Il nuovo “KPMG 2025 Insurance CEO Outlook” fotografa un comparto assicurativo fiducioso nella crescita, ma costretto a ripensare in profondità modelli operativi, tecnologia e capitale umano
I CEO delle compagnie assicurative vedono il futuro con un cauto ottimismo, ma sanno di trovarsi in una fase di trasformazione strutturale, in cui crescita, tecnologia, capitale umano ed ESG sono strettamente intrecciati. Secondo il “KPMG 2025 Insurance CEO Outlook”, che raccoglie le risposte di 110 CEO del settore in 11 Paesi, oltre l’80% si dichiara fiducioso sulle prospettive di crescita della propria impresa e quasi altrettanti sullo sviluppo dell’intera industria nei prossimi tre anni. La volatilità degli ultimi anni – pandemia, guerra in Ucraina, inflazione, tariffe e pressione regolamentare – non è scomparsa, ma il settore appare “abituato” all’incertezza e punta su pricing più sofisticato, crescita dei volumi (in particolare in salute, vita e linee specialistiche come cyber e business interruption) e gestione più rigorosa dei costi per preservare la redditività.
Crescita, M&A e rischio cyber: un’industria che si consolida
Sul fronte economico, la maggior parte dei CEO si attende una crescita degli utili moderata ma stabile: il 41% prevede un aumento degli utili tra il 2,5% e il 4,9% annuo nei prossimi tre anni, mentre il 15% punta a crescite tra il 5% e il 9,9%. La spinta arriva anche dalle operazioni straordinarie: metà dei CEO prevede di concludere operazioni di M&A “ad alto impatto” nel prossimo triennio, una percentuale più alta che in qualsiasi altro settore coperto dal sondaggio, con obiettivi di consolidamento, economie di scala, espansione geografica e acquisizione di capacità in ambito Insurtech, AI e linee specialistiche.
Il quadro dei rischi, però, si fa più complesso: l’83% dei CEO identifica cybercrime e insicurezza informatica come principale barriera alla crescita, mentre oltre la metà indica la cybersecurity e la resilienza digitale come principale area di investimento per la mitigazione del rischio. Il paradosso è che il rischio cyber è al tempo stesso minaccia operativa e grande driver di sviluppo per il ramo corporate, dove la domanda di coperture specialistiche è in forte espansione, ma i sinistri pesano sui loss ratio.
L’accelerazione dell’AI: efficienza sì, ma serve fiducia
Una delle direttrici più evidenti emerse dal report è l’accelerazione nella adozione dell’intelligenza artificiale lungo tutta la catena del valore assicurativa. L’AI viene già utilizzata per velocizzare la liquidazione dei sinistri, automatizzare le decisioni più standardizzate, fare underwriting algoritmico basato su dati alternativi e digitalizzare distribuzione e assistenza tramite canali online e partnership Insurtech. Non si tratta più di un “esperimento”: oltre il 70% dei CEO considera l’AI una priorità di investimento, il 67% prevede di destinare fra il 10% e il 20% del budget a queste tecnologie e la stessa quota si aspetta ritorni sugli investimenti in un orizzonte breve, tra 1 e 3 anni (contro appena il 21% nel 2024).
Il report sottolinea anche il ruolo emergente della “agentic AI”, in grado di svolgere in modo autonomo sequenze complesse di attività, che quasi un CEO su due si aspetta possa avere un impatto “significativo o trasformativo” sul modello operativo, in particolare nelle aree di underwriting, gestione dei sinistri e interazione con il cliente (es. contact center intelligenti, triage automatico, assistenza in tempo reale agli operatori).
Tuttavia, proprio l’AI è al centro delle preoccupazioni etiche: per il 56% dei CEO la principale barriera all’implementazione è rappresentata dai dilemmi etici, dal rischio di modelli opachi e di bias su pricing, selezione del rischio e liquidazione, in un contesto in cui la fiducia del cliente è già sotto stress per il percepito aumento dei premi. I regolatori, soprattutto in Europa, iniziano a chiedere trasparenza, spiegabilità e controlli robusti sui modelli: il report indica la necessità di inventariare tutti gli utilizzi di AI, presidiare la qualità dei dati, definire framework di “responsible AI” e anticipare le future norme (come l’AI Act UE) per evitare blocchi o sanzioni a posteriori.
Lavoro e competenze: una forza lavoro da ripensare
L’AI non è solo tecnologia: è anche una questione di persone. Per il 77% dei CEO, uno dei principali vincoli alla crescita è la “AI workforce readiness”, ossia la prontezza del personale nell’utilizzare e governare gli strumenti di AI, e il 75% cita la competizione per i talenti digitali come uno dei nodi più critici. Il principale ostacolo sul fronte HR è identificare candidati che combinino competenze tecniche e capacità collaborative, indicato dal 28% come sfida numero uno nella gestione dei talenti digitali. Di conseguenza, oltre la metà dei CEO prevede di assumere nuovi profili specializzati in dati e AI, pur anticipando una riduzione di personale in alcune funzioni più ripetitive (come il coding tradizionale, sempre più automatizzabile).
Allo stesso tempo, la maggioranza dei CEO non vede l’AI come uno strumento per “tagliare teste”: il 56% si aspetta un incremento contenuto degli organici (fino al 5%), un ulteriore 27% punta a crescite tra il 6% e il 10%, segno che la sfida è ricomporre il mix di competenze più che ridurre il numero di addetti.
L’impatto dell’AI si riflette anche nei percorsi formativi: l’83% dei CEO afferma che l’AI sta cambiando il modo in cui si formano e si sviluppano i dipendenti e il 79% ritiene che modifichi le competenze richieste già nei ruoli di ingresso.
Sullo sfondo c’è poi il tema demografico: per il 31% dei CEO il fattore di mercato del lavoro più delicato è l’ondata di pensionamenti combinata con la scarsità di sostituti qualificati, subito seguito (30%) dall’ampliarsi del divario generazionale sulle competenze future, in particolare sull’AI. Il report suggerisce di puntare forte sul trasferimento di know-how tra senior e giovani, per unire conoscenza istituzionale e disinvoltura nell’uso delle tecnologie digitali e costruire una cultura aziendale in cui l’AI sia percepita come un alleato, non come un pericolo.
ESG e rischi climatici: dalla compliance al vantaggio competitivo
Un altro asse portante della visione dei CEO riguarda sostenibilità e rischi climatici, sempre meno letti come semplice adempimento e sempre più come leva di business. Il 72% dei CEO dichiara che la sostenibilità è ormai integrata nella strategia e nel modello di business, consapevole che l’assicurazione è in prima linea rispetto agli impatti dei cambiamenti climatici: eventi catastrofali (alluvioni, incendi, uragani), siccità, inquinamento e danni ambientali incidono sempre di più sulla frequenza e severità dei sinistri. Non sorprende quindi che metà dei CEO affermi che le proprie aziende stiano sviluppando nuovi prodotti e servizi per la transizione energetica, come coperture per produttori di biocarburanti, idrogeno verde, tecnologie di carbon capture, energia rinnovabile, o soluzioni indicizzate agli eventi meteorologici per l’agricoltura.
L’ESG resta comunque terreno regolatorio complesso, soprattutto in Europa: il 55% dei CEO indica compliance e standard di reporting come priorità principale in ambito ESG, la seconda più alta tra tutti i settori analizzati dall’Outlook globale, riflesso di requisiti stringenti su disclosure climatica e catene del valore (ad esempio Scope 3). Allo stesso tempo, il 59% si dice fiducioso di poter raggiungere gli obiettivi interni di “net zero”, ma il principale ostacolo è la complessità di decarbonizzare le supply chain, indicata dal 25% come barriera numero uno, seguita dalla difficoltà di raccogliere e analizzare i dati giusti e dalla frammentazione dei requisiti regolamentari tra giurisdizioni.
Interessante è anche il ruolo dell’AI in chiave ESG: per la maggioranza dei CEO, l’AI può aiutare a migliorare la qualità dei dati e dei report di sostenibilità (81%), a identificare opportunità di efficienza nelle risorse (85%) e a supportare l’innovazione responsabile allineata agli obiettivi climatici (79%).
Un settore fiducioso, ma in cerca di equilibrio
Nel complesso, il “KPMG 2025 Insurance CEO Outlook” restituisce l’immagine di un settore fiducioso ma non compiaciuto, consapevole che la crescita dei premi e dei volumi non basta più se non è accompagnata da trasformazione profonda di tecnologia, persone e modelli di business. I CEO vedono nell’AI un acceleratore di efficienza e servizio, ma sono altrettanto consapevoli dei rischi etici, regolamentari e reputazionali che l’automazione porta con sé. Lavorano a ricomporre una forza lavoro ibrida – per competenze e per generazioni – e cercano nel contempo di trasformare l’ESG da “costo di compliance” a fattore di differenziazione competitiva, soprattutto sul fronte dei rischi climatici.
Per le imprese assicurative, la sfida dei prossimi anni sarà trovare un punto di equilibrio: tra digitalizzazione spinta e rapporto umano con il cliente, tra ricerca di rendimento e prudenza regolamentare, tra automatizzazione e valorizzazione del capitale umano.
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