L’esposizione al caldo estremo è un considerato attualmente il maggior rischio occupazionale legato al cambiamento climatico. Il tema è approfondito in un nuovo Discussion Paper EU-OSHA che esplora come dispositivi indossabili, app e indumenti refrigeranti possano integrare le strategie di prevenzione

Il caldo estremo, provocato dai cambiamenti climatici, è divenuto il rischio occupazionale più diffuso in Europa. Secondo il recente Discussion Paper pubblicato dall’Agenzia europea EU-OSHA, “New Technologies and Prevention of Occupational Risks Related to Climate Change: The Case of Heat“, frutto di analisi della letteratura scientifica e quindici interviste con tecnici, igienisti industriali, specialisti SSL e sindacalisti in Europa e negli Stati Uniti. l’esposizione al caldo estremo riguarda ogni anno circa 2,41 miliardi di lavoratori nel mondo nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia, dei trasporti, della raccolta rifiuti, del turismo e della manutenzione. L’Europa è particolarmente vulnerabile: il 2023 è risultato l’anno più caldo mai registrato, con temperature di 1,48 gradi Celsius sopra i livelli preindustriali. Secondo le proiezioni ILO, l’aumento delle temperature determina inoltre un rilevante impatto sulla produttività: entro il 2030 andrà perso il 2,2 per cento delle ore lavorative globali, con una perdita equivalente a 80 milioni di posti di lavoro a tempo pieno.

Ad essere più esposti sono gli agricoltori, che presentano un rischio di decesso correlato al caldo estremo 35 volte superiore rispetto ad altri settori; nel comparto edile statunitense i lavoratori hanno rappresentato il 36 per cento dei decessi professionali da calore pur essendo solo il 6 per cento della forza lavoro. L’indagine OSH Pulse 2025 di EU-OSHA su circa 28.000 lavoratori europei conferma che il calore estremo è il rischio climatico più diffuso: ne è colpito il 20,3 per cento dei lavoratori, con incidenza significativamente più alta per chi opera all’aperto. I lavoratori precari, migranti e privi di rappresentanza sindacale sono i più vulnerabili.

Il documento EU-OSHA struttura le misure di prevenzione su diversi piani. Sul piano ingegneristico: sistemi di condizionamento, ventilazione e aree ombreggiate per il riposo. Sul piano organizzativo: programmazione degli orari nelle ore più fresche, attenzione all’idratazione, acclimatazione progressiva, rotazione dei compiti e self-pacing – la possibilità per il lavoratore di regolare autonomamente il proprio ritmo in funzione dello stress fisico, misura semplice ma tra le più efficaci secondo gli studi sul campo.

Meccanismi del rischio da caldo estremo

Il rischio deriva dalla combinazione di tre fattori: condizioni ambientali (temperatura, umidità, irraggiamento solare, vento), sforzo fisico (calore metabolico) e isolamento termico dovuto agli indumenti di lavoro/DPI. La vulnerabilità individuale dipende anche da età, comorbilità e farmaci, oltre che da fattori di genere (ciclo mestruale, gravidanza, norme sociali che portano alcune lavoratrici a bere meno in assenza di servizi igienici adeguati). Quando la temperatura corporea supera i 38 °C e si mantiene elevata, si ridotta capacità fisiche e cognitive; oltre circa 40,5 °C aumentano i rischi di danni organologici e neurologici. La risposta fisiologica (sudorazione) induce disidratazione, favorisce problemi renali e “annebbia” l’attenzione, con maggior rischio di infortuni da affaticamento, calo di concentrazione e uso insicuro degli strumenti.

Misure di prevenzione “classiche”

Il documento richiama la gerarchia delle misure di controllo: eliminazione/sostituzione del pericolo, misure ingegneristiche, misure organizzative/amministrative e, per ultimo, DPI. Poiché il caldo da cambiamento climatico non è eliminabile a livello di singola organizzazione, il focus è su interventi tecnici (ventilazione, aria condizionata, aree d’ombra e riposo), organizzativi (acclimatazione, idratazione continua, cicli lavoro–riposo, auto‐regolazione del ritmo di lavoro, programmazione dei compiti più pesanti nelle ore più fresche, più pause, flessibilità dei turni) e DPI adeguati. Il testo insiste sull’importanza delle valutazioni del rischio partecipativo, con coinvolgimento diretto dei lavoratori, e sottolinea che l’efficacia delle misure dipende dalle caratteristiche aziendali (dimensione, struttura gerarchica, presenza di sindacato, modello organizzativo). Nelle micro e piccole imprese, e per lavoratori informali o a cotto, la pressione produttiva rende più difficile fermarsi, idratarsi o auto‐modulare il ritmo.

Nuove tecnologie per la gestione del caldo

La parte finale è dedicata alle tecnologie emergenti:

  • Soglie ambientali e regolazione degli orari : limiti di temperatura sopra i quali il lavoro è vietato o deve essere riorganizzato, usati anche come “trigger” per misure specifiche (acclimatazione, pause obbligatorie).

  • Wearable digitali: dispositivi indossabili che rilevano temperatura cutanea, frequenza cardiaca e altre biometrie. Attraverso algoritmi predittivi stimano la temperatura “core” e inviano dati a un hub centrale (dashboard aziendale), generando allarmi e raccomandazioni in tempo reale (es. fare pausa, rallentare il ritmo). I dati possono essere usati anche per analisi predittive, con problemi e scelte legate alla privacy e alla gestione dei dati.

  • App su smartphone : combinano dati ambientali (via GPS e meteo) con informazioni inserite dal lavoratore (età, peso, intensità del lavoro, abbigliamento) per stimare il rischio e inviare notifiche (bere, andare all’ombra, fare pausa), oltre a funzioni SOS.

  • Indumenti raffrescanti (PCG) : capi che aiutano a dissipare calore (ventilazione, sistemi a liquido, materiali a cambiamento di fase). Un esempio sono le giacche ventilate con piccole ventole integrate: garantiscono buona autonomia e libertà di movimento, ma la durata dipende dalla batteria e l’efficacia varia con il contesto (es. ambienti molto umidi). La scelta del capo più adatto dipende dal tipo di lavoro, dalla durata del turno, dalle interferenze con le mansioni.

Il documento avverte che la tecnologia non deve essere la soluzione principale, ma uno strumento all’interno di piani di prevenzione più ampi. Mancano ancora standard istituzionali per la certificazione dei dispositivi: un mercato in espansione senza validazione indipendente rischia di diffondere strumenti inefficaci. Permangono inoltre questioni di privacy legate alla raccolta di dati biometrici, che richiedono contrattazione collettiva. Il ruolo delle istituzioni, tra cui l’Inail, da anni impegnato con il progetto Worklimate sui temi della mitigazione dell’esposizione dei lavoratori al caldo estremo e della predisposizione di strumenti per la previsione dello stress da calore nei contesti professionali è indicato come centrale per garantire equità, efficacia e rispetto dei diritti dei lavoratori.

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