La Banca d’Italia, in collaborazione con la Fondazione CIMA, ha pubblicato lo studio “Economic exposure to wildfires: a firm-level analysis based on innovative hazard mapping in Italy”, che offre una valutazione dettagliata dell’esposizione delle imprese italiane al rischio di incendi boschivi usando mappe di pericolosità ad alta risoluzione e dati georeferenziati a livello di singola unità operativa. L’analisi incrocia localizzazione delle attività economiche e suscettibilità al fuoco, introducendo un approccio fortemente granulare che consente di cogliere le differenze geografiche e settoriali del rischio.

Lo studio mostra che circa l’1,4% delle imprese italiane è attualmente esposto a pericolosità da incendi boschivi, quota che sale intorno all’1,9% se si considerano le unità operative e arriva al 5,4% nel settore agricolo, con incidenze più elevate nelle regioni meridionali e in comparti come agricoltura e costruzioni. Un elemento rilevante è la multi‑esposizione: quasi un terzo dei siti aziendali esposti a incendi risulta anche vulnerabile a frane, evidenziando come i rischi fisici legati al clima tendano a sovrapporsi e ad amplificarsi a livello locale.

La ricerca analizza poi gli effetti economici degli incendi effettivamente avvenuti nel periodo 2021‑2023, abbinando il registro nazionale degli incendi (gestito dai Carabinieri Forestali) alle informazioni sulle singole unità operative. In questi tre anni, circa 1.777 stabilimenti sono stati colpiti da incendi, pari a 0,5 per mille dei siti, con una distribuzione concentrata soprattutto nelle regioni del Sud e un’over‑rappresentazione dell’agricoltura rispetto al peso complessivo del settore nell’economia italiana. La survival analysis condotta sugli stabilimenti colpiti, confrontati con un gruppo di controllo strutturalmente simile, evidenzia che la probabilità di sopravvivenza a un anno delle unità impattate è sostanzialmente comparabile a quella delle unità non colpite, suggerendo che, nel breve periodo, gli incendi non generano un aumento statisticamente significativo di chiusure rispetto al resto della popolazione.

Un secondo filone dello studio utilizza scenari climatici (in particolare +1,5°C e +3°C rispetto ai livelli preindustriali) per stimare come l’esposizione delle imprese agli incendi possa evolvere nei prossimi decenni. Le proiezioni indicano che il numero di siti aziendali esposti cresce di circa il 3% nello scenario più conservativo e dell’11% nello scenario a +3°C, con incrementi più marcati in regioni come Puglia, Campania e Lazio. Gli autori sottolineano come questo incremento relativamente contenuto a livello nazionale nasconda effetti locali potenzialmente rilevanti, e come la dinamica non lineare dei rischi climatici imponga strategie di adattamento mirate per evitare una futura amplificazione delle vulnerabilità.

Inserito in un filone crescente di analisi sui rischi fisici climatici per la stabilità finanziaria, lo studio richiama anche le evidenze europee: indicatori BCE e scenari NGFS mostrano che una quota significativa dei portafogli bancari dell’area euro è esposta a rischi come incendi, alluvioni e siccità, con valori particolarmente elevati per l’Italia.

Gli autori evidenziano infine la mancanza, a livello europeo e italiano, di un quadro regolamentare specifico per il rischio di incendi in prossimità di impianti industriali e commerciali, in contrasto con quanto avviene per il rischio alluvione dopo la Direttiva Alluvioni del 2007, e sottolineano la necessità di integrare dati fisici granulari nei sistemi di monitoraggio, di gestione del rischio e nella progettazione di politiche di adattamento a livello regionale e settoriale.

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