Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali
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Linee guida sull’Intelligenza Artificiale in corso d’opera. Le disposizioni europee ed italiane in materia di IA, a partire dal regolamento Ue n. 2024/1689 (AI act) sono di elevata complessità e necessitano di spiegazioni ufficiali a tappeto su tutti gli adempimenti. Questa è la constatazione oggettiva che sta alla base di un incessante lavorio in atto sia nelle stanze degli organismi politici e tecnici dell’Unione europea sia negli uffici delle autorità italiane e che è lontano dal concludersi. In particolare, gli operatori economici e le pubbliche amministrazioni sono in attesa delle indicazioni di soft law a proposito dei sistemi di IA utilizzati nei settori ad alto rischio. Anche in Italia, l’Agid, Agenzia per l’Italia digitale, una delle principali autorità per l’IA, è impegnata nella stesura di alcuni documenti di orientamento destinati formalmente alle pubbliche amministrazioni, ma che saranno la fonte di raccomandazioni e suggerimenti utili anche al mondo delle imprese e delle professioni.
Norme sull’IA (intelligenza artificiale) ad applicazione progressiva (si è partiti nell’agosto del 2024 e si arriverà fino al dicembre del 2030). Ma già adesso bisogna stare attenti alla privacy. A proposito del calendario dell’AI act bisogna, dunque, fare attenzione alle date di “efficacia” di norme, che sono entrate in vigore il 1°agosto 2024, ma la cui concreta operatività è cadenzata nel tempo. Il programma di attuazione degli adempimenti previsti dal regolamento UE sull’IA è partito il 2 febbraio 2025, con le disposizioni sulle pratiche di IA vietate, tranne quelle relative alle IA di nudificazione (partono il 2 dicembre 2026).
Poker di tutele contro i deepfake: due strade amministrative (tramite il Gdpr e l’AI act), una civile (articolata in inibitorie e risarcimenti) e una penale (c’è anche un reato ad hoc). Sono strumenti che possono anche cumularsi tra loro, ma che in ogni caso viaggiano in parallelo, anche se tutti sono indirizzati verso lo stesso traguardo: minimizzare i pericoli della circolazione di contenuti falsi sul conto di una persona. Sapere quali armi si ha a disposizione per difendersi da questi pericoli tecnologici, tra l’altro, è diventato indispensabile. In effetti, oramai, i deepfake non rappresentano più soltanto una curiosità o un fenomeno di nicchia riservato a super esperti, anzi sono accessibili a chiunque, grazie a piattaforme che permettono di generare in pochi attimi contenuti manipolati. E, per di più, c’è un altro fattore di preoccupazione: in rete si trova qualcosa (una foto, un video su un social) su chiunque e anche una minima traccia digitale può diventare materiale sufficiente per generare un deepfake credibile
La normativa sull’IA (intelligenza artificiale) è come la tela di Penelope: sono passati più di cinque anni dalla presentazione della proposta, elaborata dalla Commissione UE, di quello che sarebbe diventato il regolamento UE n. 2024/1689 (AI act), ma la disciplina dell’Unione Europea e le leggi italiane, per quanto riempiano già volumi e volumi, non sono ancora definite nella loro interezza e, soprattutto, non sono a regime quanto all’applicazione delle regole. E questo anche per settori di cruciale importanza come i settori ad alto rischio. In effetti, l’AI act ha subito profonde modifiche ad opera del regolamento UE n. 2026/1744, entrato in vigore il 27 luglio 2026, ma non è certo l’ultimo atto: altri numerosi interventi di diversa natura (compresi codici di condotta, linee guida, ecc.) sono preannunciati e, comunque, attesi. In questo quadro complicato, occorre avere contezza delle tappe di progressiva applicazione dei vari istituti, raccogliere le idee sugli adempimenti già operativi e cercare di tener dietro alla valanga di atti, legislativi e attuativi, che viene costantemente scaricata su imprese, PA e professionisti. Per aiutare a trovare la bussola, di seguito verranno sviluppati i seguenti argomenti. Innanzi tutto, si propone il calendario dell’applicazione delle norme dell’AI Act, con uno sguardo a ciò che è efficace e a ciò che lo diventerà. Anche tale distinzione, peraltro, rischia di essere molto approssimativa, poiché la superfetazione normativa crea doppioni di istituti sotto diverse etichette e, quindi, ciò che non è efficace per l’AI Act è efficace se valutato con altre normative, prima tra tutte il Gdpr (regolamento UE sulla privacy n. 2016/679) o se analizzato con norme di principio, in cui si possono far rientrare anche gli adempimenti formalmente “rinviati” dell’AI Act (ad esempio, la sorveglianza umana).
Prevenire le difficoltà nel rimborso dei prestiti da parte dei consumatori con una più rigorosa valutazione del merito creditizio bancario, operare con maggiore responsabilità e trasparenza contrattuale e precontrattuale da parte degli istituti di credito per evitare il sovraindebitamento dei soggetti finanziati, tutelare i consumatori in difficoltà (ad esempio con il preavviso obbligatorio per segnalazioni negative in Centrale rischi). Sono queste alcune delle nuove regole contenute nella riforma del credito al consumo di cui al decreto 9 luglio 2026 del Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio (in Gazzetta ufficiale n. 189 del 17 agosto 2026), che adegua le disposizioni attuative preesistenti (del decreto 3 febbraio 2011) alle nuove soglie e tutele introdotte dal dlgs 212/2025 attuativo della direttiva Ue 2023/2225 (CCD2)
L’Europa torna a strizzare l’occhio al denaro contante. Lasciata alle spalle la crociata al cash a favore della corsa ai pagamenti digitali alimentata dall’onda lunga della pandemia, la propensione delle piccole e medie imprese europee a limitare banconote e monete presso i propri punti vendita fisici ha segnato una battuta d’arresto registrando un significativo recupero soprattutto in Italia e Grecia. Sono questi i risultati emersi dall’inchiesta condotta dalla Banca centrale europea (Bce) su un campione di oltre 8.000 imprese operanti in 21 Paesi dell’area euro che ha mostrato come la quota di imprese che accetta banconote e monete ai punti vendita fisici sia tornata a salire nell’ultimo biennio, passando in media dal 90% del 2024 al 92% del 2026. Un’inversione di tendenza che i banchieri centrali di Francoforte non esitano a definire un segnale di pausa nel declino strutturale del cash come strumento di pagamento. Ma che nel frattempo lascia aperto un punto di domanda sull’efficacia della diffusione dei pagamenti digitali nel Vecchio continente. Non si tratta di resistenza ideologica, quanto piuttosto di un pragmatismo commerciale guidato dalle preferenze dei consumatori, dalla ricerca di resilienza operativa e dalla necessità di proteggersi dalle inefficienze o dai costi delle infrastrutture digitali
Ammonta ad oltre 6.400 miliardi di euro la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane. Alla fine del primo trimestre del 2026, il totale delle attività finanziarie detenute dalle famiglie si è attestato, infatti, a 6.409,5 miliardi, rispetto ai 6.123,5 miliardi registrati nello stesso periodo del 2025. Pertanto, l’aumento è pari a 286 miliardi in dodici mesi, corrispondenti a una crescita che sfiora il 5% (4,67%). Sono, in particolare, azioni e partecipazioni, fondi comuni, strumenti assicurativi, titoli obbligazionari e liquidità sui conti correnti i principali strumenti finanziari che sostengono la crescita. Muta anche la composizione dei portafogli, considerato che crescono gli strumenti esposti ai mercati finanziari e gli investimenti a medio-lungo termine mentre si riduce l’incidenza dei depositi bancari diversi dai conti correnti e dei titoli a breve scadenza. È lo scenario che scaturisce dalla lettura dei dati contenuti nell’analisi condotta dal Centro studi di Unimpresa, che ha rielaborato dati statistici della Banca d’Italia, secondo cui il risparmio delle famiglie italiane si conferma solido e rappresenta una risorsa strategica da accompagnare verso gli investimenti produttivi e la crescita delle imprese. «In una fase internazionale non priva di incertezze, le famiglie hanno preservato e accresciuto il proprio patrimonio, mantenendo un equilibrio tra liquidità, protezione assicurativa e investimenti sui mercati» osserva il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. «È un patrimonio economico, ma anche sociale, che merita rispetto e politiche lungimiranti. La maggiore presenza di azioni, fondi, obbligazioni e titoli pubblici indica una graduale evoluzione dei portafogli verso forme d’investimento più articolate e orientate al medio-lungo periodo. Non sarebbe corretto, tuttavia, considerare automaticamente ogni aumento delle consistenze come il risultato di nuove decisioni di acquisto, perché sull’andamento dei valori incidono anche i prezzi di mercato. Resta, comunque, evidente una capacità delle famiglie di diversificare e di guardare oltre la semplice liquidità».

La direttiva europea Retail Investments Strategy (Ris) che andrà alla definitiva approvazione del Parlamento europeo l’11 e il 12 novembre, promette di scuotere dalle fondamenta ciò che siamo stati abituati a vedere negli ultimi sessant’anni. Ma bisognerà aspettare: dalla pubblicazione del provvedimento sulla Gazzetta Ufficiale europea, i governi avranno fino a trenta mesi per adeguare la legislazione nazionale. Un elemento fondamentale sarà il cosiddetto Value for money: i produttori e i distributori (entrambi hanno gli stessi doveri) dovranno garantire che i costi dei prodotti finanziari e assicurativi siano proporzionati ai rendimenti che si possono ottenere. Dovranno inoltre dimostrare che i prodotti offerti a ogni singolo cliente siano adatti alle sue specifiche necessità e che non ve ne siano di migliori. Un secondo elemento, che molto preoccupa gli operatori, è la trasparenza su costi e incentivi (inducements). Nei fondi e nelle polizze vita sono incluse le cosiddette “commissioni di retrocessione”, una percentuale che il produttore riconosce al venditore perché vende proprio quello strumento. Gli obblighi di disclosure sono pesanti. C’è la dichiarazione “ex ante” dell’intermediario che dovrà esplicitare se riceve un compenso economico dalla società di gestione del fondo o dalla compagnia.
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Ciclicamente la sirena di un fondo pubblico a capitalizzazione suona in questo paese. Ed è sorprendente perché era già suonata in passato e per fortuna non ha avuto seguito, dati i molti difetti che un tale fondo potrebbe avere. Ma è chiaro che è necessario tornarci su. Innanzitutto, i sistemi pensionistici pubblici sono tutti a ripartizione, non a capitalizzazione, con l’eccezione del Cile, dove nel 1979, si decise di privatizzare il sistema pubblico. Esiste qualche caso (Usa, Giappone, Canada) in cui anche in un sistema pubblico a ripartizione si è creata una riserva finanziaria (prefunding) investibile nei mercati – in realtà solo quasi in titoli di stato – ma sono eccezioni al modello prevalente e consolidato di un sistema pubblico a ripartizione. In questi paesi il pilastro pubblico è però molto contenuto mentre i fondi pensione hanno un patrimonio vicino al valore del reddito prodotto. Perciò se un sistema pubblico a capitalizzazione non esiste, deve esserci una ragione. Così il presidente Mefop, che analizza criticamente l’ipotesi di istituire in Italia un fondo pensionistico pubblico a capitalizzazione, evidenziandone i rischi legati a ingerenze politiche e conflitti d’interesse nella governance degli investimenti. Al contrario, distingue tale opzione da un necessario meccanismo di solidarietà intergenerazionale basato sulla fiscalità generale, ribadendo che la gestione della capitalizzazione debba restare prerogativa esclusiva dei fondi privati.
Man mano che passano le settimane da quell’8 giugno che vide Intesa Sanpaolo lanciare un’opas sul Monte dei Paschi di Siena, appare sempre più chiara la portata epocale della trasformazione prospettata, che non mira tanto a Mps, quanto a Trieste, alle Assicurazioni Generali che dallo scorso autunno, alla conclusione dell’acquisizione di Mediobanca, vedono il gruppo senese nel ruolo di primo azionista della compagnia. Trieste è il centro, il crocevia di ogni interesse. Il fine ultimo di molte azioni. E Siena, con la sua secolare banca, sono sulla strada che porta a Trieste. La prova del ruolo strumentale della banca senese? Il fatto che verrà smembrata, data per metà a Unipol e poi chissà. Intesa, che ha già provato ad attaccare le Generali nel 2017, senza fortuna, ha presentato una prospettiva di integrazione chiara e una offerta economica solida, concreta, premiante. È pronta a pagare un premio del 12,5 per cento sul corrispondente valore delle azioni ex ante e condisce il tutto con un euro cash per ogni azione apportata alla sua iniziativa. Le contro offerte messe a punto da Mps, che vorrebbe integrare al suo interno Banco Bpm e Banca Generali, non sono altrettanto allettanti: rispettivamente nullo o al 10% il premio sui concambi azionari, nessuna componente cash. Ma saranno i soci a valutare le rispettive convenienze e le autorità a controllare il tutto, comprese implicazioni sulla concorrenza e sull’antitrust. Ma da qui a giovedì 10 settembre, data in cui Intesa ha convocato i soci in assemblea per ottenere il via libera all’aumento di capitale al servizio della quotazione, molte cose possono accadere. Proprio per la portata epocale del riassetto in atto.
Mentre in Italia continua il risiko bancario, quasi tutto tace sul versante assicurativo. Di sicuro la disputa tra Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi coinvolge le Generali. Anche la francese Axa ha subito qualche ripercussione a causa degli accordi che ha in ballo con l’istituto senese. Ma poco si sa su come stia realmente andando il settore, sapendo l’importanza che gioca la previdenza integrativa in tutte le famiglie europee. Chi, tra i quattro grandi gruppi assicurativi europei, ha avuto i migliori risultati nel primo semestre del 2026? Il bilancio complessivo è stato sufficiente per tutte le compagnie grazie all’andamento positivo dei mercati, alla crescente raccolta nel ramo Vita e alle buone performance del settore Danni (al netto delle catastrofi naturali). Il colosso tedesco Allianz ha visto lievitare l’utile netto a 6,4 miliardi di euro, in aumento del 15,5%; l’elvetica Zurich ha chiuso i conti a 4,8 miliardi di dollari con un risultato operativo mai raggiunto prima mentre la francese Axa ha registrato una crescita dell’utile per azione. A spingere principalmente i risultati di Allianz è stata Pimco, la società di gestione obbligazionaria Pacific Investment Management. La compagnia tedesca punta a raggiungere un utile operativo annuo di 17,4 miliardi con l’amministratore delegato Oliver Bäte che ha intensificato l’attività di acquisizione negli ultimi mesi, in particolare in Asia, regione strategicamente importante per l’azienda.
Le medie imprese italiane sono sempre più esposte a rischi complessi, ma spesso non dispongono di strutture di risk management paragonabili a quelle delle grandi aziende. Da questa considerazione parte la strategia di Aon, gruppo globale specializzato nella consulenza sui rischi e nell’intermediazione assicurativa, che ha deciso di rafforzare la propria presenza nel middle market. Per la società si tratta di una scelta di lungo periodo, che punta a trasferire alle aziende di medie dimensioni competenze sviluppate al fianco delle grandi corporate. «Negli ultimi anni la complessità e l’interconnessione dei rischi sono aumentate in modo significativo e impattano imprese di ogni dimensione», osserva Luca Morandi, direttore generale e head of geographies di Aon. «Accelerare sul middle market significa mettere al servizio delle medie imprese italiane competenze specialistiche, capacità di analisi e accesso a soluzioni evolute». Il segmento rappresenta una componente centrale dell’economia italiana: aziende spesso leader nelle proprie filiere, con forti vocazioni all’export e all’innovazione, che devono confrontarsi con volatilità geopolitica, attacchi cyber, eventi climatici estremi e fragilità delle catene di fornitura. Secondo Morandi, la consulenza non può più limitarsi alla ricerca della migliore copertura assicurativa: «Il nostro obiettivo è aiutare queste imprese a sviluppare una cultura più matura della gestione del rischio, comprendere meglio le proprie esposizioni e decidere quali rischi trattenere, mitigare o trasferire al mercato assicurativo». Per sostenere questa strategia Aon sta rafforzando una struttura dedicata alle imprese con fatturato tra 50 e 300 milioni di euro, facendo leva su 28 uffici sul territorio nazionale.
Dopo quattro lustri la guida autonoma è realtà. I robotaxi senza conducente di Waymo, azienda statunitense del gruppo Alphabet (società madre di Google), viaggiano ormai a San Francisco, Denver, Las Vegas, San Diego, Austin e in altre località di California e Texas, con quasi due milioni di corse al mese. In Cina la società Baidu Apollo Go ha già una flotta di oltre mille taxi autonomi e altri progetti stanno nascendo in tutta l’Asia. Anche l’Europa si sta muovendo a grandi passi. Diciotto Paesi, tra cui l’Italia, hanno concordato i test transfrontalieri delle auto autonome. Uber e Pony.ai hanno presentato il 14 agosto un piano per distribuire nelle principali città duemila robotaxi, e alla lista vanno aggiunti anche i veicoli firmati da Waymo pronti ad affiancarsi i tradizionali Black Cab di Londra. Transport for London ha concesso le licenze e oltre centomila londinesi si sono già registrati per provare il servizio. Ma la guida autonoma non è soltanto dedicata ai taxi. Tesla con il suo Fsd (Full Self Driving) Superfised sta portando su tutte le sue auto elettriche la guida di livello 3. Significa che il conducente deve sempre rimanere al posto di guida, con le mani sul volante, e restare vigile anche se la macchina, impostata la destinazione, guida da sola su ogni strada, trafficata e non. Diversi Paesi — tra i quali Stati Uniti e Australia, Nuova Zelanda e Paesi Bassi, Lituania ed Estonia, Danimarca e Belgio — hanno già autorizzato questo tipo di guida. Altri, come la Germania, lo hanno fatto in modo parziale. Quasi tutti stanno avviando sperimentazioni, Italia compresa. Quest’anno sono state organizzate esperienze a Roma, Milano e Bologna. Dietro la tecnologia (telecamere, lidar, gps, radar, intelligenza artificiale) si nasconde un business. Secondo Precedence Research, il mercato globale dei veicoli autonomi nel 2025 ha sfiorato i 225 miliardi di dollari e quest’anno dovrebbe superare i 364 miliardi. Per poi aumentare sensibilmente ogni anno (Cagr 34,84%) e toccare, si stima, la cifra di 5.439 miliardi di dollari nel 2035.
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