Il rapporto del Politecnico di Torino e Anitec-Assinform fotografa un Paese in accelerazione ma ancora frammentato, dove la l’intelligenza artificiale raggiunge un valore di 935 milioni di euro nel 2024 ma i dati di adozione sono scostanti

In un solo anno, dal 2024 al 2025, la quota di imprese italiane che adotta almeno una tecnologia di intelligenza artificiale è praticamente raddoppiata: dall’8% al 16,4%. Un balzo senza precedenti, il più significativo tra i Paesi europei nella parte bassa della classifica. Eppure, la media UE è già al 20%, la Danimarca supera il 42%, e l’Italia resta relegata nella coda del continente. Il quadro che emerge dal rapporto “L’IA nel mercato del lavoro italiano”, curato dal Politecnico di Torino su incarico di Anitec-Assinform, è quello di un Paese attivo ma con ritardi strutturali che nessuna accelerazione può colmare in tempi brevi.

I dati

I numeri di mercato sono eloquenti. Il valore dell’IA in Italia ha raggiunto 935 milioni di euro nel 2024 e le stime indicano una traiettoria ripida: 1,24 miliardi nel 2025, 1,67 nel 2026, fino a superare i 2,5 miliardi entro il 2028, con una crescita annua composta intorno al 28%. Una corsa trainata soprattutto dall’IA generativa come vettore trasversale di innovazione.

Ma i dati di adozione raccontano un’altra storia. Tra le PMI la situazione è critica: l’81% non usa l’IA, e di queste il 54% ritiene semplicemente che non sia applicabile al proprio modello di business. Tra i pochi che la usano, i settori più attivi sono industria e manifattura, mentre l’edilizia resta la più conservatrice. I freni principali sono costi formativi proibitivi (segnalati dal 41-44% delle PMI), infrastrutture inadeguate e scarsa cultura tecnologica del management. E solo l’8% delle piccole imprese investe in formazione specifica sull’IA.

Il divario dimensionale è il vero nodo: le grandi imprese mostrano tassi di adozione comparabili o superiori alla media europea avanzata, mentre le piccole ristagnano.

IA e mondo del lavoro

Secondo il repost, le professioni più esposte all’IA non sono quelle manuali a bassa qualifica, ma quelle cognitive a medio-alta formazione. Per queste, però, “esposizione” non equivale automaticamente a sostituzione: dipende da quanto le mansioni siano routinarie e standardizzabili. Le professioni che richiedono problem-solving creativo, relazioni interpersonali e capacità di astrazione tendono invece a beneficiare dell’IA come strumento di potenziamento.

Ma le evidenze più recenti, raccolte nel mercato del lavoro statunitense e britannico tra il 2024 e il 2025, complicano il quadro. L’introduzione dell’IA generativa, con ChatGPT come evento catalizzatore, ha prodotto una riduzione sensibile delle posizioni junior: -16% per i lavoratori nella fascia 22-25 anni nelle professioni più esposte negli USA, quasi -20% per gli sviluppatori software dal loro picco del 2022. Nel Regno Unito, le imprese più esposte all’IA registrano un calo del 4,5% dell’occupazione totale, con le posizioni junior che cedono il 5,8% contro il 2,5% delle senior. Le offerte di lavoro si riducono del 16,3% nelle aziende più esposte, con tagli concentrati tra ingegneri del software e designer. La tendenza, quindi, è quella di aziende che assumono meno figure junior, anticipando possibilità di automazione ancora non pienamente realizzate.

Per l’Italia, uno studio di Banca d’Italia stima circa 4,75 milioni di lavoratori potenzialmente a rischio di spiazzamento su una platea di 15 milioni esposti all’impatto dell’IA, concentrati in particolare nei settori bancario, dei trasporti e della comunicazione. Le donne risultano più esposte, sia al rischio di sostituzione che alle opportunità di potenziamento.

Sul fronte delle opportunità, le stime sono di segno opposto. Uno studio del think tank TEHA-Ambrosetti in partnership con Microsoft Italia stima che, a parità di ore lavorate, l’adozione dell’IA generativa potrebbe generare 312 miliardi di euro di valore aggiunto aggiuntivo. In alternativa, mantenendo costante il valore prodotto, si libererebbero 5,7 miliardi di ore di lavoro all’anno.

I benefici maggiori si concentrano nei servizi finanziari, nell’ICT e nelle attività professionali (incrementi di produttività intorno al 25%), mentre i settori manifatturiero e i servizi routinari mostrano impatti più contenuti.

Gli italiani e l’IA

Il sondaggio SCOaPP-10, condotto dal Politecnico di Torino su un campione rappresentativo di 2.083 italiani, restituisce un’immagine meno catastrofista di quanto ci si aspetterebbe. Solo poco più della metà degli intervistati si dichiara preoccupata dal cambiamento tecnologico, una quota inferiore a quella che teme immigrazione (60%) o guerra e cambiamento climatico (oltre 80%).

L’opinione pubblica è divisa quasi in parti uguali sull’entità dello spiazzamento: quasi il 40% prevede un impatto limitato sotto il 10% della forza lavoro, un numero simile teme invece una sostituzione superiore a un terzo dei lavoratori nel proprio settore. Il 60% degli italiani dichiara però di non possedere adeguate competenze digitali. E circa il 40% teme che il proprio bagaglio professionale diventi obsoleto.

Un dato sorprende: gli italiani si mostrano fiduciosi nell’IA in ambito medico (diagnostica, chirurgia assistita), mentre il massimo scetticismo riguarda il recruitment automatizzato (60% di disagio) e il monitoraggio algoritmico del personale (oltre il 40% contrario). Circa il 60% è favorevole a un’autorità indipendente che regoli l’IA generativa.

La formazione sull’AI

Dal report emerge un ecosistema formativo ancora giovane, polarizzato e privo di regia. La domanda di percorsi strutturati sull’IA resta limitata: molte imprese non riescono a tradurre l’attenzione generale verso la tecnologia in piani concreti di sviluppo delle competenze.

Le grandi imprese seguono due traiettorie: formazione continua per manager e tecnici di dominio, e formazione iper-specialistica per data scientist. Le PMI si affidano per lo più a percorsi “by product” offerti dai fornitori di tecnologia.