Fondazione Leonardo: un mercato che corre verso i 5 miliardi di euro nel 2030, ma con solo il 15,7% delle PMI che adotta l’IA e un fabbisogno crescente di competenze digitali, impone di connettere politiche per le piccole imprese e riforma dell’istruzione lungo l’intero ciclo formativo
Nel 2024 il mercato italiano dell’IA ha raggiunto 1,2 miliardi di euro, con una crescita del 58% rispetto all’anno precedente e un obiettivo di policy di 5 miliardi al 2030 per la sola spesa in software e servizi. L’adozione formale di soluzioni di IA nelle imprese con almeno dieci dipendenti è salita al 16,4%, ma il divario dimensionale è netto: 53,1% tra le grandi imprese contro appena 15,7% tra le PMI. E’ quanto emerge dal rapporto della Fondazione Leonardo presentato alla Camera la scorsa settimana.
Le barriere per le piccole imprese non sono solo “costi e competenze”, ma includono processi poco formalizzati, difficoltà di accesso al credito per investimenti immateriali, carenza di figure dedicate (CTO, CDO, data scientist), asimmetrie informative e dati aziendali spesso poco strutturati. Il rapporto sottolinea che interventi generici (sensibilizzazione, incentivi fiscali orizzontali) sono insufficienti e propone soluzioni mirate: intermediari di fiducia come associazioni di categoria ed European Digital Innovation Hub, soluzioni preconfigurate per settore, sandbox a basso rischio e formazione collegata a casi d’uso concreti.
In questo scenario, la leadership normativa italiana (Legge 132/2025) può diventare un vantaggio competitivo se tradotta in strumenti operativi semplici per le PMI, ad esempio template standardizzati in italiano per Model Cards e Datasheets, e checklist di conformità che riducano i costi di compliance percepiti.
Istruzione e competenze: la condizione per non perdere il treno
Sul versante delle competenze, il rapporto evidenzia un fabbisogno complessivo di oltre 2,1 milioni di profili con digital skills entro il 2028, con un segmento specifico di professionisti dell’IA stimato in 15.000 nuovi profili formati ogni anno al 2028. Le analisi indicano che la mancanza di competenze interne è la principale barriera indicata dalle imprese che hanno valutato l’IA ma non l’hanno implementata (circa il 59%), davanti a incertezza normativa, qualità dei dati e costi.
Per questo l’istruzione viene trattata come asse strategico: il rapporto propone di agire “dalla scuola primaria alla formazione professionale”, con alfabetizzazione di base sull’IA nei curricula, percorsi tecnici post-diploma (ITS) orientati a casi d’uso industriali e rafforzamento dei dottorati e master dedicati, in particolare in connessione con il partenariato esteso FAIR. L’obiettivo è duplice: alimentare il bacino di talenti per le imprese, in particolare le PMI, e ridurre il brain drain legato a un divario salariale con Germania e Regno Unito stimato nel 40–50% per i profili IA.
Nel medio periodo, l’Italia punta ad aumentare significativamente il numero di professionisti IA formati ogni anno e a integrare l’IA come competenza trasversale, non solo specialistica, così da creare condizioni culturali e tecniche perché anche le PMI possano sfruttare le soluzioni “off‑the‑shelf” con maggiore consapevolezza.
Un patto PMI–scuola per l’IA responsabile
Il quadro che emerge è quello di un Paese che dispone di supercomputer di classe mondiale, una legge nazionale pionieristica e un ecosistema di LLM italiani sovrani, ma che rischia di costruire una filiera dell’IA concentrata in poche grandi aziende, lasciando scoperto il tessuto produttivo diffuso e con competenze insufficienti se istruzione e politiche per le PMI non vengono pensate insieme.
Le raccomandazioni convergono su un “patto” tra sistema educativo e imprese: alternanza scuola‑lavoro e apprendistati focalizzati su progetti di IA applicata, coinvolgimento delle PMI nella definizione dei curricula, utilizzo sistematico di fondi PNRR e Digital Europe per portare tool di IA nelle scuole e nei centri di formazione e, parallelamente, strumenti semplici di autovalutazione di readiness all’IA per le piccole imprese, disponibili dal 2026.
In sintesi, la trasformazione auspicata non è solo tecnologica ma organizzativa e culturale: senza un rafforzamento radicale delle competenze lungo tutto il ciclo di vita – dalla scuola all’upskilling continuo – e senza canali dedicati che traducano l’IA in soluzioni concrete per le PMI, il rischio è un’Italia a due velocità, con pochi campioni altamente digitalizzati e una lunga coda di imprese e territori che restano ai margini della rivoluzione in corso.
© Riproduzione riservata