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Luigi Lovaglio gioca il jolly Generali contro la scalata di Intesa-Sanpaolo. Al termine di un lungo consiglio di amministrazione iniziato in mattinata, il board di Rocca Salimbeni ha approvato a maggioranza una doppia offerta pubblica di scambio (ops) su Banca Generali e Banco Bpm per rispondere all’opas lanciata a giugno dal gruppo guidato da Carlo Messina. Un progetto, di cui ieri sera non si conoscevano i dettagli in attesa della nota prevista per oggi alle 7.30, ma che ha anche una logica industriale. Il piano disegnato da Lovaglio con gli advisor Ubs, Bofa, Vitale e Kbw punta a costruire il terzo polo bancario italiano da circa 70 miliardi di euro di valore, con forte radicamento nel territorio grazie a una rete di oltre 2.600 sportelli e solida presenza nell’investment banking, nel private banking e nel risparmio gestito, per l’effetto della combinazione di Banca Generali e Mediobanca nel wealth management. Secondo quanto riferiscono alcune fonti a MF-Milano Finanza, entrambe le offerte senza componenti cash riconoscerebbero un premio del 10% per gli azionisti di Banca Generali e del Banco Bpm sulle attuali quotazioni, mentre il piano di Lovaglio prevede anche l’utilizzo di una parte del 13,3% di Generali – un pacchetto intorno al 4% che vale circa 3 miliardi di euro – come share dividend per incentivare i soci di Rocca Salimbeni a votare il maxi-aumento di capitale nell’assemblea straordinaria fissata per il 29 ottobre necessario alle offerte. Il pacchetto del Leone da distribuire agli azionisti rappresenta una risposta all’euro per azione aggiuntivo messo invece sul tavolo a giugno da Intesa.
Al vertice della compagnia l’ops su Banca Generali è stata accolta con prudenza ma anche con attenzione. L’offerta non è stata concordata preventivamente e, prima di esprimere un giudizio, se ne valuteranno le condizioni economiche e il disegno complessivo. La proposta, si osserva, è stata preparata e studiata a lungo da Mps e quindi merita di essere esaminata nel merito. Tra le prime considerazioni che filtrano c’è che Banca Generali è un gioiello nel risparmio gestito che però contribuisce solo in misura marginale all’utile complessivo di Trieste. Se andasse in porto, l’ops modificherebbe in profondità gli assetti del Leone ma anche quelli di Siena. Grazie all’assegnazione del 4,5% di titoli Generali ai soci Mps, Siena perderebbe il primato che detiene da quarant’anni scendendo dal 13,2% all’8,7%. Il primo azionista diventerebbe Delfin che, grazie al 17,5% detenuto in Mps, riceverebbe lo 0,79% del Leone e arrotonderebbe la propria quota dal 10,15% al 10,94%. Francesco Gaetano Caltagirone, che ha il 13,5% di Mps, incasserebbe un ulteriore 0,61% del Leone e salirebbe al 6,93%. Ma ci sarebbe un altro intrecio azionario da risolvere: aderendo all’ops di Lovaglio sulla controllata Banca Generali, il gruppo guidato da Philippe Donnet diventerebbe socio forte di Siena con oltre il 12%. Questo assetto, però, potrebbe essere provvisorio. Il Tuf pone un limite alle quote di partecipazioni incrociate tra società quotate. Qualora entrambe superassero la soglia del 3%, la società che la oltrepassasse per seconda non potrà esercitare il voto sulla parte eccedente e dovrebbe venderla entro 12 mesi. L’incrocio dovrebbe quindi essere sciolto o comunque ricondotto entro i limiti previsti dalla disciplina.
Adesso Ca’ de Sass deve fare i conti con uno scenario diverso: la doppia offerta su Bpm e Banca Generali e lo share dividend approvati ieri da Siena. La banca guidata da Messina potrebbe attendere l’esito dell’assemblea senese che dovrà autorizzare le operazioni, passaggio tutt’altro che scontato per l’elevato quorum del 66%. Solo dopo l’eventuale via libera dei soci la contromossa di Lovaglio diventerebbe concreta. Cosa accadrebbe a quel punto? Le due ops comporterebbero un forte aumento del numero di azioni Mps e soprattutto modificherebbero perimetro e profilo industriale della banca sulla quale Intesa Sanpaolo ha costruito l’offerta di giugno. In casi di questo genere il concambio deve quindi essere ricalibrato, ma prima ancora Intesa potrebbe chiedersi se la nuova Mps conservi caratteristiche compatibili con il progetto originario.
Per aiutare i proprietari a gestire al meglio gli animali è scesa in campo anche Poste Italiane con Poste Assicura, una proposta specifica per cani e gatti. Il prodotto «Poste Vivere Protetti» mette a disposizione due opzioni principali: il rimborso delle spese veterinarie e la copertura per responsabilità civile e tutela legale. Nello specifico, da un lato, la copertura rimborso spese veterinarie comprende il rimborso degli interventi chirurgici e delle spese di ricovero sostenute nei 30 giorni precedenti e successivi all’operazione, con un massimale di 2.000 euro. È inoltre previsto il rimborso delle spese sostenute senza intervento chirurgico, comprese visite veterinarie, esami e ricoveri in caso di malattia o infortunio, con un massimale di 1.000 euro. Per chi sceglie invece la copertura rimborso spese veterinarie solo per Intervento Chirurgico, sono comprese le spese relative all’intervento e quelle effettuate nei 30 giorni precedenti e successivi, fino al raggiungimento di un massimale di 1.500 euro. L’offerta comprende anche servizi di assistenza veterinaria, tra cui la ricerca di cliniche specializzate e farmacie veterinarie e l’organizzazione di una pensione per l’animale nel caso in cui il proprietario venga ricoverato. Il livello di rimborso varia in funzione della struttura veterinaria utilizzata. Rivolgendosi a un centro convenzionato, il cliente può beneficiare di una copertura pari al 90% delle spese, mentre scegliendo una struttura non convenzionata la copertura scende all’80%. È inoltre possibile effettuare, entro 90 giorni dalla sottoscrizione del contratto, una visita veterinaria. Se la visita viene eseguita in un centro convenzionato, il proprietario dell’animale non sostiene alcun costo; nel caso in cui venga effettuata senza utilizzare una struttura convenzionata, Poste Assicura rimborsa un forfait di 45 euro.
Una trasformazione basata sull’AI potrebbe generare tra i 240 e 320 miliardi di euro di valore economico per il retail europeo nei prossimi 5 anni, attraverso la crescita dei ricavi, dei margini e della produttività, con un potenziale incremento dell’ebitda stimato tra i 4 e i 10 punti percentuali. Questi dati emergono dal dettagliatissimo report Rewiring retail in Europe: The AI imperative, realizzato da McKinsey & Company in collaborazione con EuroCommerce, dedicato all’impatto dell’intelligenza artificiale sulla catena del valore del retail europeo. Secondo McKinsey, l’AI «sta già rimodellando l’intera catena del valore del retail, semplificando la scoperta e l’acquisto di prodotti da parte dei consumatori, migliorando i processi decisionali dei rivenditori e accelerando il trasporto delle merci dai magazzini alle case».

Avvisi falsi del Fisco e potenziali furti di identità a causa degli hacker che hanno sottratto informazioni riservate dal database del fisco francese. “Mercoledì 12 agosto 2026, un malintenzionato ha rivendicato l’accesso illegittimo ai dati del sistema informativo della Direction générale des Finances publiques (Dgfip) […]. Lei riceve questo messaggio perché è coinvolto da questo atto malevolo”. Inizia così la lettera di scuse che l’amministrazione finanziaria francese sta recapitando in queste ore alle centinaia di migliaia di vittime del maxi attacco informatico ai server del Fisco di Parigi (si veda ItaliaOggi del 18 agosto). Una comunicazione, visionata in esclusiva da ItaliaOggi, con cui il Fisco transalpino ammette formalmente l’ampiezza della violazione e dettaglia la natura delle informazioni sottratte, nell’ambito dell’intrusione che ha portato al furto dei dati fiscali di 678 mila tra cittadini e imprese (392.867 persone fisiche e 285.570 società, compresi 26.805 contribuenti con redditi superiori a 100mila euro e otto super-ricchi con dichiarazioni oltre i 100 milioni).

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«Certo, se come presidenti dell’Inps e della Covip andiamo insieme dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, forse è la volta buona che la proposta passa». La proposta è quella di creare un «fondo previdenziale alla nascita», dice il presidente della Covip, l’autorità di vigilanza sui fondi pensione, Mario Pepe, dopo aver letto l’intervista al presidente dell’Inps, Gabriele Fava, pubblicata ieri dal Corriere , con al centro proprio questa idea. Che Pepe cercò di far passare già nella legge di Bilancio dello scorso anno, senza successo. Con l’obiettivo di istituire un «salvadanaio previdenziale» per ogni nuovo nato, dove versare «fino a 100 euro al mese, con un contributo iniziale dello Stato e poi alimentato dalla famiglia, così che già a 18 anni la persona possa disporre di un capitale che poi potrà continuare a crescere durante la vita lavorativa, fino alla pensione: un modo per aiutare concretamente i giovani ed evitare il rischio che abbiano assegni inadeguati, per colpa delle carriere intermittenti e delle retribuzioni basse». «L’Inps si occupa della previdenza obbligatoria. Qui invece parliamo di risparmio volontario, che in ogni caso dovrebbe essere vigilato dalla Covip. Credo che la cosa migliore sia un fondo che nasca dalla collaborazione di tutti i fondi pensione. E aggiungo due cose. Siccome parliamo di un capitale paziente, che matura in circa 70 anni, si potrebbe stabilire per legge che il 5% vada a finanziare le piccole e medie imprese italiane, mentre oggi l’80% degli investimenti dei fondi pensione va all’estero e alle pmi in Italia non arriva nulla. La seconda cosa è che bisognerebbe aiutare anche i redditi più bassi a farsi il salvadanaio previdenziale, per esempio con forme di cash back sugli acquisti: quando si fa la spesa al supermercato e ti danno i bollini, invece che prendersi una padella sarebbe meglio farsi fare un versamento al fondo».

A Generali viene chiesto di mettere sul piatto il controllo di Banca Generali, per diventare azionista rilevante, con oltre il 12% del capitale, del Monte. Una banca, sulla carta, destinata ad avere al proprio interno un polo del wealth management, frutto dell’aggregazione tra Banca Generali e Mediobanca, e un istituto retail di peso in Italia come conseguenza delle nozze tra Siena e Banco Bpm. Due asset di rilievo dunque su cui far leva per allargare la distribuzione di polizze e non solo nel Paese. Tutto questo però a patto che si incastrino alla perfezione non pochi tasselli. Il primo è che il board di Generali dica sì all’offerta. Fonti vicine alla compagnia precisano che «quando verrà formalizzata un’offerta, sarà esaminata dal cda assistito dal comitato parti correlate, seguendo rigorosamente le procedure di governance del gruppo». E la prima incognita a tal proposito riguarda il buon esito dell’altra offerta, ossia quella sul Banco Bpm. Senza il via libera del Crédit Agricole salterebbe l’asse con la banca guidata da Giuseppe Castagna e dunque un pezzo di valenza industriale verrebbe a mancare. Altro dettaglio non trascurabile è l’impatto finanziario. Non potendo usufruire del Danish Compromise, per forza di cose Generali dovrà trattare ad equity la futura partecipazione nel Monte, pena un eccessivo assorbimento di capitale. In questo modo l’impatto sulla Solvency ci sarà ma tutto sommato limitato, anche se il dato va ancora calcolato. Non potrà dunque consolidare il pacchetto e di conseguenza anche il peso sul fronte della governance sarà più contenuto.
In prossimità della scadenza del termine dei 60 giorni per le assunzioni del 1° luglio scorso e nell’attesa della pubblicazione del modello ufficiale Tfr3 relativo alla previdenza integrativa, aziende e consulenti conservano qualche dubbio sulla compilazione della bozza del modello pubblicata nella sezione dedicata del sito del ministero del Lavoro. Come previsto dalla norma, nonché formalizzato nella bozza, la prima distinzione che i datori di lavoro sono chiamati a fare è tra lavoratori di prima assunzione dal 1° luglio 2026 e lavoratori non di prima assunzione, cioè quelli che, alla stessa data, hanno già avuto un rapporto di lavoro subordinato privato in occasione del quale hanno effettuato la scelta di destinazione del Tfr. Tale definizione dovrebbe prescindere dalla data di prima iscrizione a una forma di previdenza obbligatoria, caratteristica invece utilizzata per qualificare ad altri fini i dipendenti di prima occupazione (ad esempio per il diritto all’extra deduzione dei contributi di previdenza complementare). A quelli che rientrano nella seconda categoria, come precisato anche nelle Faq ministeriali, il Tfr3 va somministrato solo se al momento dell’assunzione risultano già titolari di una posizione presso un fondo pensione complementare a cui versavano Tfr nel precedente rapporto.