una polizza vita, ma oltre il 40% di questi si sente disorientato, incerto o poco convinto delle informazioni che ha ricevuto. Il report, che ha coinvolto oltre 6.100 consumatori in tutto il mondo, evidenzia come questo fenomeno riguardi in particolare le fasce più giovani. Sebbene il 54% dei soggetti tra i 18 e i 40 anni prenda in considerazione l’acquisto di un’assicurazione sulla vita, questa fascia di popolazione risulta anche maggiormente incline ad abbandonare il processo. Colpa i particolare del linguaggio eccessivamente tecnico (37%), dei timori relativi alla sostenibilità economica (35%) e della percezione di una scarsa rilevanza rispetto alla propria fase della vita (25%)
Un mercato Auto ancora troppo centrale per gli agenti assicurativi italiani che hanno un legame sempre più forte con il gruppo assicurativo mandante. Il tutto in uno scenario dove la categoria invecchia e il ricambio generazionle è sempre più difficile, con il 50% circa delle agenzie che rischia di non avere un successore. Sono queste le evidenze principali della Survey “Modelli operativi e redditività dell’agenzia” presentata da Alberto Floreani, direttore del Centro di ricerca Enterprise risk lab presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e da Paolo Gatelli, senior research manager di Cetif durante il Convegno organizzato dal Sindacato Nazionale Agenti (Sna) che si è tenuto il 16 settembre nell’ateneo milanese dal titolo “Il futuro delle agenzie di assicurazione: da intermediario a imprenditore assicurativo”. Ma il dato più rilevante che emerge è che manca il ricambio generazionale. «Oltre la metà degli agenti ha più di 55 anni, solo il 30%-40% delle agenzie vede una qualche forma di continuità familiare se si considerano anche i figli che lavorano in agenzia ma non sono titolari – fa notare Gatelli -. Circa il 45% di chi intraprende la professione lascia entro i primi cinque anni e circa il 40%-50% delle agenzie italiane rischia di non avere un successore»
Storicamente Fondoposte ha offerto due comparti di investimento, Garantito e Bilanciato, ai lavoratori del Gruppo Poste Italiane. Da giugno 2025, l’offerta è stata ampliata con l’introduzione delle linee Monetario e Crescita. Dal punto di vista dei costi, Fondoposte si conferma competitivo rispetto ai fondi pensione aperti e ai Pip, con livelli commissionali nettamente inferiori. Le performance dei comparti con maggiore anzianità riflettono il rispettivo profilo di rischio: negli ultimi 5 anni il Bilanciato ha registrato una crescita cumulata di circa l’8,8%, superiore a quella del comparto Garantito che si attesta al 4,2%
Il premio della unit linked Global Solution di Crédit Agricole Vita può essere allocato, con alcune limitazioni, verso diverse soluzioni di investimento suddivise tra 5 fondi interni assicurativi e 24 fondi esterni. Le limitazioni riguardano la suddivisione dell’investimento che deve essere minimo di 250 euro per fondo e un limite dei fondi esterni che non può mai superare il 50% dell’investimento totale. Le prestazioni sono collegate al valore dei fondi sottostanti e c’è una garanzia sui premi versati in caso di decesso a entro i 75 anni. In caso di decesso dell’assicurato ai beneficiari è riconosciuto un importo pari alla somma tra: se l’età è inferiore a 75 anni al maggiore valore tra il capitale maturato e i versamenti effettuati, al netto dei disinvestimenti; mentre se l’età è superiore o uguale a 75 è riconosciuto il capitale maggiorato dell’1%. Sono previste anche maggiorazioni.