Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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È stato un Carlo Messina a tutto campo quello che ieri ha difeso l’opas di Intesa Sanpaolo su Mps e liquidato come «irrealizzabili» le ipotesi alternative al vaglio di Siena. L’offerta è «in linea con i tempi per chiudersi entro fine anno. Siamo determinati ad andare avanti», ha tagliato corto il consigliere delegato durante la conference call di presentazione dei risultati semestrali che ha visto al centro proprio l’operazione da 30,6 miliardi lanciata a giugno. Messina si è poi soffermato sulle ipotesi al vaglio di Mps per costruire un’operazione alternativa con Banco Bpm. Siena potrebbe distribuire un dividendo straordinario ricorrendo al capitale in eccesso oppure ai proventi della cessione della quota Generali. «La distribuzione di un dividendo straordinario, secondo la normativa vigente, richiede l’approvazione dell’assemblea straordinaria e dalla Bce. Ma soprattutto non sarebbe semplice cedere Generali: stiamo parlando di una quota di valore molto rilevante. Chi potrebbe acquistarla? Noi siamo impegnati nel lancio dell’offerta. Teoricamente Unicredit potrebbe comprare, ma non credo che oggi sia nelle condizioni di farlo. In alternativa potrebbero esserci soggetti come Axa o Allianz…». Senza contare che l’eventuale cessione della quota potrebbe far crollare il titolo Mps del 20-30%, ha puntualizzato Messina. Intanto Intesa Sanpaolo chiude il primo semestre del 2026 con un utile netto di 5,554 miliardi di euro, in crescita del 6,5% rispetto ai 5,216 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno, e prepara un nuovo consistente ritorno di capitale agli azionisti.
Giugno scalda anche la raccolta del risparmio gestito italiano, nonostante la concorrenza del Btp Si, dedicato alle famiglie, che è stato collocato tra il 15 e il 19 del mese per quasi 9 miliardi di euro. La mappa mensile di Assogestioni rileva che i flussi netti sono tornati positivi per 2,74 miliardi di euro dopo il rosso per 3,61 miliardi registrato a maggio. Nei sei mesi il saldo è di +2,37 miliardi, in frenata dai 12,51 miliardi dello stesso periodo 2025. A sostenere la raccolta di giugno sono stati i fondi aperti che hanno attirato 5,25 miliardi dopo i -2,32 miliardi del mese precedente per un totale di 9,55 miliardi nel semestre. Tra le categorie che hanno raccolto di più nel comparto degli aperti spiccano i fondi obbligazionari con 1,72 miliardi dopo il dato negativo di maggio per 897 milioni. Bene anche i monetari con 1,86 miliardi dai -2,35 di maggio, ma nella dinamica di questi prodotti contano molto i movimenti di portafoglio dei gestori, non tanto le scelte degli investitori retail. Il mese poi si chiude con un bilancio positivo per gli azionari (260 milioni, in linea con i 249 milioni di maggio), per i bilanciati (452 milioni dai 269 milioni di maggio) e per i flessibili (957 milioni dai 402 milioni del mese precedente). Guardando alla nazionalità dei fondi, i prodotti di diritto estero hanno totalizzato nel mese flussi netti per 5,05 miliardi, gli italiani si sono fermati a 196 milioni. Tra gli esteri sono compresi anche gli Etf per i quali Assogestioni però non fornisce indicazioni separate, quindi è impossibile per ora capire quanta parte della raccolta fondi è attribuibile agli aperti tradizionali e quanta agli Etf. Questi ultimi comparti, indicizzati e quotati in Borsa, in particolare si stanno facendo sempre più strada nell’offerta delle sgr soprattutto nella versione attiva che consente di far leva sulle competenze interne di selezione dei titoli offrendo allo stesso tempo un prodotto nella veste di Etf, che è più economico di un fondo tradizionale.
L’utile netto consolidato di Banca Generali ha raggiunto 278,7 milioni nel primo semestre 2026, +39,2% rispetto ai 200,2 milioni dello stesso periodo 2025. Il dato supera i 257,9 milioni indicati dal consenso raccolto dalla società su nove analisti che seguono il titolo. I profitti hanno beneficiato del livello record dell’utile ricorrente, pari a 202,1 milioni (+14,6%), rafforzato dalle più recenti iniziative, ovvero l’integrazione di Intermonte e l’insurbanking con Alleanza, alle quali nelle scorse settimane si sono aggiunti l’accordo sugli Etf con Investlinx e il progetto Pmi2Change per sostenere lo sviluppo e la valorizzazione delle piccole e medie imprese. L’utile non ricorrente si è attestato a 76,6 milioni (23,8 milioni nel primo semestre 2025) grazie all’andamento positivo dei mercati finanziari, che ha più che compensato un onere fiscale di 19,6 milioni riconducibile alla controllata BG Luxembourg. A fine giugno le masse totali hanno raggiunto il nuovo massimo di 129 miliardi (+13,6% annuo, +6,7% da inizio 2026) «di cui più di 80 miliardi generano commissioni ricorrenti», ha sottolineato l’ad Gian Maria Mossa
  • Se il Fondo Monetario chiede di integrare Ivass in Banca d’Italia
Nelle raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale dopo la missione italiana è compreso l’invito, di cui ieri è stato analiticamente scritto su queste colonne, a integrare compiutamente l’Ivass nella Banca d’Italia. Il conseguimento di una piena integrazione richiede che per le assicurazioni vi sia il pieno assorbimento anche di residue competenze governative, come esige la rigorosa autonomia e indipendenza della banca, tutelata per gli istituti dell’Eurosistema dal Trattato Ue avente rango di norma costituzionale e per Italia anche dall’articolo 47 della Costituzione. Ora si potrebbe riprendere il progetto, ma una Vigilanza sul risparmio e sul suo impiego non potrebbe trascurare la Covip, l’autorità di controllo sui fondi pensione, che coerenza vorrebbe fosse immessa in un disegno di generale integrazione. Di qui il passaggio è breve per una complessiva riforma delle authority, più volte sollecitata, ma finora mai adeguatamente proposta pur assistendo sì alla rappresentazione della necessità di un tale cambiamento. Sarà interessante verificare quali scelte saranno compiute.

La scatola nera della macchina inchioda alla condanna per omicidio stradale l’automobilista che investe il pedone. E ciò benché la vittima abbia attraversato fuori dalle strisce bianche e non siano stati mai adottati i decreti attuativi previsti dal codice assicurazione sul valore probatorio dei dispositivi satellitari a bordo dei veicoli: i dati non sono prova legale nel civile, ma risultano utilizzabili nel penale, dove vigono il principio del libero convincimento del giudice e la non tassatività dei mezzi di prova. Insomma: i tabulati sono prove documentali e la difesa non contesta il funzionamento del dispositivo, mentre l’attendibilità dei dati risulta riscontrata dalle valutazioni tecniche oltre che dalle testimonianze. Rischio ordinario il pedone che attraversa fuori dalle strisce nel centro abitato. Così la Cassazione penale, sezione quarta, nella sentenza n. 28578 del 28/07/2026.
Nel 2025 il credito bancario garantito da ipoteca su immobili destinato a finalità extra-immobiliari – cioè per liquidità e per ristrutturazione del debito – è aumentato del 35% rispetto al 2024. In pratica, sta crescendo l’utilizzo (anomalo) della leva ipotecaria come strumento di finanziamento all’impresa non per sostenere nuovi investimenti produttivi o commerciali, ma per porre rimedio a problemi legati alla liquidità, quindi gestionali, o addirittura a crisi aziendale (che richiedono la ristrutturazione dei debiti). Il che starebbe a indicare una valutazione crescente del rischio da parte delle banche con riguardo alla solvibilità delle imprese ovvero una diminuzione dell’affidabilità finanziaria delle imprese in ambito bancario. Mentre secondo gli Accordi di Basilea, tuttora in vigore, per concedere credito a un’impresa la banca deve innanzitutto valutare il merito creditizio e stimare la capacità di rimborso del debito attraverso il rating aziendale (secondo tale logica la garanzia immobiliare riveste un ruolo marginale). I presupposti fondamentali per la valutazione del rischio includono pertanto l’analisi della situazione patrimoniale-finanziaria, la stabilità dei flussi di cassa prospettici e l’affidabilità dei piani industriali
Le imprese puntano il dito contro il risarcimento facile dei danni causati dall’IA (intelligenza artificiale). Lo schema di decreto legislativo attuativo della legge 132/2025 sulla responsabilità civile, all’esame del Parlamento per il parere delle commissioni (atto n. 418), infatti, prevede una valutazione ex lege del rapporto effetto/causa, collegando automaticamente il danno a una qualsiasi violazione del regolamento UE sull’IA n. 2024/1689 (AI act). E così incastra l’operatore economico, che ha poche vie di scampo. È questo l’allarme lanciato dall’associazione Assonime, che ha presentato alla Camera un documento di analitiche osservazioni sullo schema di decreto delegato. Al centro della discussione ci sono le regole sulla responsabilità per danni causati dall’IA. In generale, lo schema di d.lgs. prevede: obbligo per l’operatore economico di esibire, su ordine del giudice, documenti sul funzionamento dell’IA; presunzione del nesso causale tra danno e violazioni dell’AI act; persistenza della responsabilità anche in caso di conformità all’AI act; azione diretta del danneggiato contro l’assicurazione dell’impresa danneggiante; salvezza della responsabilità per danni alla privacy (quando l’IA tratta dati personali); salvezza della responsabilità oggettiva da IA difettosa. Il senso complessivo delle disposizioni è compensare la posizione di debolezza del danneggiato rispetto a fornitori e utilizzatori di IA
Una violazione informatica su quattro è oggi abilitata dall’intelligenza artificiale, con un aumento del 56% rispetto all’anno precedente. E costa di più: in media 6 milioni di dollari, circa un milione sopra la media globale dei data breach, pari a 4,99 milioni. È quanto emerge dal report «Cost of a Data Breach 2026» di IBM. Secondo lo studio, gli attacchi basati su AI — in particolare deepfake e malware evoluti — stanno rendendo il cybercrime più accessibile e scalabile. Il risultato è uno squilibrio crescente: gli attacchi diventano più economici da lanciare, mentre le violazioni sono sempre più costose da individuare e risolvere. Le aziende che adottano AI e automazione nella sicurezza riescono però a contenere i danni, riducendo i costi medi di quasi 2 milioni di dollari. Nonostante ciò, un’organizzazione su quattro non utilizza ancora questi strumenti.
Più che triplicata l’indennità una tantum per i familiari delle vittime sul lavoro. Per gli eventi verificatisi nell’anno 2026, infatti, sarà erogata in misura compresa tra il minimo di 35.672,92 euro (10.265,35 euro nell’anno 2025) nel caso di una sola persona superstite e il massimo di 128.938,26 euro (37.438,26 nel 2025) nel caso di oltre tre persone superstiti. A stabilirlo il decreto del ministro del lavoro n. 90 del 15 luglio 2026 che fissa l’importo delle prestazioni del fondo di sostegno per le famiglie delle vittime di gravi infortuni sul lavoro, in relazione agli eventi del periodo dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026. Il dm è pubblicato sul sito del ministero del lavoro, nella sezione «pubblicità legale».
Il sistema di welfare gestito dai comuni italiani ha mobilitato nel 2022 risorse per un totale di 10,9 miliardi di euro evidenziando una spesa media nazionale di 150 euro per abitante. Questa cifra complessiva comprende gli 8,9 miliardi derivanti direttamente dai bilanci comunali insieme a 1,2 miliardi di rimborsi del Servizio Sanitario Nazionale e 812 milioni di compartecipazione dei cittadini. Dietro questi dati generali si nasconde però una profonda frattura geografica che vede la Provincia Autonoma di Bolzano investire 607 euro pro capite a fronte dei soli 38 euro della Calabria. In questo scenario le risorse destinate al contrasto della povertà e al disagio degli adulti ammontano a 800 milioni di euro per una platea di 1,4 milioni di utenti mentre per gli interventi rivolti a immigrati e nomadi la spesa è salita a 454 milioni di euro raggiungendo circa 445 mila persone. Questi numeri emergono dall’ultimo rapporto curato dall’Area Stato Sociale e Diritti della Cgil basato sull’elaborazione dei dati Istat relativi alla spesa sociale dei comuni.

Mentre la Commissione europea ha scelto di non introdurre una disciplina speciale sulla responsabilità civile da intelligenza artificiale, ritirando la direttiva sull’Ai liability, l’Italia si appresta invece a costruire un regime nazionale autonomo. Una scelta che merita attenzione: non perché sia sbagliato rafforzare la tutela dei danneggiati, ma perché ogni intervento dovrebbe inserirsi con coerenza nell’architettura del diritto civile esistente. L’articolo 18 di uno schema di decreto in questi giorni in discussione alla Camera introduce una disposizione di presunzione relativa del nesso casuale secondo cui quando il danno deriva dalla violazione di uno o più obblighi previsti dall’Ai Act, il nesso di causalità tra la violazione e il danno è presunto, salvo prova contraria. La scelta di alleggerire la posizione del danneggiato appare giustificata: spesso è estremamente difficile ricostruire come un sistema di Ai sia arrivato a una determinata decisione o abbia prodotto un determinato risultato, il suo funzionamento è spesso opaco, tecnicamente complesso e difficile da comprendere per chi subisce un danno. Tuttavia, ancorare la presunzione alla violazione di obblighi che, gravando su soggetti diversi della catena del valore, rispondono a funzioni completamente diverse, rischia di condurre a conseguenze paradossali. Si finirebbe per attribuire lo stesso effetto processuale tanto alla violazione di un obbligo organizzativo, come la formazione del personale derivante ad esempio da disposizioni generiche in materia di alfabetizzazione, quanto alla violazione di obblighi ben più specifici afferenti alle regole che presidiano la progettazione e la sicurezza dell’algoritmo e l’affidabilità dell’Ai.C’è poi un secondo problema. La difficoltà di individuare le cause di un danno provocato da un sistema di intelligenza artificiale non dipende tanto dalla violazione di uno specifico obbligo dell’AI Act, quanto dal fatto che molti sistemi di Ai funzionano come delle “scatole nere” opache e difficili da comprendere anche per i più esperti. Limitare la presunzione ai soli casi di violazione degli obblighi previsti dal Regolamento rischia quindi di produrre un paradosso: potrebbero restarne esclusi proprio i sistemi di Ai vietati dall’Ai Act, come quelli che raccolgono indiscriminatamente immagini dei volti o utilizzano tecniche manipolative, nonostante siano considerati dall’Europa i più pericolosi per i diritti fondamentali.
L’articolo 22 del decreto correttivo Omnibus, attualmente in discussione davanti le commissioni finanze di Camera e Senato su cui oggi saranno votati i pareri aumenta l’aliquota della ritenuta sui dividendi corrisposti a fondi pensione europei: dall’attuale 11% al 20%. La decorrenza della modifica sarebbe immediata, applicandosi «sugli utili corrisposti a decorrere dall’entrata in vigore del presente decreto», quindi il giorno successivo a quello della sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. La ritenuta sui dividendi corrisposti a fondi pensione europei è stata prevista per disinnescare una procedura d’infrazione: i fondi pensione italiani erano soggetti a imposta sostitutiva sul risultato della gestione con aliquota dell’11% e quelli esteri alla ritenuta generale sui dividendi (allora) del 27%. Ciò comportò la procedura d’infrazione n. 2006/4094 (distribuzione di dividendi a fondi pensione stabiliti in altri Stati membri): la Commissione inviò prima la lettera di costituzione in mora e poi il parere motivato; non si arrivò al deferimento alla Corte di Giustizia, perché nel frattempo l’Italia adeguò la propria normativa e la procedura si chiuse quindi l’8 ottobre 2009.

L’autorità di vigilanza finanziaria Bafin acquisisce nuove competenze e in futuro supervisionerà i sistemi di intelligenza artificiale (IA) del settore finanziario. L’obiettivo è promuovere l’innovazione e tutelare i diritti fondamentali, ha comunicato mercoledì l’autorità di Bonn. La nuova competenza derivante dall’ampliamento del mandato si estende agli istituti di credito, alle compagnie assicurative e ad altre società finanziarie soggette alla vigilanza della Bafin, è stato precisato. La base giuridica è costituita dalla legge di attuazione del regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, entrata in vigore mercoledì. Il regolamento sull’IA integra la normativa vigente in materia di mercati finanziari e crea un quadro di riferimento che consente alle imprese di promuovere l’innovazione in modo responsabile, ha spiegato il presidente della Bafin, Mark Branson. «Le persone devono poter contare sul fatto che i loro diritti fondamentali siano tutelati nell’uso dell’IA». La Bafin garantirà, ad esempio, «che tutti abbiano un accesso equo ai servizi finanziari e che nessuno subisca discriminazioni a causa dell’IA».