MERCATO
Autore: Fausto Panzeri
ASSINEWS 382 – Febbraio 2026
LE AREE PER UN PARTENARIATO. PREVIDENZA E PENSIONI. ASSISTENZA SANITARIA. CATASTROFI NATURALI. L’IMPORTANZA DEGLI INVESTIMENTI ASSICURATIVI
Da molti anni sosteniamo che, per dare adeguate risposte ai bisogni dei cittadini, sia indispensabile un partenariato, con una visione strategica di lungo periodo, tra pubblico e privato, per dare più forza al nostro sistema socio-economico e offrire soluzioni concrete di prevenzione, previdenza e assistenza, sia ai cittadini che alle imprese, con particolare attenzione a quelle di taglio medio-piccolo che rappresentano, peraltro, la stragrande maggioranza delle attività industriali e commerciali.
Questa alleanza diventa ancor più necessaria allorquando taluni fattori, esogeni al mero sistema assicurativo, divengono sempre più potenti e minacciosi. Ci riferiamo in particolare all’invecchiamento della popolazione, alla prospettica inadeguatezza del sistema pensionistico obbligatorio, all’inevitabile aumento dei costi per l’assistenza sanitaria e al moltiplicarsi dei danni causati dagli eventi atmosferici.
Per effettuare questa analisi abbiamo preso in esame le evidenze statistiche dei bilanci del 2024, di tutte le imprese operanti in Italia, per comprendere la rilevanza economica di questi fenomeni. Il primo tema da prendere in esame è quello della previdenza complementare, la cui presenza dovrebbe aumentare progressivamente per consentire una maggiore integrazione del sistema assicurativo nell’ambito del welfare pubblico.
Ricordiamo, infatti, che attualmente il sistema previdenziale pubblico obbligatorio è sostanzialmente di competenza dell’INPS e si trova sotto stress a causa del prolungamento della vita media, dell’esistenza di un numero di pensioni superiore a quello dei lavoratori in attività e della parziale attuazione della Legge Fornero, senza la quale, giova ricordarlo, il sistema pensionistico italiano sarebbe stato in default, con conseguenze socio-economiche difficilmente immaginabili.
Al momento attuale il primo problema da prendere in esame è quello relativo alla vita media che, in Italia, appare in costante aumento a fronte di una continua diminuzione delle nascite. Questo cambiamento demografico determina gravi conseguenze sul sistema pensionistico, poiché il numero dei lavoratori che versano i contributi necessari per finanziare le pensioni appare in calo e, al tempo stesso, cresce il numero delle persone anziane con una aspettativa di vita sempre più lunga.
Per tentare di fronteggiare questa situazione nel corso degli anni si sono attuate diverse riforme pensionistiche, che hanno comportato un innalzamento dell’età pensionabile e una riduzione dell’importo delle pensioni.
Appare, pertanto, evidente che molti cittadini si troveranno a vivere più a lungo con una pensione inferiore rispetto al passato. In un contesto siffatto emerge chiaramente la necessità di sviluppare ulteriormente il sistema di previdenza complementare. Per dare consistenza a questo sviluppo sarebbe necessario trovare incentivazioni, anche attraverso agevolazioni fiscali, per poter offrire alle future generazioni l’opportunità di mantenere uno stile di vita adeguato alle proprie esigenze.
In questa fase, comunque, le forme di previdenza complementare non sono particolarmente diffuse, se si considera che meno del 40% dei lavoratori ha aderito a riforme pensionistiche. Questa anomalia è ancor più accentuata se si osserva il mondo delle piccole imprese. Ne consegue la necessità immediata di promuovere una maggiore consapevolezza per i cittadini sull’importanza della pianificazione previdenziale.
Nella tabella sottostante possiamo evidenziare che nel 2050 ci saranno 2 persone anziane ogni 3 persone in età lavorativa, così come, a conferma di quanto prima asserito, possiamo rilevare che l’incidenza del risparmio accumulato tramite la previdenza complementare, sul risparmio totale delle famiglie, ammonta al 4%, mentre il sistema trarrebbe maggiore equilibrio prospettico se questa spesa si attestasse con percentuali doppie.

Passiamo ora, restando nell’ambito del welfare, a esaminare la situazione della spesa sanitaria. In Italia la spesa sanitaria è una delle principali voci del bilancio statale, con 138 miliardi nel 2024.
Questa spesa rappresenta una percentuale del 6,3% del PIL, in crescita rispetto al 5,5% dell’anno 2000. Come si può vedere dal grafico sottostante la spesa sanitaria, sia pubblica che privata, ha avuto una crescita abbastanza costante negli anni, ma non tale da poter garantire l’adeguatezza del servizio, stante la maggiore morbilità di una popolazione in invecchiamento.

Per quanto riguarda la spesa privata la stessa ha raggiunto i 48 miliardi, contro i 138 miliardi della spesa pubblica; un dato che rischia di rendere iniquo questo sistema sanitario, a danno delle persone più vulnerabili. Tutto questo perché, per quanto riguarda la spesa privata, l’87,6% viene sborsato direttamente dalle famiglie (spesa out-of-pocket) e questa percentuale è la più alta d’Europa.
Sarebbe, quindi, opportuno che la spesa out-of-pocket confluisse in fondi sanitari e polizze assicurative, creando così un secondo pilastro analogo a quello della previdenza complementare per il sistema pensionistico.
Rileviamo, altresì, che sta aumentando progressivamente il problema della non-autosufficienza per una larga parte della popolazione, poiché, già oggi, un terzo delle persone residenti in Italia con più di sessantacinque anni, presentano difficoltà nello svolgimento delle attività quotidiane.
Appare, quindi, assai importante avviare un confronto istituzionale per valutare l’introduzione di strumenti anche semi-obbligatori per consentire una copertura di lungo periodo, con la cosiddetta long-term care, ben strutturata e diffusa a livello nazionale.
Nel passato più recente abbiamo esaminato la Legge di bilancio 2024 che aveva introdotto l’obbligo assicurativo contro i rischi catastrofali per le imprese. Ricordiamo che questo obbligo per le grandi imprese doveva essere rispettato entro il 31 marzo 2025, con una tolleranza di 90 giorni, per le medie imprese questo obbligo doveva essere rispettato entro il 1° ottobre e per la maggior parte delle imprese, ovvero le piccole e micro imprese, l’obbligo scadeva il 31 dicembre 2025.
Non siamo attualmente in grado di quantificare il numero delle imprese che abbia aderito a questo obbligo, ma ricordiamo, ancorché superfluo, che non sono soggette all’obbligazione tutte le unità abitative. Le compagnie di assicurazione, al 31 dicembre 2024, avevano in portafoglio una esposizione di circa 800 miliardi di valori assicurati, tenendo conto dei limiti di copertura e delle franchigie previste nei contratti.
Si stima che, quando tutte le aziende soggette all’obbligo si assicureranno, l’esposizione complessiva per le compagnie salirebbe a 2.200 miliardi e il danno annuo atteso per il settore assicurativo, tenuto conto delle rilevanze statistiche degli ultimi anni, sarebbe pari a circa 1,2 miliardi. Sottolineiamo che calcoli attuariali hanno stabilito che ogni 200 anni si potrebbe verificare un danno assicurativo quantificabile in circa 12 miliardi.
In Italia molte abitazioni e interi territori sono esposti a rischi naturali assai rilevanti. Circa il 40% delle case si trova in zone soggette a terremoti, mentre quasi il 95% dei comuni si trova a rischio di frane, alluvioni o erosioni costiere. Complessivamente, quindi, oltre l’80% delle abitazioni è esposto a un rischio medio-alto, legato ad almeno uno di questi eventi.
Malgrado tutto ciò le assicurazioni contro le catastrofi naturali sono assai poco diffuse in quanto solo il 7% delle abitazioni e delle aziende dispone di una copertura. Assicurarsi è davvero fondamentale per proteggere il proprio patrimonio e affrontare con maggiore tranquillità eventi naturali, imprevisti e spesso molto gravi.
È evidente che per poter assicurare aziende e un domani abitazioni, in zone esposte a maggior rischio, si debba introdurre obblighi o semi-obblighi assicurativi per poter preservare il principio di mutualità, in forza del quale si può ridurre il peso economico, soprattutto per chi è esposto a maggiori rischi, dando così vita a un sistema solidale, sostenibile ed efficace per fronteggiare le varie emergenze.
Nella tabella abbiamo indicato le unità abitative esistenti e constatato che solo il 49% di queste abitazioni è assicurato contro il rischio di incendio. Una percentuale che rende assai problematica l’introduzione di un obbligo assicurativo contro i rischi catastrofali che sarebbe, ingiustamente, percepito da molti soggetti, nei temini di una nuova imposizione fiscale.

Ci pare comunque imprescindibile sottolineare come, per dare più solidità al Paese, sarebbe davvero necessario estendere questo tipo di coperture e, onde consentire con il già citato partenariato pubblico e privato la possibilità di aumentare notevolmente i sistemi di prevenzione e di equità sociale, anche nel risarcimento dei danni che, comunque, ogni anno vengono sopportati da famiglie e, indirettamente, anche dallo Stato.
Un altro esempio della cooperazione tra Stato e assicuratori è fornito dalla tipologia di investimenti che caratterizza le assicurazioni italiane. Le compagnie hanno il compito di investire in modo prudente e a lungo termine per poter proteggere i risparmi che i cittadini affidano loro.
Per questo motivo una parte rilevante di queste risorse viene investito in titoli di Stato, soprattutto italiani. In questo modo il settore assicurativo offre un contributo concreto a sostegno del Debito Pubblico anche nei momenti di maggiore difficoltà, come è avvenuto durante le crisi economiche o le turbolenze dei mercati finanziari.
Le compagnie italiane hanno destinato una quota pari a 365 miliardi ai titoli di Stato, dei quali ben 243 miliardi sono quelli del Debito Pubblico italiano. La quota di investimenti in titoli di Stato, in Italia, ammonta al 24% del totale, contro una percentuale dell’11% circa rispetto alla media europea.
Nell’industria assicurativa, inoltre, sta crescendo la quota di risorse che vengono destinate sia a supporto dell’economia reale, attraverso il finanziamento di società non finanziarie, sia a sostegno di progetti infrastrutturali finalizzati a favorire lo sviluppo sostenibile dell’economia. Nella tabella sottostante vengono, inoltre, identificate le durate medie di investimento dei titoli di Stato.

Dalla lettura di questa tabella emerge con chiarezza come l’industria assicurativa abbia privilegiato i titoli di Stato con una durata di medio termine. Da ultimo sottolineiamo un aspetto, non certo marginale, di un forte legame tra il settore assicurativo e la finanza pubblica.
Ricordiamo, infatti, che il comparto assicurativo è sicuramente uno dei principali contribuenti dello Stato e, soprattutto, è un Sostituto di Imposta per il prelievo di importanti tributi. Una attività che viene svolta a titolo completamente gratuito e consente allo Stato di incassare con immediatezza importi rilevanti.
La maggior parte di queste entrate è riferibile alle imposte pagate dagli assicurati, ma il settore versa all’erario, oltre a queste imposte, una media di circa 1,3 miliardi di euro annuali, per quanto riguarda le imposte societarie, e 1,5 miliardi di anticipo sulle riserve vita.
Per quanto riguarda questa ultima imposta giova rammentare che lo stock accumulato dell’anticipo di imposta sulle riserve del settore vita che le compagnie non hanno ancora recuperato supera ormai l’ammontare di 9 miliardi.

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