OCSE: per affrontare crisi sempre più interconnesse, le città devono integrare tecnologia, servizi essenziali e istituzioni in sistemi capaci di anticipare i rischi, coordinare le risposte e proteggere le persone più vulnerabili
Per anni le città hanno investito in sensori, piattaforme digitali, applicazioni e sistemi di monitoraggio. Questi strumenti hanno migliorato la raccolta dei dati e l’efficienza dei servizi urbani, ma oggi non sono più sufficienti. Le crisi contemporanee, secondo un’analisi pubblicata su Cogitum, il blog dell’OCSE, attraversano infatti sistemi strettamente interdipendenti: dall’acqua all’energia, dai trasporti alle infrastrutture digitali, dalla sanità ai servizi sociali. Per questo le città devono evolvere dal modello della smart city a quello della città resiliente: un territorio capace non solo di osservare ciò che accade, ma anche di anticipare le perturbazioni, coordinare le decisioni, mantenere operativi i servizi essenziali e riprendersi rapidamente dalle crisi.
Un progetto di smart city nasce spesso da una tecnologia: un dispositivo, un insieme di dati, un’applicazione o un progetto pilota. Un sistema di resilienza parte invece da un problema concreto: garantire l’accesso all’acqua, ripristinare la mobilità, assistere le persone vulnerabili o coordinare i servizi durante un’emergenza. La differenza, secondo l’autore, è sostanziale. Un cruscotto digitale può mostrare che cosa sta accadendo; un sistema resiliente deve aiutare a stabilire che cosa fare, chi deve intervenire e quali servizi devono essere protetti prioritariamente.
Il settore idrico offre un esempio particolarmente significativo. In Charente-Maritime, l’ente Eau 17 ha avviato l’iniziativa “Eau du futur”, un esercizio di analisi prospettica con orizzonte 2050. Lo studio considera le risorse disponibili, la qualità dell’acqua grezza, la domanda, il turismo, l’agricoltura, la pianificazione territoriale e la capacità delle infrastrutture. L’iniziativa ha coinvolto non soltanto i tecnici del servizio idrico, ma anche amministratori locali, enti intercomunali, operatori e istituzioni. L’obiettivo era trasformare un’analisi di lungo periodo in una vera tabella di marcia operativa, condividendo rischi, responsabilità e priorità. Solo in un secondo momento sono state individuate le tecnologie più adatte. Tra le esigenze emerse figurano il consolidamento dei dati patrimoniali e finanziari, l’utilizzo delle informazioni sugli incidenti e sulla qualità dell’acqua per stabilire le priorità di rinnovo della rete, l’impiego della misurazione intelligente per gli utenti stagionali — come i campeggi — e il monitoraggio dei rischi legati alla risorsa idrica.
La tecnologia, dunque, non è il punto di partenza, ma uno strumento al servizio delle decisioni pubbliche. La domanda essenziale non è quanti sensori installare, bensì che cosa proteggere, dove investire e quali comportamenti o utilizzi debbano cambiare.
Servizi interdipendenti, rischi condivisi
Le città sono composte da sistemi essenziali fortemente collegati tra loro, anche se spesso vengono gestiti separatamente. Energia, trasporti, edifici, sanità, soccorso, infrastrutture digitali e servizi sociali dipendono gli uni dagli altri.
Un’interruzione dell’energia elettrica può compromettere i semafori, le telecomunicazioni, le strutture sanitarie e gli impianti di pompaggio dell’acqua. Un’alluvione può interrompere la viabilità, danneggiare scuole e abitazioni e rendere più difficile l’accesso ai soccorsi. Un attacco informatico può propagarsi dai sistemi amministrativi fino ai servizi pubblici destinati alla popolazione.
Angers Loire Métropole rappresenta un esempio di integrazione tra efficienza e resilienza operativa. Il programma “Territoire intelligent” punta a ottimizzare l’uso delle risorse e consente di gestire a distanza circa 70.000 apparecchiature pubbliche, dai semafori ai sistemi di irrigazione e riscaldamento. Nel settore dell’illuminazione pubblica, il programma può raggiungere risparmi energetici fino al 70%.
Parallelamente, il piano di adattamento climatico dell’area individua vulnerabilità come le ondate di calore, la qualità degli alloggi, le condizioni di lavoro, la siccità e le inondazioni dovute al deflusso delle acque piovane. Particolare attenzione è dedicata alle conseguenze per le persone più fragili.
L’esperienza mostra però anche il lato vulnerabile delle infrastrutture connesse. Un grave attacco informatico verificatosi nel 2021 ha perturbato i servizi digitali municipali e influenzato lo sviluppo del programma urbano intelligente. Sebbene non vi siano prove certe che l’attacco abbia messo direttamente fuori servizio infrastrutture fisiche, l’episodio evidenzia la necessità di integrare la cybersicurezza e i piani di continuità operativa fin dall’inizio.
La resilienza deve essere inclusiva
La resilienza non è soltanto una questione tecnologica o infrastrutturale: è anche una prova di inclusione sociale. Gli shock non colpiscono tutti gli abitanti allo stesso modo. Anziani, bambini, persone con disabilità, lavoratori all’aperto e famiglie che vivono in abitazioni scarsamente isolate sono spesso più esposti e dispongono di minori risorse per adattarsi.
Le tecnologie possono contribuire alla protezione di queste categorie, ma soltanto se sono collegate a decisioni operative e servizi di assistenza. Registri, analisi territoriali e dati relativi ai servizi possono aiutare a individuare le persone che necessitano di sostegno durante le ondate di calore, localizzare spazi climatizzati accessibili, modificare l’organizzazione del trasporto pubblico e concentrare gli interventi nelle aree più vulnerabili.
La sfida non consiste quindi nel raccogliere una quantità sempre maggiore di dati. Il vero obiettivo è collegare gli strumenti operativi, l’analisi delle vulnerabilità e l’azione pubblica, affinché gli investimenti e l’assistenza raggiungano effettivamente le persone più esposte.
Dai progetti pilota alle capacità condivise
Per i decisori pubblici, la priorità è superare la logica dei progetti pilota isolati e costruire capacità di resilienza condivise. A questo scopo, le città dovrebbero:
Mappare le interdipendenze tra i servizi essenziali.
Creare regole per una condivisione responsabile dei dati.
Integrare cybersicurezza e piani di continuità nei sistemi critici.
Investire nelle competenze e nei modelli organizzativi.
Coinvolgere fin dall’inizio le comunità più vulnerabili.
Anche i governi nazionali possono svolgere un ruolo decisivo, definendo standard comuni, finanziando la resilienza nel lungo periodo, aiutando i centri più piccoli ad accedere alle competenze necessarie e favorendo la collaborazione tra amministrazioni locali, operatori, istituti di ricerca e fornitori tecnologici.
La prossima generazione di smart city farà ampio uso dell’intelligenza artificiale. Il suo successo, tuttavia, non sarà misurato dal numero di sensori installati o di dashboard create. Il criterio decisivo sarà molto più concreto: le tecnologie consentono alla città di mantenere i servizi essenziali sotto pressione, proteggere gli abitanti più esposti e riprendersi più rapidamente dalle perturbazioni?
Una città davvero intelligente non è quindi soltanto quella che raccoglie più dati. È quella che sa trasformare i dati in decisioni condivise, preparare i cittadini, proteggere i sistemi da cui dipende la vita quotidiana e fare della resilienza un progetto collettivo.
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