Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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Il committente dell’appalto non risponde, in modo automatico, in caso di infortunio sul lavoro: occorre accertare, infatti, l’oggetto del contratto, la concreta conoscenza dell’attività, l’eventuale ingerenza nell’esecuzione dei lavori, l’organigramma aziendale e lo specifico obbligo prevenzionistico violato ai sensi dell’art. 26 dlgs n. 81/2008. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17659/2026 (motivazioni depositate il 18/5/2026), ha stabilito come la responsabilità del soggetto apicale, soprattutto se riferita alla cosiddetta “culpa in vigilando” sull’operato di altri soggetti, debba essere modulata e calibrata anche in relazione alla struttura della società e alla previsione di figure dirigenziali.
Non c’è decadenza per la domanda di riscatto della laurea. La decadenza ordinaria prevista dall’art. 47 del dpr n. 639/1970, infatti, non si applica alle richieste di riscatto contributivo del periodo di studi, perché riguarda le controversie in materia di pensioni e le misure che, pur incidendo sul rapporto contributivo, mirano al riconoscimento di una contribuzione figurativa finalizzata all’incremento della futura pensione. Il riscatto della laurea, invece, riguarda un rapporto diverso da quello previdenziale in senso stretto: serve, mediante il pagamento di contributi, a coprire periodi durante i quali non è stato possibile ottenere il versamento di contributi – che ci sarebbe stato, invece, se in quel periodo fosse stato possibile lavorare – perché dedicati allo studio. A stabilirlo è la Corte di cassazione con l’ordinanza n. 7834/2026.
Insolvency 2 non è l’ennesima direttiva tecnica destinata a occupare un angolo specialistico del diritto concorsuale. È, piuttosto, il tentativo più ambizioso dell’Unione europea di incidere sul valore economico della crisi d’impresa, là dove le differenze tra gli ordinamenti nazionali continuano a pesare su tempi, recuperi e prevedibilità per creditori e investitori. Dopo la stagione della ristrutturazione preventiva, Bruxelles sposta il tiro sulla fase patologica dell’insolvenza. Vengono toccati i gangli più sensibili della procedura: revocatorie, ricerca degli attivi, pre-pack, doveri degli amministratori e comitati dei creditori. Per l’Italia il confronto con il dlgs n. 14 del 2019 è meno traumatico che per altri ordinamenti, perché il Codice della crisi dispone già di una struttura evoluta, di regole sulla liquidazione giudiziale, di strumenti anticipatori e di un sistema organico di tutela dei creditori. Tuttavia, le differenze non sono marginali: il pre-pack europeo pretende una procedura tipica; l’asset tracing impone accessi transfrontalieri più rapidi; la responsabilità degli amministratori viene collegata a un termine massimo; i comitati dei creditori assumono un’impronta più partecipativa. La direttiva chiede quindi al legislatore italiano non una semplice manutenzione, ma un riallineamento selettivo del Codice.

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A due mesi dal ribaltone che lo ha rimesso in sella al Monte dei Paschi l’ad Luigi Lovaglio si ritrova con un’offerta sulla testa e con una ciambella di salvataggio. La prima sarà formalizzata stamani e viene da Intesa Sanpaolo, leader del settore e che dopo un anno e mezzo a guardare il risiko degli altri è tornata in campo. Il suo cda, riunito ieri prima di sera, solo stamani darà comunicazione, ma secondo fonti convergenti dovrebbe essere un’offerta pubblica di acquisto e scambio su Mps (quindi con un premio in contanti). E di un contestuale patto con Unipol – che pure ieri sera ha riunito il proprio cda – per cederle un’entità giuridica dove confluirà circa metà dei 1.300 sportelli Mps. Il suo cuore storico in Toscana e Veneto, dove Intesa Sanpaolo non può crescere senza violare i tetti antitrust. Unipol, poi, vedrà come cederli o conferirli al gruppo Bper, di cui è da anni primo socio con il 24,6%. Tutti i conteggi andranno fatti dopo che l’Antitrust avrà detto la sua, ma a quel punto Bper-Mps sarebbe il secondo quartier generale di Intesa Sanpaolo a Torino gruppo per filiali in Italia, oltre quota 2.500, più dei circa 2.000 di Unicredit
Con la discesa in campo di Intesa Sanpaolo si è ufficialmente aperta la fase 2 del risiko bancario, iniziato nell’autunno 2024. Per un anno e mezzo il ceo Carlo Messina ha ripetuto come un mantra che Intesa non poteva partecipare alle battaglie bancarie perché già troppo presente in Italia, l’antitrust non gliel’avrebbe permesso. Ora cambia idea ma per un obiettivo che non è solo di business ma anche istituzionale e politico: rafforzare il primo gruppo italiano e dare un assetto stabile a Generali. L’obiettivo di Intesa infatti è quello di portare sotto la sua ala quella che era Mediobanca prima dell’assalto di Mps, e cioé corporate banking, private banking, risparmio gestito, credito al consumo e il 13,2% di Generali. Smontando in pratica il piano di Luigi Lovaglio che vedeva per il gruppo senese un modello di business di tipo universale, di unione tra banca commerciale e investment bank, una piccola JP Morgan si è detto più volte

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«Siamo abbastanza intelligenti per inventare l’intelligenza artificiale, ma non abbastanza per saperla usare». L’aforisma che circola con insistenza si adatta bene a Mythos, l’ultimo software creato da Anthropic. Potrebbe essere anche la sintesi del saggio da poco pubblicato sul suo sito (“The Urgency of In terpretability”) in cui lo stesso Amodei spiega la natura del dilemma: l’uomo ha creato cervelli artificiali di straordinaria potenza senza conoscerne appieno il funzionamento né poterne prevedere le conseguenze. È vitale — dice Amodei — che prima di potenziare ulteriormente quegli strumenti si facciano passi avanti nella comprensione (l’“interpretabilità”) dei meccanismi interni che generano il pensiero
artificiale. Occorre una “risonanza magnetica” dei cervelli artificiali, senza la quale il loro uso è cieco e comporta seri rischi. Uno dei rischi più concreti e immediati riguarda i sistemi informatici che governano, spesso senza intervento umano o quasi, il funzionamento dei grandi
organismi pubblici e privati, difendendoli dall’intrusione di estranei malintenzionati. Qualche settimana fa Anthropic ha sconvolto il mondo annunciando che il linguaggio Mythos era in grado di aggirare con successo la maggior parte dei sistemi di difesa informatica usati dalle
grandi corporations. Per contenere il pericolo Anthropic intendeva restringerne l’uso per il momento a poche grandi organizzazioni. Tutte americane, fra l’altro, di cui una sola banca, la JP Morgan.
In un panorama geopolitico e internazionale già fin troppo complesso, ci sono altre due variabili, tra loro collegate, che minacciano di pesare sempre più sul sistema bancario europeo e italiano in particolare: il declino strutturale della popolazione e il suo rapido invecchiamento. Questi fattori, emerge da un recente studio di Morningstar Dbrs, presentano sia rischi sia opportunità e potrebbero influenzare la solidità del marchio bancario, la capacità di generare utili e il business di lungo termine. Sebbene finora risulti tutto sommato irrilevante per la maggior parte delle
banche, gli esperti di Morningstar Dbrs prevedono che l’impatto di queste sfide demografiche sarà graduale, diffuso e sempre più decisivo nel plasmare il panorama del credito europeo in un’ottica di medio-lungo termine. Per esempio, il declino demografico e l’invecchiamento della popolazione con ogni probabilità andranno a rimodellare la domanda dei clienti, la propensione al rischio e le dinamiche competitive. Con famiglie sempre meno giovani andrà a ridursi la domanda di mutui e credito al consumo, mentre l’invecchiamento della popolazione sosterrà la richiesta di prodotti di risparmio e previdenziali. Le difficoltà demografiche potrebbero limitare il margine di interesse netto a causa di una crescita dei prestiti più debole e di una domanda di credito strutturalmente inferiore. Allo stesso tempo, i ricavi da commissioni potrebbero diventare più importanti. Per le banche che operano secondo principi regionali o locali, come le casse di risparmio e il credito cooperativo che storicamente hanno rappresentato un fattore di stabilizzazione, questa concentrazione potrebbe trasformarsi in una vulnerabilità strutturale.
Oltre 221mila iscritti, circa 24mila pensionati e un patrimonio superiore agli 11 miliardi di euro, che è cresciuto a un tasso esponenziale rispetto ai poco più dei 500 milioni di inizio 2000. E pensare che 30 anni fa, quando vennero istituiti con il d.lgs. 103/1996, «molti politici prevedevano che in pochi anni questi enti sarebbero tornati pubblici», ha ricordato nel convegno che ha celebrato i 30 anni delle “Casse 103” Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. Enpab, Enpaia, Enpap, Enpapi, Epap, Eppi e Inpgi (solo gestione separata per i
lavoratori autonomi, la gestione principale era nata molto prima ed è confluita nell’Inps nel 2022 per via del forte disavanzo), sono state istituite per tutelare i liberi professionisti che non avevano ancora una loro cassa, con un sistema contributivo puro a capitalizzazione individuale. Hanno finora mantenuto la scommessa di gestire in autonomia, senza contributi pubblici, la previdenza obbligatoria di primo pilastro. Con oltre 44 milioni destinati nel solo 2024 a misure di sostegno agli iscritti, a fronte di circa 95 milioni di tasse versate, questi sette enti previdenziali chiedono adesso di poter compiere un ulteriore salto di qualità: diventare istituti di welfare a 360 gradi, garantendo piena assistenza sanitaria (c’è chi parla di un check-up completo annuo gratuito per tutti gli iscritti) e persino una forma di Tfr, in un panorama lavorativo che diventa sempre più discontinuo, e a fronte di una vita media che si è allungata, ponendo però anche interrogativi sulla sostenibilità di un sistema “chiuso”, che cioè garantisce un ricambio tra lavoratori e pensionati solo nell’ambito di certi requisiti.
Investimenti per un miliardo e mezzo di euro nel corso del 2026, destinati soprattutto all’intelligenza artificiale e al data management, nonché al
rafforzamento dei canali distributivi. Un ammontare in sensibile crescita rispetto a 1,2 miliardi censiti nel corso del 2025, che farà definitivamente
uscire il settore da una dimensione di nicchia. È la stima del nuovo report targato Italian Insurtech Association (Iia), che verrà presentato a luglio e che Repubblica Affari & Finanza ha potuto visionare in anteprima. «Il 2026 è l’anno in cui l’Insurtech italiano si gioca una partita decisiva: non si tratta più di sperimentare, ma di tradurre la tecnologia in valore concreto per assicurati, distributori e compagnie», commenta Simone Ranucci Brandimarte, presidente di Iia.
Oltre un italiano su sei (il 17,8% del totale) dichiara di aver utilizzato almeno una volta piattaforme di intelligenza artificiale, come per esempio ChatGpt, Gemini o Claude, per temi riguardanti le assicurazioni auto e moto. È quanto emerge dalla survey condotta da Nielsen per conto di Prima Assicurazioni, che evidenzia come la nuova frontiera tecnologica inizi a prendere consistenza, anche se la maggior parte degli utenti preferisce ancora affidarsi ai canali consolidati o al supporto umano. Entrando nel dettaglio del sondaggio, ricavato interrogando un campione di
mille responsabili d’acquisto di polizze assicurative, scelti in modo da essere rappresentativi della popolazione italiana per età, genere e area geografica, emerge che le motivazioni d’uso sono legate soprattutto alla necessità di orientarsi nella gestione della polizza

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Cagliaritano, classe 1965, Carlo Cimbri è l’uomo che ha rivoluzionato il gruppo Unipol e lo ha proiettato verso 1,5 miliardi di utile. In Unipol dal 1990, il presidente del big assicurativo ha fiuto per le polizze, ma anche per le operazioni straordinarie: nel 2006 vendette le quote Bnl in pancia al gruppo assicurativo ai francesi di Bnp Paribas; nel 2012 rilevò Fondiaria Sai dai Ligresti; e oggi è arrivato a promuovere le sinergie con le due ex popolari Bper Banca e Pop Sondrio — dall’anno scorso una banca sola — capaci di fornire un ampio canale distributivo e ottimi dividendi per l’azionista Unipol. Da presidente del gruppo bolognese ha creato il modello dell’assurbanca e ha aperto una sede a Bruxelles: all’Europa chiede la par condicio sul Danish Compromise anche per le assicurazioni che controllano istituti di credito. Deciso, amante della moto e della vela, Cimbri è uscito da Mediobanca ai tempi dell’opas Mps-Mediobanca per poi riaffermare con Alberto Nagel e Intesa Sanpaolo il proprio peso all’interno del risiko.
Nel cuore della notte tra sabato e domenica un gruppo di ladri ha svaligiato la casa d’aste Sant’Agostino, a Torino. Domani e mercoledì sarebbero state in programma due giornate per celebrare «l’eleganza senza tempo del gioiello d’autore e dell’alta manifattura italiana ed europea». Un doppio appuntamento che, in concreto, avrebbe messo all’asta orologi di lusso e preziosi di altissimo livello, tra diamanti, smeraldi, zaffiri e rubini. I ladri sono arrivati a volto coperto, hanno eluso i sistemi di sicurezza e infranto le teche con mazze e flessibili. Il colpo è stato ripreso dalle telecamere di videosorveglianza: l’orologio segnava le 4.20 quando la banda si è introdotta nella casa d’aste, alle 4.24 i malviventi avevano già fatto perdere le loro tracce. E con loro sono spariti orologi e gioielli per un bottino che arriva a toccare il milione di euro. Spicca il furto di un anello con uno smeraldo colombiano di quasi quattro carati affiancato da due diamanti, ma non solo: i ladri hanno trafugato una coppia di orecchini Cantamessa in oro bianco a forma di fiore con pavè di diamanti e una spilla in oro giallo e bianco. Fa parte del bottino anche una rara tabacchiera francese realizzata in oro giallo e impreziosita dall’elevato valore collezionistico: è datata 1780. Si è invece salvato un bracciale tennis impreziosito da diamanti di quasi nove carati: la banda lo ha perso durante la fuga, è stato ritrovato dai carabinieri sul pavimento del salone. Proprio sugli spostamenti dopo il colpo si concentrano le indagini degli investigatori, al lavoro per ricostruire tutti i movimenti dei ladri.

L’Italia investe in fondi più della media europea. È uno dei dati più significativi dell’Osservatorio sui sottoscrittori di fondi comuni realizzato dall’Ufficio Studi di Assogestioni, l’indagine che dal 1996 traccia l’identikit degli investitori italiani analizzandone età, distribuzione geografica, modalità di investimento, consistenza media dei patrimoni e preferenze di allocazione. Quest’anno il rapporto introduce per la prima volta un confronto strutturato con il mercato continentale. Il risultato mostra come i fondi comuni abbiano ormai un ruolo centrale nei portafogli delle famiglie italiane, più che nella media dell’area euro, e conferma al tempo stesso una forte concentrazione della ricchezza nelle fasce anagrafiche più mature. Nell’area euro l’ammontare complessivo dei fondi delle famiglie, inclusi Etf (Exchange traded fund) e fondi detenuti tramite gestioni patrimoniali, raggiunge i 4.199 miliardi di euro e rappresenta il 13% delle attività finanziarie complessive. L’Italia si colloca ben al di sopra di questa soglia. «Nella Penisola, i fondi rappresentano il 17% delle attività finanziarie delle famiglie», osserva Riccardo Morassut, senior research analyst dell’Ufficio Studi di Assogestioni. Secondo i dati raccolti da Assogestioni, quasi metà del patrimonio complessivo investito in fondi è detenuto dai Boomers (i nati tra il 1946 e il 1964), mentre la Generazione X (i nati tra il 1965 e il 1980) rappresenta il 27% delle masse. Ancora limitato il peso delle generazioni più giovani. «Gli italiani over 60 detengono il 66% dello stock dei fondi comuni di investimento, pari a 448 miliardi», evidenzia Morassut.

Il medico che ometta di annotare correttamente dati clinici, procedure eseguite e controlli effettuati non può successivamente avvantaggiarsi dell’incertezza probatoria derivante dalla propria omissione. Anzi: la responsabilità per il danno causato al paziente ricade sul sanitario se la sua condotta è astrattamente idonea a provocarlo ma non è possibile ricostruire compiutamente il nesso causale proprio per le lacune documentali imputabili al medico. Lo ha chiarito la Cassazione che, con l’ordinanza 6499/2026, ha precisato il rilievo della corretta tenuta della cartella clinica per accertare la responsabilità sanitaria
Nei giorni scorsi la banca guidata dall’amministratore delegato Andrea Orcel ha superato, tenendo conto dei derivati, il 50 per cento di Commerzbank ma, sotto certi aspetti, la situazione è surreale. Il futuro, non dichiarato, della banca tedesca è di essere fusa con un altro istituto di credito tedesco controllato al 100 per cento da Unicredit: la HypoVereinsbank (Hvb). Resta il fatto che, se la razionalizzazione dovesse proseguire, ne uscirebbe comunque una realtà contradditoria perché i soci italiani di Unicredit sono molto frammentati: la Delfin della famiglia Del Vecchio (2,85 per cento), la Fondazione Crt (2,37 per cento) e poco altro. Commerzbank, dal canto suo, ha un blocco di soci tedeschi a prova di diluizione della quota, a partire dalla Repubblica federale tedesca con oltre il 12 per cento. Il controllo di Unicredit-Commerzbank è collegato a Generali, di cui è terzo azionista con il 9 per cento circa (considerando i diritti di voto). Qui entrano in scena le scelte di Delfin, socia al 10%, e forse perfino di Edizione, la holding dei Benetton che controlla il 4,8 per cento e dovrà decidere come liquidare in tutto o in parte la partecipazione di un fondatore del gruppo, Giuliana Benetton.