Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

 

Chi, tra i quattro grandi gruppi assicurativi europei, ha avuto i migliori risultati nel primo semestre del 2026? ll bilancio è stato decisamente buono per tutti grazie all’andamento positivo dei mercati azionari, alla crescente raccolta nel ramo Vita per il ciclo favorevole dei tassi d’interesse, e alle buone performance del settore danni (al netto delle catastrofi naturali): la tedesca Allianz ha visto lievitare l’utile netto a 6,4 miliardi, in aumento del 15,5%; l’elvetica Zurich ha chiuso i conti con un risultato operativo mai raggiunto prima, a 4,8 miliardi di dollari e la francese Axa ha registrato una crescita dell’utile per azione nella parte alta delle stime. Ma l’italiana Generali non solo ha avuto un risultato operativo record, a 4,5 miliardi, ma ha anche battuto tutti i concorrenti europei se si guarda alla performance in borsa
Anche per Unipol il primo semestre del 2026 ha segnato risultati record con un utile netto consolidato pari a 1,05 miliardi di euro, in aumento del 42% sullo stesso periodo del 2025, incluso il contributo di Bper. Il profitto netto è stato di 913 milioni, cresciuto del 46,8% rispetto a un anno prima. La raccolta del gruppo presieduto da Carlo Cimbri è stata pari a circa 9 miliardi di euro (+3,9% sul dato normalizzato al 30 giugno 2025), di cui il comparto Danni contribuisce per 4,96 miliardi (salito del 3,6%), mentre il Vita per 4,05 miliardi (+4,4%).
La proposta è stata rilanciata venerdì 31 luglio dal primo socio di Banco Bpm, Crédit Agricole, proprio mentre bocciava le nozze tra la partecipata e Mps. Non c’è ancora un’offerta formale: i vertici della banque verte hanno però indicato con chiarezza la preferenza per un’integrazione delle proprie attività italiane con Piazza Meda. Mercoledì 5 Giuseppe Castagna ha raccolto l’assist, definendo una combinazione con Crédit Agricole Italia «molto solida» sul piano industriale. Insomma, dopo lo stop al dialogo con Siena, la strada francese è tornata in cima alla lista delle opzioni di Bpm. L’idea non è nuova. Il dossier è stato aperto e richiuso più volte dal 2021 e nell’autunno scorso aveva già raggiunto un grado di concretezza elevato per poi tramontare. Oggi però il quadro è diverso. Agricole è passata dal 9% al 29,3% del Banco e raddoppiato la rappresentanza in consiglio. Non c’è controllo, non perde occasione di ribadire Parigi, ma c’è voglia di contare.
Mps guarda a tutte le opzioni sul tavolo dopo il tramonto del progetto con Banco Bpm e mentre avanza l’opas di Intesa Sanpaolo su Siena. Venerdì 7 agosto Luigi Lovaglio non ha scoperto le carte sulla strategia difensiva, ma ha chiarito che la banca intende sfruttare la propria forza patrimoniale per mantenere aperti più scenari: dalla remunerazione straordinaria degli azionisti alle decisioni sulla partecipazione in Generali.
Investire ogni mese una piccola somma è diventato uno dei modi più diffusi per costruire un patrimonio senza cercare di indovinare i movimenti dei mercati. In uno scenario caratterizzato da volatilità, redditi discontinui e invecchiamento della popolazione, il piano di accumulo (pac) sta guadagnando terreno tra i risparmiatori. «Questa convinzione si è tradotta in scelte concrete: in diversi Paesi, i governi nazionali, col supporto di datori di lavoro e istituzioni finanziarie, hanno promosso programmi di accumulo del risparmio. Tra i più noti compaiono gli Individual Savings Account del Regno Unito, i piani Riester-Rente e Frühstart-Rente (in cui lo stato versa 10 euro al mese ai cittadini tra 6 e 18 anni, ndr) in Germania, e gli Investment Savings Account in Svezia. Tali programmi», sottolinea Gloria Grigolon, investment specialist di Pictet Asset Management, «condividono l’obiettivo di favorire il risparmio di lungo periodo, spesso attraverso agevolazioni fiscali o contributi pubblici. Proprio da questi ultimi prende spunto la recente Savings and Investments Union europea, nata nel luglio 2025, che nelle intenzioni dei legislatori mira a canalizzare il risparmio delle famiglie verso investimenti, rafforzando l’abitudine all’accumulo e riducendo la dipendenza da strumenti di breve termine» (si veda box). Ma quali sono i benefici dell’investimento rateale e quali gli strumenti che possono essere utilizzati?
L’investimento periodico e di lungo termine è al centro non solo dei piani di accumulo, ma anche delle politiche con cui l’Italia e l’Unione europea puntano a mobilitare il risparmio privato a sostegno della crescita economica con regimi fiscali agevolati. Tra gli strumenti principali vi sono i Pir ordinari (piani individuali di risparmio) introdotti nel 2017 in Italia, che hanno recepito best practice fiscali già adottate in altri Paesi. In questo contesto si possono citare gli Individual Savings Accounts (Isa) del Regno Unito, i piani Riester-Rente in Germania (che ha anche varato nuovi strumenti di tipo previdenziale denominati Frühstart-Rente e Altersvorsorgedepot), gli Investeringssparkonto (Isk) in Svezia ed ancora i 401(k) negli Usa dove quest’anno sono nati anche i Trump Accounts. Mentre in Asia sono diffuse formule come il Central Provident Fund di Singapore o i piani Nisa e Junior Nisa giapponesi. Nel Pir ordinario, si può investire ogni anno fino a un importo massimo di 40 mila euro con un limite totale di investimento di 200 mila euro (non è previsto peraltro un arco temporale prefissato per il raggiungimento di tale soglia).
Nel mese di luglio Anima ha registrato una raccolta di risparmio gestito escluse le deleghe assicurative Ramo I di 647 milioni di euro, con 238 milioni di flussi retail. Da inizio anno la società ha registrato deflussi per 4,45 miliardi a causa dei contratti con controparti istituzionali che riflettono scelte di investimento dei clienti retail. Considerando il totale gestito e amministrato il dato di luglio passa in negativo per 42 milioni. Considerando anche la raccolta nelle attività di consulenza per i clienti Ultra-High-Net-Worth (1,15 milioni a luglio), la raccolta netta totale del gruppo è di 1,1 miliardi. Le masse in gestione totali al 31 luglio ammontano a 207,7 miliardi (209,2 miliardi includendo le masse amministrate).
  • Elevata sicurezza con Sara Optima
Sara Optima (tariffa 341) è un prodotto di investimento assicurativo di Ramo I, a premio unico, collegato alla gestione separata Fondo Più. Il premio minimo per sottoscrivere questa polizza è pari a 5000 euro, fino ad un massimo di 2 milioni di euro, e sono concessi versamenti aggiuntivi di almeno 2000 euro. Il prodotto non è a vita intera ma ha una durata fissa di 30 anni; di conseguenza, il contratto termina alla sua scadenza naturale o al momento in cui avviene il decesso dell’assicurato nel corso della sua durata, o in caso di riscatto. Sara Vita non è autorizzata a estinguere unilateralmente il contratto. SaraOptima mira ad incrementare gradualmente il valore del capitale investito scegliendo strumenti finanziari di natura prevalentemente monetaria e obbligazionaria ed è rivolto a coloro che intendono mantenere l’investimento nel  lungo periodo. In merito alla performance finanziaria generata dalla gestione separata, in caso di liquidazione della prestazione a scadenza, della prestazione caso morte e in caso di riscatto ogni 5 anni di ricorrenza annuale è previsto un capitale assicurato rivalutato annualmente al tasso di rendimento minimo garantito pari all’1% (misura annua di rivalutazione minima garantita).

Allianz Italia ha realizzato nel semestre premi complessivi per 8,5 miliardi di euro, in aumento del 13,7% su base annua, con una buona performance del segmento Vita. L’utile operativo è salito del 10,1% a 710 milioni. I premi Danni hanno raggiunto 2,8 miliardi (+3,9%), con il risultato operativo a 404 milioni (+8,7%). Il combined ratio era all’88,8%, in miglioramento di 0,5 punti percentuali rispetto a giugno 2025, «a conferma di un’elevata disciplina assuntiva e di una efficace gestione della sinistrosità», ha riferito la compagnia. Nel Vita i premi sono aumentati del 19,4% annuo a 5,7 miliardi di euro grazie alla crescita significativa della rete di agenti professionisti, e alla performance dei consulenti finanziari. Il valore della nuova produzione è salito del 12,9% a 296 milioni. L’utile operativo, includendo Allianz Bank financial advisors e Investitori sgr, è ammontato a 306 milioni (+11,9%).
le pensioni costituiscono la prima voce del bilancio pubblico: 343 miliardi di euro nel 2025, il 15,2 per cento del Pil. Vale più del doppio della spesa sanitaria. Rispetto alla media europea, spendiamo circa quattro punti di Pil in più, l’equivalente di una novantina di miliardi annui.  Il sistema previdenziale assorbe una quota crescente del reddito di chi lavora per finanziare prestazioni solo in parte coperte dai contributi di chi le riceve. In cambio, alle generazioni che pagano oggi promette pensioni più basse domani. In altre parole, si tratta di un sistema che regge comprimendo il resto della spesa pubblica, dalla sanità alle politiche per la famiglia, cioè proprio le voci che potrebbero sostenere la natalità e la crescita da cui il sistema stesso dipende, e scaricando l’aggiustamento sulle pensioni future (più basse) di chi intanto paga quelle attuali
Meta è stata condannata a pagare 567 milioni di dollari da un tribunale statunitense del New Mexico per non aver implementato misure sufficienti per garantire la sicurezza degli utenti minorenni nelle sue piattaforme. Si tratta della multa più consistente mai ricevuta dall’azienda in relazione alla tutela degli utenti minorenni e si somma a una precedente sanzione, pari a 375 milioni di dollari, che lo stesso tribunale le aveva inflitto lo scorso marzo. L’ammontare totale si avvicina al miliardo di dollari.

corsera

 Prima della rivoluzione industriale la concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera era di circa 280 parti per milione; oggi ha superato le 420. Un aumento del cinquanta per cento. Per sapere da dove arrivi, i fisici hanno chiesto al carbonio di mostrare i documenti. Carbone, petrolio e gas derivano da materia organica sepolta per milioni di anni e possiedono una firma isotopica precisa: sono poveri di carbonio-13 e non contengono più carbonio-14 misurabile. Mentre la CO2 aumenta, osserviamo proprio questa firma. Il carbonio, anche dopo milioni di anni, si ricorda perfettamente di essere stato petrolio. C’è un’altra impronta. Bruciando combustibili fossili, il carbonio si combina con l’ossigeno e produce CO2. All’aumentare dell’anidride carbonica deve quindi diminuire l’ossigeno atmosferico. Ed è ciò che misuriamo. Sulla scena troviamo la CO2, la firma del carbonio fossile e l’ossigeno consumato. Il fumo, il fiammifero e ciò che ha alimentato la fiamma.

In Italia, la siccità del 2015-2018 è costata 1,45 punti percentuali di crescita del Pil per abitante in meno (circa 24,3 miliardi di euro) e 330mila posti di lavoro. Quella del 2022 è stata anche peggiore, con 43 miliardi di taglio del Pil. In uno scenario più caldo di 2 °C rispetto al periodo pre-industriale, nel nostro Paese le perdite potrebbero salire a 3,99 punti percentuali (circa 74 miliardi di euro) e a 960mila posti di lavoro. Sono i numeri e le stime contenuti nella ricerca Multi-Year Droughts and Their Compounding Economic Impacts in Europe, condotta da ricercatori della Fondazione Cmcc (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) e Politecnico di Milano, con l’obiettivo di quantificare gli effetti economici degli eventi siccitosi, anche dopo la loro conclusione. L’esposizione prolungata a crisi idriche è infatti ciò che ha caratterizzato gli ultimi anni, e il nostro Paese, con l’Europa, sta affrontando un’altra estate di caldo estremo. Agricoltura, manifattura ed edilizia, indica lo studio, sono tra i settori che pagano il prezzo più alto. Se la prima subisce il colpo immediato più forte, recupera tuttavia in due o tre anni grazie ad assicurazioni, aggiustamenti dei prezzi e cambio delle colture. Gli altri due settori invece prolungano le perdite per anni dopo l’inizio della siccità, a causa del concomitante blocco degli investimenti.
Resistere in giudizio potrebbe costare oltre il 10% l’anno, anche nelle controversie sul risarcimento danni, inclusi quelli legati a responsabilità sanitaria e Rc auto. È il potenziale effetto dell’ordinanza 22 luglio 2026, n. 23891, con cui la Terza sezione civile della Cassazione afferma che il tasso d’interesse maggiorato previsto dall’articolo 1284, comma 4 del Codice civile si applica «a qualsiasi domanda di condanna al pagamento d’una somma di denaro, quale che sia la fonte dell’obbligazione dedotta in giudizio». Il tasso è quello previsto per i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, assai più alto dell’interesse legale ordinario che oggi sembra il criterio più adottato dai giudici di merito nelle cause risarcitorie. La portata economica della pronuncia è evidente, soprattutto nelle cause di elevato valore e lunga durata: su una lite da 1 milione di euro che duri due anni, la differenza tra i due tassi porta un aggravio sui 170.000 euro. Il principio, pur non del tutto nuovo (si veda la pronuncia 61/2023 della stessa Cassazione) è, però, tutt’altro che pacifico. La stessa ordinanza del 22 luglio dà atto di consistenti orientamenti contrari, espressi, con varie argomentazioni, da numerose pronunce della Cassazione, che pure di recente hanno escluso l’applicazione del comma 4 ai crediti risarcitori (ritenendolo pensat0 solo per le obbligazioni pecuniarie di fonte negoziale e comunque per debiti di valuta).

Nel 2009 nasceva l’Arbitro bancario finanziario (Abf) promosso da Banca d’Italia, nel 2017 si è aggiunto l’Arbitro per le controversie finanziarie (Acf) patrocinato da Consob e da ultimo l’Arbitro assicurativo (Aas) partito quest’anno sotto l’egida Ivass. Anche se questo titolo di ultimo arrivato l’Aas probabilmente non lo conserverà a lungo, perché già si parla di un altro arbitro previdenziale. Si tratta di istituti nati con la finalità di offrire strumenti per risolvere in modo rapido ed economico le controversie tra cittadini e gli intermediari finanziari. Ma la proliferazione degli arbitri è funzionale per i cittadini? Oppure arrivati a questo punto non sarebbe il caso di pensare a un unico arbitro, magari con collegi variabili, che si occupi di tutta la materia della risoluzione extragiudiziale delle controversie (Adr) come suggerisce il presidente dell’Acf al suo decimo anno di mandato? Certo attualmente ogni arbitro funziona con l’ausilio di una segreteria tecnica curata dall’authority di riferimento e le pronunce di ciascuno sono strettamente collegate con la vigilanza di quest’ultima. Un’opera di semplificazione che ridurrebbe il danno che produce ai cittadini, se non altro in termini di tempi, oltre alla possibilità, tutt’altro che remota, di rivolgersi all’arbitro sbagliato. I numeri degli arbitri sono importanti come si vede dalla grafica in pagina: a fine del 2025 i due esistenti avevano ricevuto 271.257 ricorsi. E l’avvio dell’Aas è sicuramente promettente visto che al 30 luglio 2026, a poco di più di sei mesi dall’avvio dell’attività, ha ricevuto 2.334 ricorsi (l’86% verso imprese di assicurazioni, il 5% verso intermediari assicurativi ed il 9% verso entrambi, i cosiddetti ricorsi multi-controparte) e ha assunto 256 decisioni, di cui il 37% con esito sostanzialmente favorevole per il ricorrente. Mentre il 24% dei ricorsi presentati è stato dichiarato inammissibile per mancanza dei presupposti, per lo più per mancanza del previo reclamo all’intermediario.
Risolvere una controversia con un intermediario finanziario senza dover passare dai Tribunali civili rappresenta un’opportunità concreta per i risparmiatori, ma richiede di saper navigare con precisione lungo tre coordinate fondamentali: la scelta dell’arbitro, il superamento dei filtri procedurali e la valutazione del probabile successo che può avere il proprio ricorso all’arbitro. Un punto di partenza per tutti è rappresentato dalla convenienza economica e dalla rapidità di risoluzione, che costituiscono un punto di forza per il cliente.
Chiediamo a Gianpaolo Barbuzzi, presidente dell’Acf, perché sarebbe opportuno arrivare a un unico arbitro per le materie finanziarie? «Un arbitro unico in materia bancaria, finanziaria e assicurativa semplificherebbe l’accesso allo strumento stragiudiziale da parte dei cittadini, che non dovrebbero più interrogarsi, a monte, su quale sia l’arbitro di volta in volta competente; questo, considerate le non poche zone di confine tra le competenze dei tre attuali arbitri. Apprezzabili, a mio modo di vedere, anche i potenziali benefici in termini di visione d’assieme delle varie tematiche d’interesse, maggiore autorevolezza dello strumento stragiudiziale e razionalizzazione dei costi di funzionamento dei tre sistemi attuali».
Il panorama della risoluzione alternativa delle controversie in ambito finanziario mostra un confine spesso labile tra l’attività dell’Arbitro Bancario Finanziario (Abf) e dell’Arbitro per le Controversie Finanziarie (Acf). E con l’arrivo dell’Arbitro assicurativo (Aas), ma anche con il probabile arrivo di un quarto arbitro previdenziale, la situazione è destinata a complicarsi ulteriormente. Giusto per dare un’idea per le polizze unit linked, Acf si occupa di controversie tra i collocatori e i risparmiatori, mentre Aas dei rapporti successivi con la compagnia. Per dire quanto è rilevante la questione Abf e Acf tengono riunioni periodiche per ripartire correttamente i compiti e i resoconti di questi incontri si trovano sui rispettivi siti, dai quali sono tratte le indicazioni che seguono. E se gli stessi arbitri, costituiti da esperti, devono “concertare” le soluzioni, quanto più sarà difficile orientarsi per i cittadini
A quasi quattro anni dall’inizio delle difficoltà di Eurovita, gruppo poi salvato grazie all’intervento dei leader di mercato italiani (Generali Italia, UnipolSai, Allianz Italia, Poste Vita e Intesa Sanpaolo Vita), il settore assicurativo italiano è in grande salute.
L’indice di solvibilità di fine 2025 è aumentato mediamente di 75 punti percentuali per le compagnie Vita e del circa 30 punti per le compagnie composite (vita e danni) rispetto ai dati di fine 2022 (anno in cui iniziarono i guai per la compagnia poi spezzettata). I rischi di difficoltà finanziarie alla fine dello scorso anno erano molto bassi e lo dimostra l’analisi di Ey che Plus24 è in grado di anticipare realizzata su 49 società assicurative operative in Italia. Anche la grande riforma delle regole europee in arrivo il prossimo 30 gennaio (Solvency II Review) non le metterà in difficoltà: secondo il focus per alcune società sarà quasi neutra, per altre addirittura un piccolo vantaggio. L’analisi è stata effettuata attraverso il confronto dei report Sfcr (Solvency and Financial Condition Report). La fotografia scattata a fine 2025 evidenzia un panorama positivo: c’è un maggiore “cuscinetto” di sicurezza. E i dati sono generalmente in miglioramento anche guardando ai risultati semestrali resi noti dalle compagnie in questi giorni (da Generali a Unipol). Il Solvency Ratio, cioè quanto capitale hanno le compagnie rispetto a quello che serve per coprire i rischi, è salito in media dal 253% di fine 2024 al 272% di fine 2025 (basterebbe il 100% per essere compliant)
«Una delle conseguenze attese della revisione di Solvency II risiede proprio nella liberazione di capitale a livello europeo, da poter impiegare per dare un impulso all’economia e conseguire una transizione sostenibile, ovvero un modello di sviluppo che sia ambientalmente sostenibile, socialmente equo ed economicamente durevole nel lungo periodo». A dirlo è Mauro Agnolon, insurance market leader di EY Italia che riassume per Plus24 il focus della società di consulenza sull’impatto della revisione delle regole europee in vigore dal 30 gennaio
Il travaso prosegue indisturbato, senza pause, con lo svuotamento dei Pir azionari a favore di quelli obbligazionari proposti ormai in via quasi esclusiva dalle case di gestione con il relativo beneficio fiscale. Un’agevolazione (detassazione dei guadagni prevista per chi investe nei Pir per almeno 5 anni) che va a sostenere emittenti di grandi dimensioni e non riserva neanche le briciole all’economia reale. Secondo i dati dell’Osservatorio mensile di Plus24, da gennaio 2023 a fine giugno scorso i Pir obbligazionari hanno raccolto 4,6 miliardi di euro (le altre categorie hanno subito deflussi per 3,9 miliardi) che – ad analizzare i titoli presenti nei portafogli di questi strumenti – hanno finanziato quasi esclusivamente i colossi bancari, le utility e le società partecipate dallo Stato: da Intesa, Banco Bpm, Bper, Unicredit e Generali a Enel, Eni, Snam, Terna, Poste Italiane, Ferrovie dello Stato, Cdp, Rai, Fibercop, Amco, A2A, Hera e Iren. Gli incentivi fiscali non vanno di certo a rafforzare il capitale delle piccole imprese che rappresentano il tessuto produttivo nazionale, ma le grandi realtà che non hanno bisogno della leva fiscale dei Pir per raccogliere risorse finanziarie. Oltre il 93% del patrimonio dei Pir obbligazionari è riconducibile a emissioni bancarie e societarie di grosso calibro.