Il report ANIA–Doxa sui caregiver fotografa un’Italia in cui l’attenzione all’invecchiamento demografico e alla non autosufficienza degli anziani è in crescita, ma non si traduce ancora in una reale consapevolezza della portata del problema né in una pianificazione strutturata dell’assistenza. Su questa distanza pesano barriere culturali ed economiche che ostacolano un approccio tempestivo e razionale, mantenendo la cura all’interno di schemi prevalentemente familiari.
L’indagine, condotta su un campione di mille italiani tra i 25 e i 64 anni, analizza il ruolo dei caregiver, il livello di informazione sull’assistenza (compresi gli strumenti assicurativi come le coperture Long Term Care, LTC) e la percezione dell’impatto attuale e potenziale del caregiving. Il 37% degli intervistati vive oggi in una “famiglia caregiver”, impegnata in attività di cura – in prevalenza verso persone anziane – con intensità diversa; tra le “famiglie non caregiver” si aggiunge un ulteriore 33% che ha sperimentato in passato situazioni di assistenza, anche in età giovanile, nei confronti di nonni o altri familiari non autosufficienti. Pur essendo quindi un’esperienza relativamente diffusa, il livello di informazione su cosa comporti assistere una persona non autosufficiente risulta basso: mancano conoscenze adeguate sugli impatti psicologici su chi presta assistenza, sui servizi territoriali disponibili e sugli strumenti assicurativi dedicati.
La maggior parte di chi oggi vive una situazione di caregiving dichiara che l’assistenza viene gestita facendo leva quasi esclusivamente sulle risorse interne al nucleo familiare. I bisogni più frequenti riguardano la gestione della salute, le attività esterne (spesa, pratiche, accompagnamenti), le faccende domestiche, l’alimentazione, la mobilità e l’igiene personale. Nonostante questo, la resistenza ad avvalersi di aiuti professionali rimane molto elevata: il 67% non ha attivato alcun supporto professionale e, tra questi, la stessa quota non prevede di farlo nel prossimo futuro. In sintesi, quasi una famiglia caregiver su due non ricorre né intende ricorrere a servizi professionali. Le motivazioni non sono solo economiche: emerge una componente culturale profonda, fondata sull’idea di “dover farcela da soli” e sull’associazione della cura a un dovere affettivo esclusivamente familiare, cui si somma spesso il rifiuto dell’assistito ad accogliere figure esterne.
Sul fronte delle risorse economiche, il 49% delle spese di assistenza è coperto con mezzi dello stesso assistito, il 19% con risorse dei familiari, il 18% con l’indennità di accompagnamento pubblica e il 10% con assegni sociali o di invalidità. Più di un quarto (26%) delle famiglie caregiver ritiene che la situazione non sia sostenibile a lungo, considerando carico emotivo, fatica e costo economico. Interessante è il confronto tra percezione dei caregiver e dei non caregiver: chi non vive direttamente la cura tende a immaginarla come molto più impattante, in termini di tempo, salute psicofisica, equilibrio lavorativo e reddito familiare, rispetto a quanto riferito da chi presta già assistenza. Questa distanza può derivare, nei non caregiver, da mancata conoscenza o da una sorta di “rimozione” alimentata dalla paura di scenari molto negativi; nei caregiver, invece, il ruolo dell’affetto e della volontà di prendersi cura porta a ridimensionare il disagio percepito.
Quando lo sguardo si sposta dalla cura dei familiari alla possibile perdita di autonomia personale in futuro, non emergono differenze sostanziali tra caregiver e non caregiver: in entrambi i gruppi prevale una bassa propensione alla pianificazione. La maggioranza conta sul supporto dei figli e dei parenti, sull’utilizzo dei risparmi e, pur con scetticismo, su un intervento pubblico, confermando la centralità della famiglia e la percezione di un welfare pubblico solo parzialmente affidabile. La conoscenza degli strumenti assicurativi specifici per la non autosufficienza è molto limitata: solo l’8% dichiara di avere una buona conoscenza delle polizze LTC, circa un terzo ne ha una conoscenza superficiale, mentre la maggior parte non ne ha mai sentito parlare.
Una volta informati, attraverso un breve concept esplicativo sulle coperture LTC, oltre due terzi degli intervistati si dichiarano interessati ad assicurarsi. Tuttavia, questa curiosità non si traduce in intenzioni concrete di adesione: molti immaginano costi molto elevati e difficili da sostenere e, accanto alla barriera economica (spesso usata anche come “alibi” per la mancata pianificazione), emerge una diffusa sfiducia collegata alla scarsa conoscenza di questi prodotti e alla percezione incerta della loro efficacia.
Propensione alla sottoscrizione di una copertura LTC
Risposte alla domanda: “potresti prendere in considerazione di sottoscrivere una polizza Long-Term Care, ovvero una polizza dedicata
esclusivamente al garantire una rendita o un rimborso delle spese nel caso in cui, a causa di malattia, infortunio o età avanzata, in futuro
tu non sia più in grado di svolgere autonomamente le attività quotidiane (come lavarsi, vestirsi, alimentarsi, ecc.)?”
Tempistica di sottoscrizione di una copertura LTC
Risposte alla domanda: “hai dichiarato che intendi sottoscrivere una polizza assicurativa finalizzata all’assistenza in caso
di non autosufficienza. Indicativamente, quando pensi di farlo?”
Il quadro che ne esce è quello di un Paese in cui il caregiving familiare è già una realtà ampia, ma ancora poco supportata da servizi strutturati e da strumenti di protezione dedicati, con un potenziale di sviluppo delle soluzioni LTC subordinato a un forte sforzo di informazione, educazione assicurativa e costruzione di fiducia.
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