Crescono le denunce, aumentano le malattie professionali e cambiano i profili di rischio: occupazione nei settori ad alta intensità operativa, lavoratori extra‑UE e over 60 trainano la tendenza. Le imprese di assicurazione devono ripensare l’approccio RCO

di Leandro Giacobbi

La pubblicazione del primo Bollettino Trimestrale INAIL dell’anno – dedicato alle denunce di infortunio e malattia professionale del periodo gennaio‑marzo 2026 – è sempre un momento utile per capire se qualcosa stia cambiando rispetto all’anno precedente.

La risposta, quest’anno, è sorprendentemente chiara: il rischio lavoro in Italia non arretra. Gli infortuni continuano a crescere, le malattie professionali accelerano in modo significativo e solo i casi mortali mostrano un lieve calo, peraltro da interpretare con cautela.

Come risulta dal Bollettino, nel trimestre si registrano 101.163 denunce di infortuni in occasione di lavoro, pari a un +4,35% rispetto allo stesso periodo del 2025 (96.944). L’incidenza sul totale delle denunce – al netto degli studenti – scende leggermente dall’82,83% all’82,11%, ma il volume assoluto continua a salire.

Anche la distribuzione per genere conferma il trend: le denunce femminili passano da 32.029 a 33.861 (+5,72%), quelle maschili da 64.915 a 67.302 (+3,68%).

Sul fronte delle malattie professionali, l’aumento è ancora più marcato: 28.487 denunce, pari a un +16,66% rispetto al 2025. Crescono sia la componente femminile (+19,02%) sia quella maschile (+15,86%).

Un’incredibile conferma degli infortuni

La prima evidenza è dunque netta: nonostante l’attenzione politica, mediatica e ispettiva, il fenomeno non arretra. Anche il dato sugli infortuni mortali, spesso enfatizzato dalla stampa, richiede una lettura più attenta. Le denunce in occasione di lavoro con esito mortale scendono da 146 a 136 (–6,85%), ma la loro incidenza sul totale dei casi mortali – sempre al netto degli studenti – aumenta dal 71,22% al 71,96%. Questo passaggio nel Bollettino non è intuitivo e merita un approfondimento. La percentuale del 71,96% è calcolata sul totale dei decessi del primo trimestre 2026 che sono stati 189 (136 in occasione di lavoro e 53 in itinere), quindi dal rapporto percentuale 136/189. Nel 2025 la percentuale era del 71,22% ed il rapporto era 146/205.

L’incidenza degli infortuni mortali “in occasione di lavoro” cresce non perché aumentano i decessi, ma perché diminuiscono in misura maggiore quelli “in itinere”. È un effetto statistico che sposta il peso percentuale, pur in presenza di un calo complessivo dei casi mortali.

La constatazione che vi sia una “continuità con tendenza all’aumento” emerge con chiarezza anche dall’analisi regionale proposta dal Bollettino.

Infatti, salvo situazioni particolari (vedi Lazio e Sicilia con aumenti a doppia cifra), i numeri si confermano a distanza di un anno; occorre tuttavia comprendere se intervengono fattori nuovi da approfondire.

La crescita è dovuta all’aumento dell’occupazione?

Una prima risposta potrebbe essere un effetto connesso all’aumento dell’occupazione che stiamo rilevando nell’ultimo triennio. Sicuramente è una componente da considerare, ma l’aumento degli occupati non spiega da solo la crescita degli infortuni, perché il Bollettino INAIL presenta un incremento degli infortuni più alto rispetto all’aumento dell’occupazione registrato da ISTAT nello stesso periodo. Questo significa che non è solo un effetto volume, ma un fenomeno più complesso.

Dai dati del portale INAIL “sezione Open” è possibile interpretare quanto sta accadendo attraverso tre dinamiche strutturali. La prima è un mondo del lavoro dove aumenta l’esposizione al rischio. È acclarato che l’occupazione stia crescendo in settori a bassa retribuzione, quali ad esempio: logistica e magazzinaggio, assistenza e servizi alla persona, ristorazione e turismo; sono settori caratterizzati da turni lunghi, lavoro fisico, ritmi elevati e, pertanto, con più occupati si ha automaticamente una maggiore esposizione al rischio, anche se la sicurezza non peggiora.

Un elemento a fondamento di quanto sostenuto emerge dalla Tabella B1.1.3 – Denunce d’infortunio in occasione di lavoro per gestione tariffaria e grande gruppo tariffario dell’INAIL, dove il grande gruppo “0 – Commercio, servizi e attività varie” comprende un insieme molto ampio di attività: dal commercio alla ristorazione, dal turismo ai servizi alla persona. Si tratta di un aggregato eterogeneo ma statisticamente rilevante, che registra una crescita degli infortuni pari al +6,06%, concentrata proprio nei settori a maggiore intensità di contatto con il pubblico, turnazione e lavoro operativo. Un andamento perfettamente coerente con la dinamica occupazionale degli ultimi anni, caratterizzata da un aumento dell’occupazione nei comparti a bassa retribuzione e più elevata esposizione al rischio.

Un secondo elemento strutturale è l’aumento delle denunce per i lavoratori con luogo di nascita extra Unione Europea, come risulta dalla Tabella INAIL B1.3, dove risulta che l’aumento delle denunce d’infortunio nel primo trimestre 2026 rispetto all’identico periodo 2025 è così distribuito:

  • Luogo di nascita Italia: + 3,86%
  • Luogo di nascita EU (esclusa Italia) + 3,41%
  • Luogo di nascita extra EU + 7,98%.

La prima considerazione è che i lavoratori extraUE risultano spesso sovrarappresentati nei settori a maggior rischio infortunistico (logistica, edilizia, agricoltura, assistenza). A questo si aggiungono fattori strutturali che possono aumentare la probabilità di denuncia: una minore anzianità di servizio, percorsi formativi discontinui, una maggiore rotazione tra mansioni e aziende e una più elevata presenza in contratti temporanei o in appalto.

Si tratta di elementi che non riguardano l’origine del lavoratore, ma le condizioni oggettive di inserimento nel mercato del lavoro, e che contribuiscono a spiegare perché la crescita delle denunce sia più marcata in questa componente della forza lavoro.

Il terzo elemento strutturale è l’età del personale occupato. Prendiamo la tabella B1.5 dell’INAIL dove le denunce di infortunio sono raggruppate per età.

Non considerando le fasce “giovani”, perché sono numeri comprensivi degli infortuni della popolazione studentesca, abbiamo riportato, nel grafico che segue, l’aumento percentuale delle denunce tra primo trimestre 2025 e 2026 per fascia di età.

 

La Tabella B1.5 mostra che l’aumento percentuale delle denunce è particolarmente marcato nelle fasce oltre i 60 anni. Questo fenomeno ha una duplice spiegazione. Da un lato, la popolazione lavorativa over 60 è in crescita per effetto dell’innalzamento dell’età pensionabile e della permanenza più lunga nel mercato del lavoro. Dall’altro, l’età avanzata espone maggiormente al rischio in quei settori – edilizia, logistica, agricoltura, servizi operativi – dove il lavoro fisico, la movimentazione di carichi e i ritmi intensi amplificano le fragilità dell’età. L’aumento delle denunce non riflette quindi solo un peggioramento della sicurezza, ma anche la trasformazione demografica della forza lavoro e la maggiore vulnerabilità degli over 60 nei lavori ad alta intensità operativa.

Cosa fanno le imprese di assicurazione?

La domanda è assolutamente pertinente, considerando che il rischio dell’infortunio sul lavoro ricade in larga parte sul datore di lavoro, anche per effetto della frequente rivalsa esercitata dall’INAIL sugli indennizzi riconosciuti al lavoratore o ai suoi eredi in caso di violazione delle norme antinfortunistiche e, pertanto, la polizza è uno strumento di tutela ad elevatissima valenza.

Per le grandi aziende, la prassi è ormai consolidata: le Compagnie richiedono la compilazione preventiva di questionari dettagliati per valutare correttamente il rischio RCO. La situazione è diversa per le PMI, dove – in assenza di sinistri – la quotazione si basa prevalentemente sul tipo di attività svolta. Una metodologia legittima, ma che può penalizzare le imprese più virtuose.

Si pensi, ad esempio, a una PMI che utilizza in modo significativo personale fornito da cooperative: un elemento che, quando emerge dal rapporto tra fatturato e retribuzioni, viene spesso percepito come un indicatore di rischio elevato, quindi da evitare. Tuttavia, raramente le Compagnie approfondiscono aspetti decisivi come il livello di formazione, l’esperienza, la frequenza infortunistica o il turn‑over del personale delle cooperative.

Il risultato è che anche le PMI che selezionano con attenzione i propri fornitori, evitando il criterio del prezzo più basso, finiscono per essere valutate come tutte le altre. In questi casi, l’intermediario deve svolgere un ruolo determinante per far riconoscere la qualità del rischio e ottenere un tasso coerente con le reali condizioni operative dell’azienda.

È quindi indispensabile un ripensamento dell’approccio tecnico‑assuntivo al rischio “infortuni sul lavoro”, a partire da una corretta conoscenza del rischio e da una definizione del massimale assicurato che rappresenti una tutela effettiva per l’imprenditore. Inoltre, i rischi RCO delle PMI vanno seguiti e non “dimenticati” fino al primo sinistro, soprattutto quando fatturato e retribuzioni non mostrano discontinuità apparenti. Le PMI di oggi sono realtà in continua trasformazione – tra nuove tecnologie, digitalizzazione e cambiamenti organizzativi – e non possono essere trattate come semplici numeri di polizza o premi ricorrenti. Richiedono un monitoraggio tecnico costante e una valutazione dinamica del rischio.

Conclusioni

Il primo Bollettino INAIL del 2026 non racconta un’emergenza improvvisa, ma la continuità di un fenomeno strutturale: il rischio lavoro in Italia rimane elevato e si concentra in segmenti sempre più definiti del mercato del lavoro. L’aumento dell’occupazione nei settori a bassa retribuzione, la crescita dei lavoratori extra‑UE nei comparti più esposti e l’invecchiamento della forza lavoro rappresentano una spiegazione plausibile del motivo per cui gli infortuni crescano più dell’occupazione.

Per il mondo assicurativo, questo scenario richiede un cambio di passo: non è più sufficiente una valutazione statica del rischio RCO. Le PMI sono realtà dinamiche, in trasformazione continua, e meritano un’analisi tecnica che riconosca la qualità del rischio e non si limiti a classificazioni generiche.

Con questa formula si può concludere: il rischio lavoro non diminuisce, ma al sistema assicurativo è chiesto di svolgere un ruolo sempre più proattivo.

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