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Fideiussioni bancarie punto e capo, grazie alla pronuncia della Corte di Cassazione a Sezioni unite (sentenza del 28 agosto 2026, n. 24825). La storia delle garanzie fideiussorie prestate dal cliente della banca su moduli e modelli della banca stessa, per garantire le proprie obbligazioni verso l’istituto di credito, trova infatti il suo framework di specificazione (si veda la tabella in pagina). Per la verità l’applicazione non è così semplice, perché come spesso accade in tema bancario anche la giurisprudenza tende a essere evolutiva. Con la sentenza n. 24825/2026 gli Ermellini segnano, in ogni caso, un passaggio di particolare rilievo nel contenzioso in materia di fideiussioni bancarie conformi, in tutto o in parte, allo schema Abi. Schema che era stato censurato dalla Banca d’Italia con il provvedimento n. 55/2005. Da ora in avanti è chiaro che la riproduzione delle clausole dello schema dell’Associazione bancaria italiana non è da sola sufficiente a determinare la nullità della fideiussione. Attenzione però, perché neppure il provvedimento di Bankitalia perde ogni rilievo quando la garanzia sia specifica o sia stata stipulata fuori dal perimetro temporale dell’istruttoria, compreso tra ottobre 2002 e maggio 2005. Le Sezioni unite riportano così il contenzioso entro una logica probatoria concreta: il nesso tra contratto “a valle” e intesa anticoncorrenziale deve essere accertato dal giudice di merito, mentre il provvedimento del 2005, al di fuori del proprio perimetro temporale e oggettivo, costituisce un elemento di prova significativo ma non autosufficiente. La sentenza 24825/2026, inoltre, entra nel merito del disposto dell’art. 1957 c.c. che stabilisce l’estensione temporale della garanzia (anche dopo la scadenza) alle obbligazioni garantite e chiarisce, poi, che se presente nel testo della fideiussione, non si verifica automaticamente una nullità della clausola “a prima richiesta”, poiché una tempestiva intimazione anche stragiudiziale al garante è comunque idonea a evitare la decadenza.
Dopo la sentenza delle Sezioni unite dalla Corte di Cassazione n. 24825 del 28 agosto scorso, la nullità delle fideiussioni omnibus predisposte secondo il modello standard dovrà essere esaminata in funzione della applicabilità del provvedimento Banca d’Italia n. 55/2005 e del perimetro temporale del loro utilizzo. Il giudice, infatti, dovrà accertare se vi sia stata un’intesa anticoncorrenziale che ha portato a riprodurre le clausole dello schema Abi. Spetta, così, ai tribunali eseguire una ricognizione sostanziale del mercato, della modulistica, della diffusione delle clausole e della loro riferibilità a un coordinamento anticoncorrenziale. In definitiva, la pronuncia sposta il baricentro della lite su un’indagine concreta: prova dell’intesa, prova del nesso funzionale, interpretazione complessiva del contratto, verifica della tempestività dell’istanza al garante. Le fideiussioni omnibus. Ciò da cui occorre partire è innanzitutto il perimetro temporale dell’istruttoria compreso tra ottobre 2002 e maggio 2005, e quello oggettivo, riferito allo schema tipo di fideiussione omnibus. In particolare, la sentenza afferma che, nel caso di fideiussione specifica riproduttiva delle clausole Abi, stipulata prima o dopo il periodo oggetto dell’istruttoria, il giudice di merito deve accertare la rispondenza del modello negoziale a un’intesa o pratica concordata restrittiva della concorrenza. Il provvedimento n. 55/2005 costituisce, in tale accertamento, un elemento di prova, ma da solo non sufficiente, previa verifica della sua portata temporale e oggettiva.
Oltre 156 illeciti al giorno lungo le coste della Penisola ovvero sei e mezzo ogni ora. Tra inquinamento, abusivismo edilizio, violazioni del codice della navigazione e pesca illegale, il 2025 si è chiuso con 20.490 reati accertati. Un numero in calo del 20,4% rispetto al 2024, a cui si aggiungono 36.322 illeciti amministrativi (-10,3%), per un totale complessivo di 56.812 violazioni. Il dato, in prima battuta, potrebbe apparire positivo, vista la contrazione rispetto agli anni precedenti. Ma la realtà nasconde una spiegazione molto dura, come evidenziato da Legambiente nell’ultimo report “Mare Monstrum” elaborato sulla scorta dei dati forniti delle forze dell’ordine e delle capitanerie di porto di 15 regioni e 61 province costiere. A pesare sui numeri del 2025, infatti, non è stato il calo degli illeciti quanto piuttosto la flessione dell’attività ispettiva. I controlli effettuati nel 2025 si sono infatti fermati a quota 750.828, in calo del 19,8% rispetto all’anno precedente. Una flessione quasi speculare rispetto a quella dei reati, che suggerisce come la riduzione della criminalità ambientale sia, almeno in parte, un artefatto statistico legato a una minore capacità di intercettazione piuttosto che a un’effettiva bonifica del fenomeno. Come rilevato dallo stesso presidente di Legambiente, Stefano Ciafani: «I numeri di Mare Monstrum 2026 fotografano solo la punta dell’iceberg: la quota d’illegalità sommersa continua a minacciare gravemente gli ecosistemi marini. Se nel 2025 si è registrato un calo dei reati, questo è dovuto sia all’efficacia preventiva delle nuove pene ambientali sia a una contrazione dei controlli sul territorio». Un’affermazione che introduce un secondo fattore esplicativo, ovvero quello relativo all’inasprimento sanzionatorio in materia ambientale che, secondo Legambiente, sta iniziando a produrre un effetto deterrente reale anche se ancora non quantificabile con precisione. Lo scorso anno, infatti, stando ai dati elaborati dagli analisti, le persone denunciate sono state 21.726 (-19,2%), gli arresti sono calati del 31,1% fermandosi a quota 93 mentre i sequestri sono diminuiti del 19,9% a 3.267. E cosa dire delle sanzioni amministrative? Il loro numero si è fermato a 37.680, il 6,6% in meno rispetto al 2024 per un valore complessivo di 191,2 milioni di euro, in flessione marcata (- 58,1%) se confrontate con i dati di un anno prima. Un crollo del valore sanzionatorio ben più ampio di quello del numero di sanzioni, a indicare come le violazioni intercettate nell’ultimo anno siano state mediamente meno gravi o comunque meno onerose in termini di importo unitario
Il fai-da-te non va più di moda. Almeno nella gestione del risparmio degli italiani. Di fronte alle oscillazioni dei mercati finanziari e alle complesse congiunture macroeconomiche, la ricchezza delle famiglie ha trovato un ancoraggio solido nell’industria del risparmio gestito. A tal punto che il patrimonio affidato a banche, società di gestione del risparmio (sgr) e società di intermediazione mobiliare (sim) ha superato di slancio la soglia dei mille miliardi di euro: per la precisione 1.083,4 miliardi alla fine del 2025, rispetto ai 901,9 miliardi del 2022. Un balzo in avanti di ben 181,5 miliardi, pari al 20,1% in appena tre anni. Trend che non sembra scalfito nemmeno dalla lieve flessione registrata nei primi sei mesi del 2026, con il patrimonio in gestione arretrato di 10 miliardi a 1.073,2 miliardi (-0,9% rispetto a dicembre), ampiamente al di sopra della soglia psicologica dei mille miliardi. La fotografia è stata scattata dal centro studi di Unimpresa sui dati della Banca d’Italia secondo cui la crescita rispetto al 2022 è stata accompagnata da una significativa trasformazione nella distribuzione delle masse tra gli intermediari. Sgr piglia (quasi) tutto. Al di là della crescita complessiva delle masse, lo studio di Unimpresa ha messo in luce una profonda trasformazione nella distribuzione del mercato tra gli intermediari. Il fenomeno più marcato riguarda il comparto bancario, che ha registrato una forte accelerazione nell’attività di gestione
E’ la parte soccombente che deve rifondere a quella vittoriosa le spese processuali sostenute, anche quelle relative al consulente tecnico di parte e ciò indipendentemente dal fatto che abbia (o meno) già provveduto al pagamento della parcella: è quanto si legge nell’ordinanza n. 24699 del 18 agosto scorso. Per le Sezioni Unite della Corte di Cassazione la nomina di un consulente di parte nel corso del processo fa presumere de facto che la parte abbia assunto l’obbligazione di remunerarlo, pertanto la relativa spesa, in quanto rientrante nelle spese di lite, «va liquidata ex officio a prescindere dall’avvenuta dimostrazione del relativo esborso, salvo che l’altra parte dimostri che la prestazione sia avvenuta a titolo gratuito o il debito sia altrimenti estinto»
- Gig economy, in arrivo le nuove regole per i lavoratori delle piattaforme digitali. Tutele per tutti
Non tutti quelli che operano con piattaforme digitali sono lavoratori delle piattaforme. Infatti, c’è la «persona» che svolge attività tramite piattaforme e c’è il «lavoratore» delle piattaforme: due soggetti, distinti e separati. Proprio questa distinzione è il principio da cui si sviluppa la nuova disciplina sulle condizioni di lavoro tramite piattaforme digitali, approvata dal consiglio dei ministri prima della pausa estiva, in attuazione alla direttiva Ue 2024/2831. «Persona che svolge attività tramite piattaforme» è una definizione ampia che comprende sia chi lavora in autonomia e sia chi lavora da dipendente. «Lavoratore delle piattaforme», invece, è una definizione che comprende solo la persona che svolge attività in virtù di un rapporto di lavoro subordinato (il dipendente, insomma). Tra queste due figure si sviluppa tutto il nuovo che la riforma disciplina: algoritmi, organizzazione del lavoro, controlli, trasparenza, sicurezza e, soprattutto, il modo concreto in cui il lavoro stesso è svolto.

Ballare, ballano. Saltare, saltano. Correre, corrono più veloci di Usain Bolt. Solo che poi — chi non ha visto le Olimpiadi cinesi di categoria? — si schiantano al muro, cascano, prendono fuoco e vengono portati via in barella. E quindi: a cosa servono, in un mondo già pieno di automazione, questi robot umanoidi? Ecco la domanda da miliardi di dollari. I 5mila miliardi che, stima Morgan Stanley, varrà il mercato nel 2050, con un miliardo di esemplari venduti. Le decine di miliardi che già oggi, soprattutto in Cina, piovono su Unitree e gli altri produttori. «È il grande momento dei robot», ha sancito Time, mettendo in copertina il fondatore Wang Xingxing e il suo colosso GD01, freschi di quotazione record. Varie aziende dell’auto cominciano a sperimentarli nelle fabbriche. Ci si inizia a chiedere, allarmati, come saranno i rapporti con i colleghi Sapiens, specie in caso di sciopero. Utopie di un’umanità liberata dal lavoro si alternano a distopici Blade Runner. Ma le domande chiave all’incrocio di tecnologia ed economia — dove nasce l’innovazione — una risposta chiara ancora non ce l’hanno. Quando? Per fare cosa? Il miliardo di robot di cui parla anche Musk, lui entro dieci anni, chi lo comprerà? Nei primi sei mesi di quest’anno ne sono stati venduti, più modestamente, 22mila, per lo più a fini di ricerca
Tutto cominciò con la costruzione delle auto e degli elettrodomestici. Oggi i robot fanno di tutto. Stanno diventando uomini veri e propri? «Non credo. Stanno diventando macchine capaci di svolgere un numero crescente di attività che un tempo consideravamo esclusivamente umane: percepire, interpretare, decidere, muoversi, interagire», risponde Alec Ross, tecnocrate e analista dei nodi culturali, economici e sociali della transizione uomo-macchina, con un’attenzione speciale per l’Italia dove insegna alla Bologna Business School. «La trasformazione decisiva arriva quando robotica, IA, apprendimento automatico e dati convergono. La destinazione non è necessariamente la sostituzione dell’uomo, ma una convivenza sempre più stretta fra uomo e macchina». Il prossimo passaggio: «Il passaggio dal robot industriale, confinato in fabbrica e programmato per compiti ripetitivi, al robot intelligente inserito nella vita quotidiana: sanità, assistenza, trasporti, logistica, agricoltura, difesa. I robot non faranno solo meglio ciò che facciamo noi: faranno cose che noi non possiamo fare, entrando nel corpo umano, restituendo mobilità, lavorando in ambienti pericolosi». «L’Italia è più forte nella robotica di quanto la sua posizione nel software o nell’IA farebbe pensare. È il secondo mercato europeo per robot industriali dopo la Germania con oltre 100.000 robot in funzione. Il punto di forza non è produrre milioni di robot standardizzati, ma combinare meccanica, elettronica, sensori, software e conoscenza dei processi industriali per far funzionare le macchine nel mondo reale. La nuova frontiera del “Physical AI” potrebbe essere particolarmente favorevole all’Italia perché valorizza proprio queste competenze»
Nessuno ancora parla delle criticità per il mercato che avrebbe il “terzo polo” da 70 miliardi pensato dai banchieri senesi, che creerebbe una ragnatela di partecipazioni, governance e rapporti industriali sull’asse Mps-Banco Bpm-Banca Generali. Né sono noti, per ora, eventuali rimedi preventivi. Ma la questione certo emergerà dal 10 settembre, data entro cui la banca notificherà – nei tempi di legge – a Bce, Antitrust e governo gli incartamenti delle due Ops per le relative autorizzazioni. Uno sguardo ragionato agli assetti dentro e attorno al nuovo terzo polo dà un’idea dei problemi. In caso di adesioni al 100% alle due Ops di Lovaglio, e senza altri correttivi, il primo azionista al 10,7% sarebbe Crédit Agricole, banca rivale francese interessata a distribuire i suoi fondi a marchio Amundi, concorrenti ai fondi Anima che porterebbe in dote Banco Bpm. Poi Delfin e Caltagirone, soci finanziari di Generali con mire storiche sul suo vertice (e su quello di Mps). Quindi la stessa Generali, che “scambiando” il 50,1% di BancaGenerali andrebbe al 5,8% del Monte, con tutto l’interesse a distribuire le sue polizze Vita sui 2.600 sportelli del terzo polo, e malgrado la futura controllata senese Bpm Vita faccia lo stesso mestiere. Ma anche l’assetto della compagnia di Trieste uscirebbe cambiato, perché alla futura Mps resterebbe l’8,8% del Leone, quota da primo socio “industriale”, un soffio dietro Delfin. Tra l’altro, i pacchetti incrociati tra Siena e Trieste potrebbero indurre l’Antitrust a congelare al 3% i diritti di voto del Leone in Mps; anche se c’è pronto un parere dello studio Erede, che sostiene che tale vincolo non rilevi, perché la quota in Mps è frutto di un’operazione straordinaria. Nell’azionariato Generali Lovaglio appaierebbe Unicredit, che non nasconde le mire sul Leone. Ma anche senza far nulla, la banca di Andrea Orcel da anni vende sempre più
polizze Vita proprie, ha internalizzato il business e ha chiesto alla Bce lo status di “conglomerata finanziaria”, in arrivo e che darà benefici di capitale (il Danish compromise) in caso di partecipazioni assicurative.
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Il risiko bancario entra nel vivo. Lo fa giovedì prossimo, 10 settembre, con l’assemblea dei soci di Intesa Sanpaolo, il cui esito è ampiamente scontato. L’architettura societaria che sostiene la prima banca italiana non presenta increspature, né il progetto di Opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) presentato dall’amministratore delegato Carlo Messina delinea criticità per i soci. Si tratta di crescere, tendenza sempre gradita sui mercati, per di più senza mettere mano al portafoglio. Nessuno tra le fondazioni azioniste, ma neppure tra i fondi internazionali che partecipano il capitale, ha motivo di opporsi a un progetto che porterà a Ca’ de Sass il 13 per cento delle Assicurazioni Generali, quarto gruppo assicurativo operante nell’Europa continentale, uno dei rari marchi della finanza italiana riconosciuto all’estero. Quella quota del capitale del Leone custodita oggi in Mediobanca, società controllata da Mps, porterà Intesa, che è già azionista a Trieste, a superare il 16 per cento del totale delle azioni, diventando ampiamente il socio numero 1. L’operazione configura delle potenziali criticità sul fronte della concorrenza, probabilmente sul fronte degli sportelli bancari, quasi certamente nel mercato delle polizze Vita, dove Intesa, con Intesa Sanpaolo Assicurazioni, diventerà il primo azionista del suo primo concorrente. Sono dettagli importanti, ma che si possono aggiustare in un secondo momento. Alcune correzioni sono già state prospettate dal fronte acquirente: la caratterizzazione «di Siena» sembra destinata a restare attaccata alla dicitura «Monte dei Paschi» e palazzo Salimbeni, sede del Monte, potrebbe continuare a essere quartier generale della banca, rinviando un noioso futuro da museo. Dettagli da definire, si vedrà.
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