Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

logoitalia oggi7

Individuazione delle anomalie anche attraverso utilizzo autorizzato di intelligenza artificiale, esame delle stesse, con valutazione approfondita di quelle non giustificabili con segnalazione solo di quelle basate su riscontri e dati concreti. E ancora implementazione della collaborazione attiva, tempestività e riservatezza. Sono i principi essenziali richiamati nelle nuove istruzioni Uif, riducendo al contempo gli automatismi difensivi e gli oneri sproporzionati per i soggetti obbligati. Richiesta la nomina del referente per le segnalazioni negli studi professionali. Le nuove istruzioni Uif. Con il provvedimento del 18/12/2025 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale del 31/12/2025 n. 302) l’Uif ha emanato le nuove “Istruzioni per la rilevazione e la segnalazione delle operazioni sospette”, destinate a divenire operative dal 1° luglio 2026. Le nuove istruzioni non si limitano a delineare il contenuto informativo delle segnalazioni, ma forniscono un quadro organico di principi e regole che governano l’intero processo segnaletico, dalla fase di individuazione delle anomalie fino alla trasmissione della segnalazione e alle successive interlocuzioni con la Uif. Il documento, infatti, dedica ampio spazio alle modalità di individuazione ed esame delle anomalie, alle tempistiche di segnalazione, nonché ai rapporti tra l’obbligo di segnalazione e altri adempimenti previsti dalla normativa antiriciclaggio, con ciò contribuendo a rafforzare l’efficacia del sistema di collaborazione attiva, assicurando maggiore qualità, tempestività e completezza delle segnalazioni trasmesse alla Uif.
Meri accertamenti fiscali, generiche notizie di stampa negative o il reiterato ricorso all’uso del contante non legittimano di per sè la segnalazione di operazioni sospette (Sos) nei confronti del cliente: è quanto si trae dal nuovo provvedimento Uif in tema di Sos. Con le nuove indicazioni, in particolare, la Uif ha evidenziato una serie di circostanze che, da sole, non costituiscono elemento sufficiente per generare una Sos, ciò al fine di arginare il fenomeno delle segnalazioni “difensive” che arrecano un inutile superlavoro agli uffici ispettivi, ritardando i controlli fondati. In ottica operativa le istruzioni indicano come “non sufficienti” per la Sos le semplici difformità tra i dati dell’adeguata verifica e altre fonti disponibili (es. incongruenze sul titolare effettivo, che semmai possono far scattare l’obbligo di astensione).
Torna a crescere il rischio di credito delle imprese italiane dopo oltre due anni di graduale miglioramento, pur se si resta lontani dai livelli critici del 2023. La capacità del sistema di far fronte ai crediti vive in un equilibrio fragile: da un lato, imprese, famiglie e banche sono più solide nel 2026 rispetto al 2022, ma dall’altro lato, lo shock energetico, i dazi Usa e la politica monetaria prudente della Bce stanno minando questa progressiva normalizzazione, conquistata dopo il deterioramento osservato nel biennio 2022-2023. La stima, quindi, consiste in una forbice ampia tra diversi settori e tra soggetti resilienti e vulnerabili: il rischio di credito non avrà più una evoluzione uniforme, ma si svilupperà in maniera selettiva. La capacità di distinguere tempestivamente tra fragilità temporanee e vulnerabilità strutturali diventa quindi il principale fattore critico per operatori finanziari, investitori e imprese. Sono le previsioni contenute nel “Credit Outlook 2026: mid-year review” di Cerved Rating Agency. In uno scenario base, che ipotizza una risoluzione delle tensioni nello Stretto di Hormuz entro l’estate, con conseguente attenuazione della pressione inflazionistica, la probabilità media di default delle imprese potrà passare dal 4,7% di maggio 2026 al 5% previsto nel 2027. In tale ipotesi restano instabilità geopolitica, volatilità energetica, condizioni finanziarie restrittive e tensioni commerciali, che però saranno più prevedibili. Invece, in uno scenario avverso, caratterizzato dal protrarsi della crisi energetica, la probabilità di default (PD) potrà salire fino al 5,7%, in seguito alle pressioni su liquidità, rifinanziamenti e deterioramento della qualità del credito. Si tratta di una ipotesi più pessimistica, ma realistica, caratterizzata da elevata inflazione, politica monetaria restrittiva e proseguimento dello shock energetico anche in autunno, stagflazione e frammentazione commerciale
Dopo aver retto gli urti degli ultimi anni, contraddistinti dalle conseguenze della pandemia, dall’inflazione, da politiche monetarie restrittive, da interruzioni nelle catene di approvvigionamento e da tensioni geopolitiche, le società di capitali non finanziarie dell’Ue-27 sono messa ancora a dura prova. E se il profilo di rischio creditizio è rimasto stabile e sostenibile tra il 2022 e il 2024, oggi si stima un incremento nel biennio 2026-2027. È quanto emerge dalla prima edizione del Crif European Credit Outlook, che fornisce una valutazione completa del profilo di rischio di credito di circa 48.000 società di capitali europee, secondo il quale, in uno scenario base, il tasso di default pubblico a 1 anno per le società è atteso in crescita nel corso del 2026, raggiungendo lo 0,48% (circa lo 0,4% nel 2024 e nel 2025 secondo le ultime stime disponibili), mentre nello scenario avverso si prevede una crescita più marcata dei tassi di default fino allo 0,58%. Ulteriore picco è atteso per il 2027: 0,55% nello scenario base e 0,71% nello scenario avverso, a causa dell’evoluzione delle condizioni macroeconomiche, geopolitiche e creditizie nel corso del 2026. Tuttavia, i trend non risultano omogenei tra i diversi settori
Mentre il Codice della crisi d’impresa (Ccii) descrive i plurimi e complessi compiti demandati all’esperto della Composizione negoziata della crisi (Cnc), per quanto attiene alla disciplina delle responsabilità mancano nel Ccii stesso chiari riferimenti normativi che possano indirizzare la non agevole declinazione di regole di comportamento su tali aspetti. Così, l’ultimo paragrafo dei Principi di comportamento dell’esperto della composizione negoziata, emanati dal Cndcec, dedicato all’esame delle responsabilità civili e penali della nuova figura si cerca di dare un punto di riferimento ai professionisti
Nel caso di errore del singolo, la società non è chiamata a rispondere. La responsabilità fiscale delle ritenute retrocesse, nel caso in cui l’importo attribuito sia viziato da errori, grava sempre sul socio, ossia sul soggetto che le ha individuate e quantificate; l’ente che riceve e monetizza l’eccedenza si trova sempre al riparo da contestazioni. È il messaggio contenuto nella circolare 12/E/2010. Il conteggio viene effettuato nella sfera personale del socio e, di conseguenza, l’ente non ha possibilità di conoscere la correttezza del procedimento; coinvolgerlo nelle sanzioni significherebbe addossare la responsabilità ad un soggetto del tutto estraneo. Inoltre, addossare all’ente eventuali problemi di responsabilità, significherebbe coinvolgere anche la posizione degli altri soci, che potrebbero vantare interessi divergenti o completamente estranei a quelli di colui che ha determinato l’emergere dell’errore. Resta inteso che sarà direttamente il socio o l’associato ad assolvere, mediante il pagamento diretto, il debito residuo Irpef non scomputato dall’ammontare delle ritenute ritrasferite alla società. È, quindi, escluso che il soggetto partecipato possa incorrere in una responsabilità solidale a seguito di errori di utilizzo delle ritenute da parte dei soci o associati, a condizione che lo stesso socio o associato provveda a riversare, anche avvalendosi del ravvedimento operoso, un importo corrispondente al maggior ammontare attribuito in virtù dell’errore
Gli addetti ai lavori parlano di resilienza, riferendosi dell’andamento del settore Private Equity in Italia nel 2025. Lo scorso anno, infatti, c’è stata una crescita record della finanza per le pmi, con il miglior risultato di sempre: 6,5 miliardi di investimenti, 1,3 dei quali dedicati al private equity, e una crescita del 21% del numero di operazioni, ben 887. A fronte di questa crescita, però, la raccolta è calata del 46%, a 3,57 miliardi, «limitando così di fatto l’attività degli operatori che hanno a disposizione meno capitali al supporto della crescita aziendale», spiega  PwC Italia, che ritiene che nel 2026 il settore resti un traino per la crescita e la trasformazione del tessuto industriale italiano: da inizio anno ad aprile 2026 sono stati registrati 180 deal, con un incremento del 27%. Riflettori puntati poi sul mondo delle assicurazioni: come ha spiegato il neo presidente dell’Ivass, Paolo Angelini, nella relazione annuale dell’istituto, per effetto della revisione della direttiva Solvency II, operativa dal 30 gennaio 2027, verranno “liberati” 5 miliardi di capitale del settore assicurativo, che garantiranno un aumento del 10% dell’indice di solvibilità. Questa revisione determinerà una ricalibrazione dei requisiti di capitale, rendendo più attrattivi gli investimenti in azioni, fondi di private equity e di venture capital, strumenti particolarmente idonei a finanziare innovazione e sviluppo dimensionale delle imprese. Si creano dunque le condizioni per un maggiore investimento in questi attivi da parte delle assicurazioni
Nel 2025 il mercato italiano di private equity ha fatto registrare 11,6 miliardi di investimenti, con una decisa contrazione della raccolta, scesa del 46% a 3,57 miliardi. È quanto emerge da un recente rapporto curato da da KPMG per AIFI, dal quale emerge che crescono numericamente le operazioni concluse (887) e il mid-market tocca un massimo storico con 6,456 miliardi. Gli operatori che sono andati in fundraising sono saliti a 44, rispetto ai 42 dell’anno precedente. Guardando al 2026, l’onda lunga dei passaggi generali in cerca di una soluzione continuerà ad essere una grande opportunità per il mercato primario. In tal senso il Private Equity dovrà essere sempre più in grado di parlare al capitalismo familiare italiano creando forme di dialogo e coabitazione virtuosa e diventando parte integrante del ciclo di vita del nostro tessuto imprenditoriale
I lavoratori italiani guardano con diffidenza alla previdenza integrativa. Il 76,1% dei dipendenti pensa che potrebbe essere una soluzione per mantenere o migliorare il proprio tenore di vita da pensionato. E il 69,9% ritiene che, oltre che per integrare la pensione pubblica, potrebbe comunque contribuire a generare le risorse per finanziare progetti, attività ed esigenze di vita nell’età longeva. Tuttavia, questo riconoscimento ad oggi non si è tradotto in conseguente adesione: i tassi di partecipazione alle forme di previdenza complementare sono inferiori al 40% delle forze di lavoro. Sono alcune delle evidenze che emergono dalla settima edizione dell’indagine di Assogestioni, l’associazione italiana del risparmio gestito, realizzata con il Censis, sul rapporto degli italiani con la previdenza complementare. Un focus che amplifica il racconto delle ricerche passate, in ragione dell’entrata in vigore il 1° luglio delle novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026. Dalla ricerca, condotta su un campione di lavoratori italiani tra i 18 e i 50 anni, emerge che i lavoratori percepiscono la rilevanza della previdenza integrativa, ma continuano a conoscerla poco, a rinviarne la scelta o a guardarla con diffidenza
Nel 2025 sono stati mediamente erogati ai lavoratori italiani mille euro di credito welfare. Un dato in linea con il valore del 2024, cresciuto stabilmente negli ultimi quattro anni rispetto agli 840 euro del 2021, così come il tasso di utilizzo del credito, che nel 2025 si è attestato all’84%, in aumento costante rispetto al 79% del 2021. È uno dei dati rivelati dall’edizione 2026 dell’Osservatorio Welfare di Edenred Italia, che incrocia due fonti: l’analisi degli utilizzi reali di 5.500 aziende e 870 mila beneficiari, e due indagini Ipsos Doxa condotte su 1.000 lavoratori dipendenti e 200 HR manager. A guidare la crescita dei pacchetti welfare sono stati soprattutto i fringe benefit, ovvero beni e servizi che l’azienda riconosce in aggiunta allo stipendio, utilizzati soprattutto per consumi quotidiani. La quota di credito welfare destinata ai fringe benefit è più che triplicata negli ultimi nove anni, passando dal 16,2% del 2017 all’attuale 55,1%, che ne fa la prima voce di welfare per i lavoratori dipendenti italiani. I servizi alla persona e ai familiari sono desiderati dal 20% di chi oggi non ne dispone e dal 24% tra i caregiver, ma sono offerti soltanto dal 10% delle aziende.

Repubblica_logo

Il caldo brucia produttività, raccolti, consumi ed energia. Ha ormai un costo che si misura nei pronto soccorso più affollati, nelle ore di lavoro perse, nei condizionatori accesi più a lungo e nelle imprese costrette a rivedere i piani. L’ondata di calore, non è più un solo fatto meteorologico, ma una voce di bilancio, in negativo. Secondo un’indagine di Allianz Trade, ogni grado in più tra i 30 e i 35 riduce la produzione oraria media di circa il 3%, mentre il consumo energetico aumenta dell’1,2% per grado a causa della maggiore domanda di aria condizionata. Se si consulta il report di Deloitte, invece, il rischio climatico rappresenta una variabile strutturale per la competitività e i danni diretti alle infrastrutture italiane
potrebbero raggiungere i 5 miliardi annui entro il 2050. Nello stesso periodo, a seconda dell’intensità, il Pil potrebbe ridursi tra l’1,6 e il 6%. Gli effetti del caldo impattano sull’economia reale e sulla finanza in modi differenti tra costi di rifinanziamento, l’aumento del debito pubblico e la compressione dello spazio fiscale. Tra le piccole e medie imprese, però, solo il 14% ha adottato misure per continuare a essere operativi in caso di eventi estremi e solo il 10% è intervenuto su impianti ed edifici. Per gli economisti di Allianz in Italia, Francia e Spagna la riduzione cumulativa
del Pil oscilla tra il 5 e il 7% rispetto allo scenario climatico storico. Le perdite di Pil potrebbero raggiungere quota 206 miliardi di euro in Francia, 126 miliardi in Italia, 112 in Germania e 103 in Spagna. Dal 1980 a oggi gli eventi di stress termico sono aumentati di sette volte e la mortalità media è quintuplicata. La curva punta verso l’alto. L’Italia è tra i Paesi più esposti: da sola rappresenta circa il 18% dei decessi globali censiti legati alle ondate di calore, seconda soltanto alla Russia

aflogo_mini

 

Il Parlamento europeo ha dato il via libera all’AI Omnibus, il pacchetto di semplificazione che modifica alcune scadenze dell’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale in vigore dall’agosto 2024. Il rinvio più rilevante riguarda i sistemi ad alto rischio: quelli usati come software a sé stanti, cioè non integrati in un prodotto fisico regolato da altre norme europee, slittano dall’agosto 2026 al 2 dicembre 2027; quelli incorporati in prodotti come dispositivi medici o macchinari industriali arrivano invece all’agosto 2028. Sono le applicazioni dell’IA considerate più sensibili, perché possono incidere sulla salute, sulla sicurezza o sui diritti fondamentali delle persone: dalla diagnosi medica alla selezione del personale, fino all’amministrazione della giustizia. Per questi sistemi l’AI Act prevede obblighi stringenti sulla qualità dei dati, sulla sicurezza informatica, sulla documentazione tecnica e sulla presenza di un controllo umano effettivo
Per i fondi pensione negoziali (o chiusi) il tempo è galantuomo. Stando ai dati della recente Relazione della Covip (l’ente di vigilanza) riferiti agli ultimi 20 anni, i fondi pensione nati su iniziativa dei sindacati e dei datori di lavoro hanno performato meglio di quelli aperti, creati dalle banche o dalle assicurazioni: 3,2% medio annuo per quelli del comparto “bilanciati” contro il 3 di quelli aperti. I fondi chiusi rendono più degli aperti anche sugli “azionari”: 4,2% medio annuo contro il 3,8. La cosa sorprende ancora di più perché i fondi chiusi sono mediamente più prudenti e incorporano una quota azionaria inferiore: 35,4% contro il 44% nei bilanciati; e il 63,6% contro l’81,3% negli azionari. In altre parole, i fondi aperti bilanciati e azionari fanno rischiare di più ai propri iscritti ma negli ultimi 20 anni hanno reso meno degli omologhi chiusi. Alla fine dei conti, negli ultimi 20 anni i fondi aperti vincono soltanto nella categoria “obbligazionari puri”: 1,4 per cento medio annuo contro l’1,1
Il campo di battaglia si è spostato sul software, e la velocità con cui sta cambiando volto rende ormai obsoleta qualsiasi fotografia statica del rischio cyber. È quanto emerge dal nuovo report di Klecha & Co. “The New Warfare: Cyber, AI, and the Weaponisation of Code”, che intreccia dati di mercato, casi e analisi geopolitica per raccontare come l’intelligenza artificiale stia ridisegnando tanto le strategie offensive quanto quelle difensive nel cyberspazio. Entro il 2027 gli attacchi informatici potenziati dall’IA rappresenteranno oltre il 30% dei principali incidenti cyber a livello globale, con gli attacchi agentici autonomi a costituire una quota crescente. E i dati di inizio 2026 suggeriscono che la traiettoria stia procedendo più rapidamente delle attese. La compressione dei tempi d’attacco è il dato che più colpisce gli analisti. In una violazione tradizionale guidata da un essere umano, l’attaccante ottiene l’accesso iniziale all’ora zero, esplora l’ambiente all’ora due, identifica gli obiettivi all’ora cinque e passa il controllo a un operatore ransomware o a un tool di esfiltrazione dati all’ora otto. Un agente IA agentico può comprimere la 1 I dati di inizio 2026 dicono che la traiettoria degli attacchi stia crescendo più delle stime stessa sequenza in meno di 30 secondi. Non si tratta più di teoria. L’annuncio Ibm-Anthropic del novembre 2025 ha confermato la prima campagna di cyberspionaggio autonomo su larga scala. Gli attaccanti gestivano sistemi multi-agente orchestrati capaci di pianificare, eseguire e riportare operazioni di intrusione con un intervento umano minimo. L’IA generativa sta intanto abbassando drasticamente la barriera d’ingresso per il cybercrime. Il report segnala che gli attacchi di phishing sono aumentati del 1.265% nell’ultimo anno, una crescita attribuita alla diffusione di strumenti generativi capaci di produrre deepfake audio e video indistinguibili dalle comunicazioni legittime. Palo Alto Networks, nelle sue previsioni 2026, descrive l’emergere del “Ceo doppelgänger”: una replica perfetta generata dall’IA di un leader aziendale, capace di impartire ordini in tempo reale. Nel solo 2025, l’Internet Crime Complaint Centre dell’Fbi ha registrato oltre un milione di denunce, con perdite negli Stati Uniti che si avvicinano ai 21 miliardi di dollari. In Spagna, l’Incibe ha gestito 122.223 incidenti nel 2025, in crescita del 26%, mentre la Francia ha affrontato oltre 3.500 eventi di sicurezza e gestisce oggi più di 2.500 segnalazioni mensili di attacchi. A confermare la tendenza arriva anche il Rapporto Clusit 2026: gli attacchi cyber gravi sono cresciuti del 49% a livello globale rispetto all’anno precedente, raggiungendo il numero assoluto di 5.265 incidenti.
Ci sono due date che Antonio Forzieri, Cybersecurity Strategy Director di Wind Tre, cita quando parla ai clienti delle nuove frontiere delle minacce. La prima è il 30 novembre 2022: «Ci svegliamo e scopriamo ChatGpt. Un’interfaccia conversazionale che ne rende immediato l’utilizzo e sembra poter fare praticamente di tutto». La seconda è il 7 aprile 2026: «Anthropic annuncia Mythos, un modello capace di operare sia nella sicurezza informatica sia nella ricerca biologica, al punto da non essere rilasciato pubblicamente». In mezzo, un salto di paradigma: dai bot conversazionali agli agenti AI, sistemi capaci di eseguire azioni nel mondo reale, sempre più autonomi. Qui emerge il punto: «Gli attaccanti sono più rapidi dei difensori ad abbracciare la tecnologia nuova», avverte Forzieri. Nell’era dell’IA agentica l’asimmetria si amplifica. Lo conferma un report di Anthropic che ha tracciato un attore malevolo capace di automatizzare fino all’80% della catena di attacco. «Ciò che colpisce è la semplicità: nessun comando tecnico. Sembra l’uomo della strada che chiede a qualcuno di fare qualcosa». Le minacce seguono schemi consolidati, ma raffinati dall’IA. Il phishing colpisce «l’hardware più vulnerabile che abbiamo: il cervello». Accanto, ransomware chirurgici nelle supply chain e credenziali compromesse, poi rivendute nel dark web dagli access broker.

A tre settimane dall’annuncio dell’offerta pubblica di acquisto e scambio che Intesa Sanpaolo ha lanciato sulla totalità delle azioni del Monte dei Paschi di Siena, operazione che prenderà corpo dopo l’assemblea dei soci che la stessa Intesa ha convocato per il 10 settembre, i protagonisti della finanza italiana provano a delineare i confini delle società coinvolte all’indomani della conclusione dell’operazione prospettata. Alla luce, soprattutto, di un fatto nuovo: la salita al 29,9 per cento nel capitale del Banco Bpm dei francesi del Crédit Agricole, dal precedente 22,9 per cento. Il Banco Bpm  ha sottoscritto una proposta che vede in prospettiva con Mps una fusione tra simili, più che un merger of equals, forte dalla sua parte di 320 mila pmi clienti, con una garanzia sugli equilibri di governance, sulla tutela dei marchi e delle sedi storiche. Una proposta da valutare, ma che di prim’acchito sembra meno interessante rispetto al concreto pacchetto di Intesa. Come ne può uscire Castagna? Le opzioni all’orizzonte si restringono. Mentre va rilevato che il governo di Roma un anno fa utilizzò il Golden power per impedire alla italianissima Unicredit di avvicinarsi al Banco Bpm, mentre oggi assiste silente alla crescita dei francesi del Crédit Agricole che già controllano quasi un terzo della banca milanese, è proprio Unicredit l’unica realtà che può regalare un futuro alle ambizioni di Castagna. Ipotizzare un’entrata nell’orbita Agricole è complesso. Anche a ruoli invertiti. Così Andrea Orcel, ceo di Unicredit, potrebbe tornare in scena, ma a quali condizioni? E la quota francese, in questo caso, come potrebbe essere liquidata? Troppe, per ora, le variabili da definire. Anche perché Orcel fino a venerdì prossimo, 3 luglio, è impegnato a contare le azioni che i soci della tedesca Commerzbank consegneranno all’ops che Unicredit ha lanciato attraverso la controllata Hvb. È un’acquisizione da 40 miliardi di euro: è il caso di dedicarvi la massima attenzione.
Se l’opas di Intesa sul Monte dei Paschi di Siena e la controllata Mediobanca dovesse arrivare al traguardo, il gruppo guidato da Carlo Messina si troverebbe ad essere il primo azionista delle Assicurazioni Generali. Con una particolarità: il Leone di Trieste, primo assicuratore italiano, quarto in Europa, si troverebbe ad avere come azionista numero uno il suo primo concorrente sul mercato Vita in Italia, Intesa Sanpaolo Assicurazioni. Una anomalia.  L’Antitrust potrebbe arrivare a imporre la vendita di pezzi delle Generali e questo non è visto con favore a Trieste che, lo ha dimostrato anche recentemente, a una cosa tiene molto: l’indipendenza del management dagli azionisti. Cosa farà Lovaglio? Quella partecipazione, che ai valori attuali equivale a un impegno da 9 miliardi di euro, è stata sempre considerata dal manager senese un nice to have. Lovaglio ha parlato delle Generali come di un affare prospettico tra Unicredit e Intesa Sanpaolo. Oggi quella quota rischia di essere la condanna di Mps, la fine di una autonomia. A meno che non si trovi un’alternativa, che piaccia tanto a Milano quanto a Trieste. E a Siena.
Il factoring continua a crescere in un contesto economico segnato da incertezza geopolitica, tensioni commerciali e prospettive di sviluppo moderate. Nel 2025 il mercato italiano ha raggiunto un turnover (il valore complessivo dei crediti commerciali acquistati o gestiti dagli operatori del settore) di 289 miliardi di euro, in aumento del 3,8% rispetto all’anno precedente. E i primi tre mesi del 2026 hanno confermato il trend in atto, con una crescita del 3,67 per cento. Numeri che raccontano un settore in espansione e destinato a mantenere un ritmo di sviluppo superiore a quello dell’economia italiana. Perché questo potenziale possa esprimersi pienamente, però, sarà necessario superare alcune sfide, tra cui la diffusione della conoscenza dello strumento e l’innovazione tecnologica. È quanto emerge dall’assemblea annuale di Assifact, l’associazione italiana del factoring, che ha presentato il Rapporto sul mercato 2025 ed eletto Anna Carbonelli, Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo, alla presidenza per il triennio 2026-2029. «Alla base della crescita del factoring c’è una ragione concreta: la capacità di sostenere le imprese nella gestione del capitale circolante, trasformandone i crediti commerciali in liquidità», nota Carbonelli.

Le proiezioni del Sistema di Sorveglianza della Mortalità Giornaliera (Sismg) stimano centinaia di decessi attribuibili agli incrementi delle temperature. Conferme in questo senso arrivano da diversi studi recenti pubblicati su NatureMedicine, ISGlobal e Lancet Countdown, solo per fare alcuni esempi. Il rapporto Grantham Institute dell’Imperial College ha stimato i decessi attribuibili al cambiamento climatico in 12 grandi città (incluse le italiane Roma, Milano e Sassari) interessate dall’ondata di calore di giugno 2025 (23 giugno-6 luglio): su 2.305 decessi attribuibili al caldo, il 64% (1.504) sarebbero causati dal cambiamento climatico in atto causato dalle attività antropogeniche. Sempre secondo lo studio, Milano sarebbe una delle città con il numero di decessi stimato più elevato (499, di cui 317 attribuibili ai cambiamenti climatici), seguita da Parigi e Barcellona. A fronte di un aumento del 22% nel 2022 della mortalità estiva, nell’ultimo biennio i decessi sono stati addirittura inferiori alle attese (-4% durante l’estate 2025 nelle 54 città italiane monitorate). «Potrebbe esserci un effetto delle misure di prevenzione e di adattamento climatico, messe in campo dai territori», spiega Michelozzi. L’Italia infatti è uno dei pochi Paesi europei che ha un Piano di prevenzione degli effetti sulla salute delle ondate di calore.
Dal 1° luglio 2026 cambia il paradigma della previdenza complementare. La legge di Bilancio (199/2025, articolo 1, commi 201-205), modificando il Dlgs 252/2005, trasforma l’adesione ai fondi pensione da scelta volontaria a opzione predefinita: per i lavoratori del settore privato di prima assunzione, scatta l’iscrizione automatica al fondo previsto dal Ccnl applicato (in mancanza, al residuale Cometa). Il termine per rinunciare e conservare il Tfr in azienda scende dai sei mesi del vecchio silenzio-assenso a 60 giorni. Resta invece il termine di sei mesi per chi è stato assunto entro il 30 giugno 2026 e non ha ancora scelto. Il datore ha l’obbligo, contestualmente all’assunzione, di fornire informativa ai lavoratori sui nuovi obblighi normativi. La novità non è solo procedurale. L’adesione è “piena”: non si conferisce più il solo Tfr maturando, ma anche un ulteriore contributo, a carico del datore e del lavoratore nella misura prevista dagli accordi collettivi. Unica eccezione, la salvaguardia per i redditi bassi: nessun contributo del lavoratore se la retribuzione annua lorda è inferiore all’assegno sociale. L’effetto è retroattivo: se la scelta non viene esercitata, i versamenti partono dal mese successivo ai 60 giorni ma comprendono le quote dalla data di assunzione. Un meccanismo che, quando l’azienda è già tenuta al versamento al Fondo Tesoreria, apre un problema di coordinamento non ancora risolto dalla prassi: nel periodo-finestra il Tfr è provvisoriamente destinato (anche se non ancora versato) alla previdenza complementare (il lavoratore è considerato già aderente fino a sua indicazione contraria); ma se il lavoratore rinuncia entro i 60 giorni dalla data d’assunzione, le quote -rimaste inizialmente sospese- vanno dirottate al Fondo Tesoreria a posteriori, senza che la norma o le Faq pubblicate dal ministero del Lavoro fissino la procedura. La destinazione del Tfr alla previdenza complementare, una volta operata anche per silenzio, è irreversibile. È reversibile, invece, la scelta di mantenere il Tfr in azienda.
Per i rapporti di lavoro a tempo determinato la riforma prevista dalla legge di Bilancio 2026 non prevede un regime dedicato, e proprio questo genera le maggiori incertezze gestionali. La legge 199/2025 detta una regola generale. Le Faq del ministero del Lavoro e le nuove linee Covip la calibrano sulla durata: l’adesione automatica si perfeziona solo se il rapporto consente il decorso dei 60 giorni dall’assunzione e le linee Covip precisano che eventuali sospensioni del rapporto (quali malattie, infortunio, e così via) non sospendono il computo dei 60 giorni. Nei contratti più brevi l’automatismo non si attiva, e resta praticabile solo l’adesione esplicita. Il datore resta comunque tenuto all’informativa per ogni rapporto, anche brevissimo, con un aggravio non trascurabile nei settori ad alta rotazione di personale. E quando il rapporto cessa prima dei 60 giorni l’automatismo non si perfeziona, con il Tfr liquidato a fine rapporto.
Rischia una sanzione disciplinare l’avvocato che, nel redigere gli atti processuali, trascrive quanto elaborato dall’intelligenza artificiale senza verificare l’esattezza delle risposte. Con la sentenza 1352/2026 del 5 maggio scorso, infatti, la Corte d’appello di Bologna (presidente Allegra, relatore Morlini) ha disposto la trasmissione degli atti al competente Consiglio dell’Ordine degli avvocati per le proprie valutazioni in ordine alla condotta del difensore di una delle parti, il quale nella citazione d’appello aveva attribuito a pronunce della Cassazione, indicate con numero e anno, principi di diritto in effetti non espressi. Una condotta che è anche costata al ricorrente la condanna per responsabilità aggravata al pagamento di una somma a favore della controparte (articolo 96, comma 3) e di una somma a favore dell’Erario (articolo 96,comma 4).