Uno studio empirico mostra che le scelte di prevenzione dei clienti assicurativi sono intrecciate con preferenze sociali, bugie e “licenza morale”
Lo studio “Is Investment in Prevention Correlated with Insurance Fraud through Loss Inflation?” di Rainer Gaschler, Ben Greiner e Stefan Grundmann, pubblicato sulla Review of Law & Economics, affronta una questione interessante per il mercato assicurativo: chi investe in prevenzione è davvero meno incline a gonfiare i sinistri oppure la spesa preventiva può diventare il pretesto per sentirsi “autorizzati” a barare?
Partendo da un modello di teoria dei giochi comportamentale, gli autori analizzano il comportamento di quasi mille partecipanti in un esperimento online, in cui ognuno gioca il ruolo di assicurato, mentre un altro partecipante svolge il ruolo di assicuratore. L’esperimento è costruito in modo tale che l’investimento in prevenzione riduce la probabilità di un danno, migliora il risultato complessivo della “coppia” assicurato–assicuratore, ma peggiora l’utile atteso dell’assicurato preso da solo rispetto alla scelta di non prevenire.
Difficile misurare la frode da “loss inflation”
Gli autori si concentrano su una forma specifica di frode: la loss inflation, cioè la dichiarazione di un danno superiore a quello reale. Si tratta di un fenomeno diffuso, ma poco misurabile, perché le compagnie comunicano solo in parte i risultati dei sistemi antifrode e solo una frazione dei casi finisce in tribunale.
Per questo, invece di usare dati reali di compagnie, lo studio ricorre a un esperimento controllato: i partecipanti sanno che, se avviene un sinistro, possono gonfiare liberamente l’entità del danno senza rischio di sanzione, così da far emergere in modo “puro” le motivazioni morali e strategiche che stanno dietro alla decisione di barare.
Tre leve comportamentali: altruismo, costo morale della bugia, licenza morale
Il modello degli autori si discosta dalle ipotesi classiche di comportamento puramente egoistico e introduce tre elementi chiave:
Preferenze sociali: alcuni assicurati si preoccupano, almeno in parte, del risultato dell’assicuratore e non solo del proprio; in termini tecnici, pesano il payoff dell’altro nella loro funzione di utilità.
Costo interno della menzogna: mentire ha un prezzo psicologico; se questo costo è alto, il soggetto può decidere di dire la verità anche in assenza di sanzioni esterne.
Licenza morale: chi ha investito in prevenzione tende a sentirsi “in credito”; se il danno si verifica lo stesso, può percepire come “giusto” recuperare parte dell’investimento tramite un piccolo (o grande) gonfiaggio del sinistro.
Se esistessero solo preferenze altruistiche e costi della bugia, ci si aspetterebbe che chi investe in prevenzione sia anche meno propenso a frodare. La licenza morale introduce invece una forza opposta: chi ha fatto uno sforzo preventivo potrebbe sentirsi autorizzato a esagerare il danno.
Il disegno sperimentale: investimento proprio o imposto a sorte
Per separare questi canali, i ricercatori costruiscono due famiglie di trattamenti sperimentali.
Trattamenti “own investment” (O): è il partecipante-assicurato a decidere se investire o no in prevenzione.
In questo caso, chi sceglie la prevenzione può essere già più altruista o più avverso alla frode rispetto a chi non investe.
La correlazione tra prevenzione e frode risulta quindi “contaminata” dalla auto-selezione: i più corretti si auto-selezionano nella prevenzione.
Trattamenti “random” (R): un’estrazione casuale decide se il partecipante deve investire oppure no.
Qui la prevenzione non è scelta dall’assicurato, quindi si eliminano gli effetti di auto-selezione.
La differenza di comportamento tra chi è stato costretto a investire e chi no consente di isolare l’effetto della licenza morale: “mi hanno fatto investire, quindi mi sento più giustificato a gonfiare il danno”.
In entrambi i casi, l’esperimento è proposto con due tipi di istruzioni: una versione “neutrale”, che parla solo di somme e probabilità, e una versione esplicitamente collegata al contesto assicurativo. Il confronto serve a capire se il semplice richiamo al quadro “assicurazione” cambia il costo morale di mentire.
Che cosa succede all’investimento in prevenzione
Sul piano delle scelte di prevenzione, i risultati mostrano che il riferimento esplicito all’assicurazione riduce leggermente la propensione a investire, ma la differenza rispetto alla versione neutra non è statisticamente significativa. In altre parole, chiamare le cose “polizza” e “sinistro” invece che “pagamento” e “evento” non cambia in modo netto la decisione di prevenire.
Più interessante è la dinamica dentro i trattamenti O: qui si nota che chi non investe tende a essere, in media, più incline al gonfiaggio delle perdite rispetto a chi investe, suggerendo che l’auto-selezione in base alle preferenze sociali gioca un ruolo importante.
Tre risultati principali sulla frode
Gli autori sintetizzano i risultati in tre punti chiave.
1. La prevenzione “scelta” è associata a meno frode (per auto-selezione).
Nei trattamenti in cui il partecipante decide in autonomia se investire in prevenzione, chi non investe gonfia il sinistro più spesso: la frequenza di misreporting è circa il 51,2% nei gruppi di trattamento, contro il 43,5% di chi investe. La differenza è marginalmente significativa e coerente con il modello: le persone più attente all’altro (assicuratore) sono sia più portate a prevenire sia meno propense a gonfiare il danno.
2. La licenza morale c’è, ma non in modo robusto.
Nei trattamenti in cui l’investimento è imposto tramite sorteggio, i ricercatori guardano a come cambia la frode a parità di livello di “altruismo”, proprio per isolare l’effetto della licenza morale. Chi è stato costretto a investire gonfia il sinistro più spesso (47,4%) rispetto a chi non investe (41,4%), in linea con la previsione che l’investimento generi un senso di “diritto” a recuperare. Tuttavia, questa differenza non raggiunge la significatività statistica, dunque l’evidenza è suggestiva ma non conclusiva.
3. Un semplice indicatore di onestà prevede bene la frode.
Gli autori utilizzano anche una misura sintetica di disonestà, proposta in lavori precedenti, che si dimostra particolarmente efficace nel prevedere chi barerà. Questo rafforza l’idea che tratti stabili di personalità (tendenza alla menzogna, sensibilità ai costi morali) incidano sulla scelta di gonfiare o meno il sinistro.
Nel complesso, i risultati indicano che le preferenze sociali e la licenza morale operano in direzioni opposte: chi è più altruista investe in prevenzione e gonfia meno, mentre l’aver investito può, in parte, ridurre il freno morale alla frode.
Collegamento con la letteratura esistente
Gli autori inseriscono i loro risultati in un filone di studi che hanno già osservato effetti di “entitlement” e licenza morale in contesti assicurativi. Precedenti ricerche mostrano, ad esempio, che deducibili elevati o anni di premi pagati senza sinistri possono indurre alcuni assicurati a sentirsi “autorizzati” a recuperare qualcosa gonfiando le richieste di risarcimento.
Ci sono anche esperimenti che collegano la maggiore propensione a mentire al “cattivo esito” (sfortuna) o al fatto di aver “meritato” il proprio reddito tramite sforzo, elementi che richiamano la stessa logica di licenza morale che questo studio esplora in relazione alla prevenzione.
Implicazioni per pratica assicurativa e Authority
Dal punto di vista operativo, lo studio suggerisce due messaggi importanti:
La prevenzione può essere un indicatore utile, ma non è un segnale “pulito” di minore frode: chi investe tende a essere, in media, più corretto, ma l’effetto è legato anche a preferenze sociali non osservabili.
Politiche assicurative che incentivano la prevenzione devono tenere conto del possibile contro-effetto di licenza morale: l’assicurato che ha investito potrebbe sentirsi più “giustificato” a gonfiare il sinistro, soprattutto se percepisce che l’investimento ha favorito più l’assicuratore che sé stesso.
Per Authority e compagnie, questo implica che la prevenzione non va trattata come un semplice “sconto virtuoso”, ma va integrata in un disegno complessivo che consideri anche l’etica dei comportamenti, la trasparenza del contratto e la percezione di equità nel rapporto tra premio, prevenzione e indennizzo.
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