Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

C’è un paradosso che accompagna da tempo il dibattito sull’intelligenza artificiale. Quanto più le decisioni sembrano affidate alle macchine, tanto più diventa difficile individuare chi debba risponderne. L’algoritmo seleziona, raccomanda, classifica, prevede. Quando, però, qualcosa va storto, il rischio è che la responsabilità si disperda lungo una catena composta da sviluppatori, fornitori, utilizzatori, dirigenti e consulenti. Tutti coinvolti, nessuno davvero responsabile. Il decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri il 4 agosto, nel completare l’adeguamento italiano all’AI Act, prova a interrompere questa fuga dalla responsabilità. Lo fa introducendo nuove fattispecie penali e collegandole al decreto legislativo 231 del 2001, vale a dire al sistema che consente di chiamare l’impresa a rispondere per determinati reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio. Sarebbe tuttavia sbagliato leggere la novità come una sorta di responsabilità automatica per qualsiasi errore dell’intelligenza artificiale. Non basta che un algoritmo produca un risultato inesatto, discriminatorio o dannoso. E non basta neppure che siano violate le regole europee applicabili ai sistemi ad alto rischio. L’AI Act e il decreto 231 dialogano, ma rimangono strumenti diversi: il primo regola lo sviluppo e l’impiego dei sistemi; il secondo interroga l’organizzazione dell’impresa e la sua capacità di prevenire determinati reati. Dietro l’apparente autonomia dell’algoritmo torna così visibile l’organizzazione che lo ha messo in condizione di decidere. Il raccordo con il decreto 231 ruota soprattutto attorno a due nuove figure di reato. La prima riguarda l’omissione o la rimozione dolosa delle cautele dirette a prevenire danni derivanti dai sistemi di intelligenza artificiale. La seconda colpisce la diffusione illecita di contenuti generati o manipolati artificialmente: il territorio dei deepfake, nel quale l’alterazione tecnologica dell’immagine o della voce può diventare uno strumento di aggressione personale, economica e reputazionale.
«Meta ha progettato un prodotto pericoloso per i giovani utenti, sapeva che era pericoloso e ha mentito ai bambini, alle famiglie e alla comunità». Così il procuratore generale della California Rob Bonta ha riassunto la tesi dell’accusa nel maxi processo contro Meta, iniziato ieri con le arringhe iniziali. La società respinge le accuse e sostiene, al contrario, di aver investito ingenti risorse nella protezione degli adolescenti su Facebook e Instagram.
Semaforo verde da parte della Corte dei conti sulla gestione della Cassa nazionale di previdenza e assistenza per gli ingegneri e gli architetti liberi professionisti (Inarcassa). Emerge una situazione «economico-finanziaria solida e una capacità di generare reddito ancora sostenuta dal buon andamento del settore delle costruzioni e dei mercati». I magistrati contabili, però, suggeriscano «attenzione al contenimento dei costi di gestione e del personale, aumentati nel corso dell’esercizio, al fine di salvaguardare l’efficienza operativa dell’ente». Entrando nel dettaglio dei dati, Inarcassa ha chiuso il 2024 con un avanzo di 1,357 miliardi. Il patrimonio netto, in crescita del 9,5%, copre ampiamente i minimi di legge mentre la gestione patrimoniale registra risultati positivi, con il rendimento del 7,68% che supera le attese.
In casa Generali non ci sono soltanto i ragionamenti in corso su Alleanza. A Trieste sta per partire una gara che interessa un parco immobiliare di oltre 12 miliardi di euro e che all’anno frutta al Leone circa 400 milioni di euro di affitti. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, Generali Real Estate ha deciso di esternalizzare i servizi di facility e property management sugli immobili italiani, servizi di gestione operativa che vanno dalle manutenzioni alla sorveglianza degli immobili e che attualmente occupa poco meno di un centinaio di risorse all’interno del gruppo. Generali Re è la società di gestione immobiliare del Leone guidata dal 2017 da Aldo Mazzocco e parte integrante della divisione asset & wealth management della compagnia. Gestisce un patrimonio immobiliare di circa 37 miliardi di euro che comprende più di 2 mila immobili – con prevalenza di uffici, retail di lusso e una crescente quota nella logistica – distribuiti principalmente in Italia (circa un terzo del valore), Francia, Germania e con una crescente esposizione nell’Est Europa.
Il titolo Generali ha sovraperformato il settore assicurativo europeo di oltre il 45% dall’inizio del 2024. L’azione tratta ora a 12x il p/e stimato per il 2027, in linea con la media del settore, ma a premio rispetto alla francese Axa, che scambia a 10x il p/e, mentre il rendimento totale del capitale del 5% al 2027 è inferiore alla media dei concorrenti. JP Morgan ha alzato le stime di eps 2027 da 3,54 a 3,57 euro e di riflesso il target price sul titolo da 44 a 46 euro (-0,57% a 43,46 ieri in borsa), ma ha tagliato il rating da overweight a neutral, poiché il rapporto rischio/rendimento è ora più equilibrato. Il downgrade, ha precisato, «è guidato dalla valutazione, non da un deterioramento dei fondamentali».
L’Europa ha iniziato il viaggio con un obiettivo chiaro: sviluppare un’intelligenza artificiale affidabile. Prima sono arrivati i principi etici elaborati da un gruppo di esperti e, successivamente, il Libro bianco del 2020, che puntava a coniugare un ecosistema fondato sulla fiducia con uno orientato all’eccellenza. Nel 2021 la Commissione europea ha presentato la proposta di AI Act, concentrata sul divieto degli utilizzi più pericolosi e sulla regolamentazione dei sistemi il cui funzionamento può incidere in modo significativo sui cittadini. Ma quando, alla fine del 2022, l’accordo politico sembrava ormai vicino, è arrivata l’AI generativa e i co-legislatori europei si sono resi conto che la nave che avevano progettato non era pronta a solcare quel nuovo oceano. È stato quindi necessario introdurre requisiti specifici per i modelli di AI di uso generale, con il conseguente rinvio della pubblicazione definitiva del Regolamento fino all’agosto 2024. L’arrivo a Itaca era stato fissato al 2 agosto 2026, data prevista per l’applicazione degli obblighi relativi ai sistemi di AI ad alto rischio. Con l’avvicinarsi di quella scadenza, tuttavia, è diventato evidente che l’AI Office della Commissione europea non avrebbe avuto pronte le linee guida interpretative e sono cresciute le preoccupazioni che l’incertezza normativa potesse ampliare il divario tra l’Europa e Stati Uniti e Cina, oggi più avanti nella corsa. La grande incognita non è più se l’Europa arriverà prima o poi a Itaca. La vera domanda è che cosa troverà quando approderà sulle sue coste. Perché la sfida reale non è completare il viaggio regolamentare, ma fare in modo che, mentre naviga verso un quadro normativo per un’AI affidabile, il resto del mondo non sia già salpato verso la prossima destinazione

Nuove regole in arrivo per banche e soggetti finanziati con la riforma del credito al consumo. Dal 20 novembre 2026 aumenteranno le tutele per le persone fisiche che ricorrono a finanziamenti fino a 100.000 euro (anziché 75.000) per scopi personali o familiari: diritti di trasparenza, fogli informativi chiari, applicazione delle stesse regole sul recesso previste per i prestiti più piccoli, preavviso in caso di segnalazione alla Centrale rischi. Le banche, poi, nel concedere i prestiti dovranno essere più rigorose nella valutazione del merito creditizio e operare con maggiore responsabilità, trasparenza e prevenzione del sovraindebitamento. È quanto dispone, in sintesi, il decreto 9 luglio 2026 in materia di credito al consumo del Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio (in Gazzetta ufficiale n. 189 del 17 agosto 2026), che adegua le disposizioni attuative preesistenti (del decreto 3 febbraio 2011) alle nuove soglie e tutele introdotte dal d.lgs. 212/2025, attuativo della direttiva Ue 2023/2225 (CCD2).

Wide group – società italiana di brokeraggio italiana fondata nel 2016 da Gianluca Melani, Gerardo Di Francesco e Matteo Barbini – ha rilevato una minoranza qualificata di Furness Insurance Services, un cosiddetto managing general agent, con sedi a Londra e Milano e uffici a Madrid e Bruxelles. Secondo indiscrezioni di mercato la quota si aggirerebbe intorno al 47% e sarebbe stata valorizzata 35-40 milioni. A vendere la partecipazione sarebbero stati Osvaldo Rosa (20%) e la sua Assigeco (27%), che si sarebbe impegnata a continuare a distribuire i prodotti di Furness. Con questa sua prima operazione nel mercato britannico, Wide aprirebbe il suo fronte all’estero e consoliderebbe un modello di espansione che annovera oltre dieci aggregazioni (tra le ultime Sogea, Fingea, Assimood e Capozucca) che hanno portato il gruppo a raggiungere un fatturato indicativo di 100 milioni di euro, premi intermediati per 500 milioni e un organico di oltre 500 persone distribuite sulle quasi 30 sedi operative.
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