Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

Ripescate le domande di isopensione respinte dall’Inps relative ai lavoratori che hanno risolto il rapporto di lavoro entro il 31 gennaio 2026. Per evitare che tali soggetti possano ritrovarsi senza reddito – a causa dell’adeguamento dei requisiti di pensionamento agli incrementi della «speranza di vita»: tre mesi nel biennio 2027/2028 e nove mesi (probabilmente) nel biennio 2029/2030 – l’Inps erogherà l’isopensione anche oltre il periodo massimo di esodo pari a sette anni. Resta fermo che alla provvista finanziaria (retribuzione e contributi) dovrà provvedere il datore di lavoro. Lo precisa lo stesso Inps con la circolare n. 41/2026, in cui aggiunge, che le altre domande già respinte possono essere oggetto di riesame su richiesta del datore di lavoro, previo parere del lavoratore. Con circolare n. 42/2026, inoltre, l’Inps ufficializza la proroga del bonus per il posticipo del prepensionamento
Fino al 31 dicembre 2028 non ci sarà alcun adeguamento alla speranza di vita dei requisiti per il pensionamento dei lavoratori addetti ad attività faticose e pesanti (c.d. usuranti). Lo precisa l’Inps con il messaggio n. 1188/2026, in cui ricorda il termine del 1°maggio per fare richiesta di riconoscimento del diritto al pensionamento nell’anno 2027. Requisiti invariati. Dal 1° gennaio 2027 i requisiti di pensionamento verranno incrementati di un mese (e di altri due mesi dal 1° gennaio 2028), per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita. La Manovra 2026, spiega l’Inps, ha escluso dall’adeguamento i requisiti di pensionamento dei lavoratori addetti ad attività usuranti, come già avvenuto per gli anni 2019, 2021, 2023 e 2025.
La commissione europea accelera su semplificazione fiscale, attuazione delle riforme e rafforzamento dei controlli. Nel Management Plan 2026, la DG Taxud, la direzione generale della commissione europea responsabile delle politiche fiscali e doganali dell’Unione, indica la presentazione, entro metà anno, di un tax omnibus sulla semplificazione della tassazione  e la revisione della direttiva sulla cooperazione amministrativa (Dac10). Il piano si inserisce nella più ampia agenda sulla competitività e segna uno spostamento dell’azione europea verso l’implementazione delle riforme già adottate. Tra queste, la global minimum tax, per la quale nel 2026 l’attenzione sarà concentrata sull’applicazione operativa e sui controlli di conformità da parte degli Stati membri, oltre che sul coordinamento delle regole di scambio di informazioni. Prosegue inoltre il lavoro sulla proposta Befit, che mira a introdurre una base imponibile comune per i gruppi nell’Ue.
Scatta il licenziamento per giusta causa a carico del lavoratore che ammette di aver prelevato un prodotto dell’azienda dallo scaffale, che poi non si è più trovato: l’incolpato sostiene di averlo lasciato su una scrivania, da cui poi sarebbe sparito, ma il punto è che mentre il lavoratore prende la confezione dall’armadietto il cartone che porta in spalla copre l’obiettivo della telecamera di sicurezza del magazzino. E in base al diritto penale, quando i controlli sono neutralizzati, il reato di furto è consumato e non solo tentato: il dipendente dovrebbe allora riuscire a dimostrare «l’alternativa lecita», cioè l’abbandono per distrazione sulla scrivania, ma non ci riesce. Così la Cassazione civile, sezione lavoro, nell’ordinanza n. 7712 del 30/03/2026.

corsera

«Tentata estorsione e accesso abusivo ai sistemi informatici». Su questo indaga, per ora contro ignoti, la Procura di Firenze dopo l’attacco hacker degli scorsi mesi contro le Gallerie degli Uffizi. Un intero team di esperti dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale è stato inviato in città per mesi; gli investigatori della polizia postale sono sulle tracce di un’organizzazione di hacker con base nell’area dell’Europa orientale, sembra un gruppo attivo da anni a livello internazionale. Gli hacker gli concedevano 72 ore per non vendere tutti i dati rubati dai server, in due settimane si sarebbero fatti vivi almeno quattro volte: avrebbero portato via tutto, anche i file dell’ufficio tecnico con sistemi di allarme e mappe interne. Da quanto è emerso, conoscerebbero anche l’esatta collocazione di porte, passaggi e uscite di servizio. Dagli Uffizi di Firenze, però, arriva un altro racconto. La direzione, in un comunicato diffuso ieri mattina, ha detto che «non è stato compiuto nessun danno né effettuato alcun furto», spiegando anche che «non sono state rubate password» perché «i sistemi di sicurezza sono a circuito chiuso interno e non aperti all’esterno» e che «le telecamere, già in sostituzione da analogiche a digitali, funzionano regolarmente». Inoltre «i backup dei dati e delle fotografie sono completi», e «i telefoni dei dipendenti non sono stati compromessi».

L’Italia rischia una crescita zero quest’anno e una contrazione dello 0,6% del Pil nel 2027 se il prezzo del petrolio, a causa del conflitto, dovesse balzare fino a 170 dollari al barile quest’anno restando sopra i 120 per tutto il 2026 e il 2027 e se quello del gas restasse attorno i 120 euro a megawattora. È lo scenario “avverso” di Bankitalia contenuto nelle sue previsioni dove, «rispetto allo scenario di base» – che stima un Pil a +0,5% quest’anno (era +0,6% a dicembre, quindi lieve limatura) e nel 2027, mentre salirebbe a +0,8% nel 2028 – si avrebbe «un aumento dell’incertezza, un deterioramento della fiducia e tensioni sui mercati finanziari, con un irrigidimento delle condizioni di finanziamento». Le proiezioni macroeconomie di Via Nazionale presentano un quadro che naturalmente dipende in misura rilevante dall’evoluzione futura del conflitto in corso in Medio Oriente e, «conseguentemente, dalle ipotesi formulate sui prezzi delle materie prime, sulle quali vi è un’incertezza molto elevata». È per questo che allo scenario di base elaborato su ipotesi sui prezzi del petrolio e del gas naturale desunte dalle quotazioni di mercato, pur molto alte, viene presentato uno scenario alternativo, di natura indicativa, costruito per valutare le possibili ricadute sulla nostra economia di un aggravarsi del conflitto tale da comportare rincari più marcati e persistenti delle materie prime, un rallentamento della domanda globale, tensioni finanziarie e una maggiore incertezza.
L’analisi di Cerved sull’andamento dei pagamenti tra imprese in Italia evidenzia a fine 2025 un aumento dei giorni di ritardo nei saldi, peggioramento non eclatante ma comunque diffuso a tutte le classi dimensionali, anche se più evidente in particolare tra le microimprese, dove è possibile che inizino a manifestarsi tensioni dal lato della liquidità.  Per le realtà di minori dimensioni, infatti, i giorni medi di ritardo, nel confronto con il quarto trimestre del 2024, salgono di due unità, da 9,5 a 11,4, un aumento del 20%. Serviranno altre rilevazioni (e il primo trimestre del 2026, con la guerra in Iran, sarà particolarmente sfidante) per capire se si tratta di un’inversione di rotta all’interno di un trend di medio periodo che invece è mediamente virtuoso. I tempi complessivi di pagamento continuano in effetti a muoversi su un sentiero di progressivo contenimento, grazie in generale alla riduzione dei tempi concordati tra imprese. Le riduzione è visibile per tutte le classi dimensionali d’impresa, dove però permangono le storiche differenze legate al diverso potere contrattuale: se oggi le microimprese pagano in media i propri fornitori in 51 giorni, per le aziende di stazza superiore si sale a quota 73, quasi un mese aggiuntivo, con situazioni intermedie per le aziende medie. Fatta eccezione per la fine del 2025, i giorni di ritardo erano in fase di contenimento ovunque, mantenendosi entro un massimo di dieci giorni, che scendono al di sotto di quota otto per l’industria.

 

Presidio di italianità al vertice di Generali asset management. In vista della prossima scadenza di mandato del ceo Bruno Servant, che terminerà a fine aprile 2026 dopo essere entrato nell’orbita di Trieste ancora nel 2007, è stato definito un assetto di vertice innovativo. Perché al fianco del nuovo ceo, ruolo per il quale è stato indicato uno stretto collaboratore di Woody Bradford, ceo di Generali Investment, ossia Russell Büsst, siederà Filippo Casagrande in qualità di general manager, posizione di nuova introduzione. Casagrande è chief of investments di Generali Investments e, dal marzo 2025, anche presidente di Generali Investments Luxembourg.

L’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato dopo lo scoppio del nuovo conflitto mediorientale ha fatto tremare i polsi anche ai gestori assicurativi che negli ultimi mesi veleggiavano in acque tranquille, con minusvalenze latenti tornate su livelli minimi e redditività in forte recupero e con clima e catastrofi particolarmente indulgenti nel 2025. Insomma andava tutto bene ma la rapida risalita dei rendimenti, con i prezzi dei titoli in portafoglio che si sono svalutati, ha rovinato la festa. Difficile dire se la musica sia definitivamente cambiata o se si tratta solo di un momentaneo intervallo. Quel che è certo è che con la minaccia di stagflazione l’umore è cambiato. In uno scenario incerto come quello di marzo molti investitori hanno alleggerito i portafogli e hanno preso profitto dalle posizioni senza analisi troppo sofisticate sui fondamentali, questo ha portato ad un aumento anche dei rendimenti sui titoli meno rischiosi come i governativi – spiega Alberto Villa, responsabile dell’ufficio studi di Intermonte -. Per le assicurazioni riteniamo che la situazione sia sotto controllo, i movimenti dei tassi non sono al momento particolarmente preoccupanti ed anzi questa fase di forte incertezza può avere anche un effetto positivo per il settore in quanto può aumentare l’interesse dei risparmiatori per le polizze che garantiscono il capitale e neutralizzano gli effetti della volatilità di breve. Quindi in questo contesto il settore assicurativo non è particolarmente penalizzato. Le compagnie assicurative hanno Solvency ratio molto solidi compresi tra il 200 e 230% del capitale richiesto».
«Lo scenario più probabile è che nel giro di qualche settimana ci sarà una de-escalation con un impatto negativo ma transitorio. Il pericolo maggiore è l’effetto dell’inflazione sulla crescita dei Paesi europei e asiatici insieme ovviamente al rischio che il conflitto si estenda. Il contesto assicurativo è comunque solido e ha dimostrato in questi ultimi anni di poter reggere gli urti: dalla pandemia alla guerra in Ucraina, continuando a rivelarsi profittevole e in grado di proteggere gli assicurati». A dirlo è Francesco Martorana, group chief investment officer di Generali, l’uomo che ha in mano le riserve assicurative (pari a 516 miliardi di euro) del colosso internazionale che nel 2025 è stato il primo in Europa per raccolta netta vita con 13,5 miliardi.
Alla luce della versione finale del testo della direttiva sulla Retail Investment Strategy (RIS) – in quello che dovrebbe essere il testo definitivo -, il quadro normativo che si delinea è quello di un compromesso al ribasso. Un po’ come Artemis2 che ad ogni passaggio ha lasciato cadere un pezzo. Anzi con una incredibile inversione a “u”, dal divieto di retrocessioni, che la Commissione aveva prospettato, si è passati a una limitazione della possibilità di divieto nella versione finale. Andiamo per ordine. Come evidenziato da Francesco Mocci, partner di Advant Nctm: «Ci troviamo di fronte a un significativo ammorbidimento delle regole, con una direttiva che appare annacquata persino rispetto alle posizioni negoziali iniziali di Parlamento e Consiglio». Uno dei temi che emerge nell’ultimo passaggio è relativo al cosiddetto “best interest test”. Angelo Messore di Lexia ha ricordato come la proposta originaria avesse fortemente spaventato l’industria: «l’obbligo di raccomandare sempre il prodotto meno costoso o meno complesso – afferma – avrebbe rischiato di innescare una corsa al ribasso (”race to the bottom”) verso strumenti molto basilari, penalizzando in particolar modo la clientela Private, che necessita invece di soluzioni di investimento più sofisticate». Il riferimento all’obbligo di raccomandare i prodotti più efficienti in termini di costo compare adesso soltanto in un Considerando della Direttiva, il quale chiarisce che agire nel migliore interesse del cliente, nell’ambito del test di adeguatezza, include la valutazione dei costi complessivi e impone, a parità di strumenti adeguati, di raccomandare l’opzione più efficiente in termini di costi. A differenza della proposta originaria della Commissione, tuttavia, è prevista la possibilità per l’intermediario di dimostrare che un prodotto più oneroso fornisca oggettivamente vantaggi maggiori per quello specifico investitore. È sparito, inoltre, qualsiasi riferimento alla raccomandazione di prodotti con caratteristiche aggiuntive.