Il recente paper della BCE “Climate change, catastrophes, insurance and the macroeconomy” analizza come il cambiamento climatico e i disastri naturali impattino sulla crescita economica e quale possa avere l’assicurazione nel ridurre questi effetti. Gli autori combinano un modello teorico di crescita con dati empirici su migliaia di eventi catastrofali in 47 Paesi tra il 1996 e il 2019, concentrandosi in particolare sul “protection gap”, ossia la quota di danni non assicurati.
L’idea di fondo è che l’assicurazione diventa una sorta di “infrastruttura finanziaria” della resilienza, non solo una tutela micro per il singolo. Quando una catastrofe colpisce, il capitale fisico (case, imprese, infrastrutture) viene distrutto e il sistema economico deve dirottare risorse dalla spesa “produttiva” (nuovi investimenti, innovazione, transizione verde) alla ricostruzione di ciò che è andato perso. Questo spiazzamento degli investimenti frena la crescita: il Paese lavora per tornare al punto di partenza, non per avanzare.
Se però una quota significativa dei danni è assicurata, la dinamica cambia. Le indennità affluiscono immediatamente a famiglie, imprese e amministrazioni locali, sostituendo in parte il capitale distrutto e riducendo il bisogno di auto‑finanziarsi la ricostruzione tagliando altre spese o aumentando il debito. In pratica:
si accorciano i tempi di ripristino di impianti, abitazioni, reti produttive;
si limita il fallimento a catena di imprese altrimenti incapaci di assorbire lo shock;
si preserva la capacità di investimento pubblico e privato su progetti futuri.
A livello macro, questo significa che il “buco” di PIL nel breve periodo è più contenuto e che il sentiero di crescita di medio periodo torna più rapidamente verso la traiettoria pre‑evento. In altre parole, l’assicurazione trasforma una parte della perdita irreversibile di capitale in un trasferimento finanziario rapido e mirato, attenuando la profondità e la persistenza della recessione da catastrofe.
Dal punto di vista empirico, il lavoro mostra che un disastro che genera danni pari all’1% del PIL riduce in media la crescita del PIL di circa 0,2 punti percentuali nel trimestre dell’evento. Nei Paesi dove la quota di danno assicurato è elevata, questa caduta può quasi scomparire e, soprattutto, il sentiero di crescita resta migliore rispetto a quello dei Paesi meno assicurati anche negli anni successivi. In sostanza, più copertura significa meno cicatrici permanenti sul tessuto economico.
Il paper evidenzia però che il protection gap è ancora molto ampio. Nell’Unione europea meno di un quarto delle perdite da catastrofi naturali è assicurato, con alcuni Paesi che restano al di sotto del 5%. A ciò si aggiunge una tendenza preoccupante: mentre i rischi climatici aumentano, in diversi mercati la copertura assicurativa per certi pericoli diventa più costosa o viene ritirata, perché l’aumento della frequenza e severità degli eventi, la loro maggiore correlazione e l’incertezza sui modelli di rischio fanno salire i requisiti di capitale e i premi fino a soglie difficili da sostenere.
Gli autori citano casi concreti, come l’innalzamento del rischio di alluvioni costiere o gli incendi in aree ad alta esposizione, per mostrare come alcune zone possano progressivamente diventare “quasi non assicurabili”. In questi contesti, il combinato disposto di cambiamento climatico e ritiro della copertura rischia di amplificare gli effetti macroeconomici negativi dei disastri, soprattutto nei Paesi o nei segmenti con minore capacità fiscale di intervenire a supplire il mercato.
Sul piano delle politiche pubbliche, il messaggio è duplice. Da un lato, occorre intervenire per ridurre il protection gap, aumentando la penetrazione assicurativa attraverso strumenti regolamentari, incentivi, prodotti innovativi e un migliore utilizzo dei dati sul rischio. Dall’altro, il paper sottolinea il potenziale di meccanismi di condivisione del rischio su scala più ampia – ad esempio a livello regionale o dell’UE – per rendere più assicurabili e accessibili i rischi catastrofali, preservando al contempo gli incentivi all’adattamento e limitando l’azzardo morale.
Nel complesso, il lavoro della BCE rafforza un’idea che nel dibattito assicurativo è sempre più centrale: senza una adeguata infrastruttura assicurativa, il cambiamento climatico rischia di tradursi non solo in maggiori perdite fisiche, ma anche in un freno strutturale alla crescita, con forti disparità tra Paesi e tra aree coperte e scoperte.
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