Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

logo_mf

La definizione del quadro normativo in materia di intelligenza artificiale ha conosciuto negli ultimi mesi tappe importanti ma anche significative battute d’arresto. Se l’Italia ha provveduto ad avviare l’iter volto a facilitare l’attuazione dell’AI Act, il quadro è ancora lungi dall’aver acquisito fattezze nitide, con conseguente incertezza per gli operatori. Per un verso, infatti, la legge italiana si sostanzia in larga parte nel conferimento di deleghe al governo per l’adozione, entro 12 mesi, di decreti legislativi che adegueranno l’ordinamento italiano sotto una molteplicità di profili; tra questi saranno attribuiti alle autorità competenti designate dalla legge, ossia Agid e Acn, i poteri necessari a esercitare le rispettive funzioni di accreditamento e vigilanza. Per altro verso, l’Europa sembra aver compreso l’esistenza di difficoltà comuni a diversi Stati membri.
Il cda di Montepaschi accelera nella scelta dei candidati della sua lista per il nuovo board da eleggere il prossimo 15 aprile. Alla fine di una seduta del consiglio ieri è arrivata una soluzione di compromesso sul processo di selezione: il ceo uscente, Luigi Lovaglio, potrà votare la lista elaborata dal comitato nomine ma il dialogo con i soci sulle candidature sarà affidato esclusivamente al presidente Nicola Maione. Una soluzione, questa, proposta dall’organo endoconsiliare per tutelare la banca nell’ambito dell’inchiesta per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza condotta dalla Procura di Milano. La scelta è stata presa all’unanimità, anche per evitare spaccature in un momento delicato per la banca. Da Siena si sottolinea che la decisione ha una natura puramente prudenziale e non pregiudica la possibilità di ricandidare Lovaglio. La sua riconferma non è ancora data per scontata: diverse fonti segnalano presunte tensioni tra il board e il ceo anche a seguito di decisioni che sarebbero state assunte senza una completa condivisione con gli altri consiglieri.
L’intelligenza artificiale non è più solo una leva di produttività o un moltiplicatore di efficienza, ma si sta consolidando come fattore di accelerazione al cybercrime: un’arma industriale, scalabile, a basso costo. E soprattutto disponibile. Il cambio di paradigma è raccontato nel report «L’Intelligenza Artificiale come Arma» realizzato da Maticmind-Zenita Group, secondo cui dalla fine del 2022 gli attacchi cyber tramite AI sono cresciuti di oltre il 220% annuo. A inizio 2025 più dell’80% delle campagne di phishing globali era già supportato da AI generativa, con tassi di successo moltiplicati fino a quattro volte. Le perdite economiche globali derivanti da frodi e attacchi AI-driven sono ingenti, stimate in 12,3 miliardi di dollari per il 2023 e con proiezioni che le vedono salire fino a 40 miliardi entro il 2027.
Il 2025 finisce con il vento in poppa per l’industria italiana del risparmio gestito. Secondo quanto calcolato da Assogestioni, associazione di categoria presieduta da Maria Luisa Gota (Eurizon), nel corso del mese di dicembre sono stati realizzati afflussi per oltre 8 miliardi di euro, di cui la gran parte (6,6 miliardi) provenienti dalle gestioni di portafoglio. In questo modo il saldo dell’intero 2025 arriva a 37,3 miliardi, di cui quasi 16 dai fondi aperti. Si tratterebbe, in attesa della lettura definitiva che arriverà con la mappa trimestrale, di una crescita del 13% rispetto allo scorso anno, quando la raccolta totale era stata pari a 33,1 miliardi. E questo nonostante il mese di dicembre, il migliore di tutto il 2025, abbia perso il confronto con l’anno passato, che era stato chiuso a un passo dai 13,4 miliardi
Con l’arbitro assicurativo, l’organismo indipendente istituito presso l’Ivass per la risoluzione stragiudiziale delle controversie tra clienti e compagnie, operativo dal 15 gennaio, potrebbero emergere pretese di importo modesto che solitamente non approdano in Tribunale e il nuovo strumento è destinato ad affermarsi anno dopo anno. Ne è convinta Manuela Malavasi, partner dello studio BonelliErede, ricordando che «nel 2024 le assicurazioni hanno ricevuto 113 mila reclami, di cui il 60% respinto o non risolto»

  • Mareggiate niente obbligo di polizza
Il nuovo obbligo assicurativo per le imprese (legge n. 21312023, art. 1, commi 101-112, attuato con dm n. 18/2025) si fonda su un principio: trasferire al mercato parte del rischio catastrofale, riducendo l’esposizione finanziaria dello Stato e incentivando una gestione più responsabile del rischio. Tuttavia, il quadro normativo presenta una lacuna strutturale che interessa l’intero perimetro costiero nazionale, mettendo in discussione l’efficacia del meccanismo. L’art. 3 ci circoscrive la copertura obbligatoria a tre eventi — alluvione, sisma e frana — con definizioni dettagliate. Le mareggiate, pur essendo fenomeni ricorrenti e potenzialmente devastanti lungo migliaia di km di costa, restano però escluse. Lo conferma l’Ania nelle faq, in aderenza alla norma: le mareggiate sono “escluse dalla polizza obbligatoria” sia dalla definizione di alluvione sia da quella di sisma. Il ciclone Harry (20-21/1/2026) ha fornito un test della norma: Sicilia, Calabria e Sardegna hanno registrato danni ingenti. Le imprese colpite si sono trovate obbligate a rispettare l’assicurazione per rischi diversi, ma prive di copertura per l’evento subito. Il nodo è nell’art. 1, comma 102: il mancato adempimento comporta la perdita di accesso a contributi e agevolazioni pubbliche. La tempistica aggrava il quadro. L’obbligo per le pmi decorreva dall’1/1/2026; la proroga al 31/3/2026 riguarda solo settori specifici — somministrazione, turismo, pesca. Ne deriva un’asimmetria: una pmi manifatturiera non assicurata per inerzia, con l’obbligo in vigore da meno di un mese, rischia di vedersi negati i ristori; un’impresa ittica, beneficiaria della dilazione, vi accederà regolarmente. Il discrimine non è il danno subito, ma il codice ATECO. Due questioni emergono. Primo: un meccanismo pensato per la resilienza può trasformarsi in una trappola per le imprese meno strutturate. Secondo: l’esclusione del rischio marittimo lascia scoperta una porzione critica di economia costiera su oltre 8mila km di litorale.

corsera

Primo consiglio di amministrazione dell’anno per Generali il cui board ieri si è riunito in modalità ordinaria, anche in vista della presentazione dei risultati annuali fissata per il 12 marzo. Conti che, secondo quelle che sarebbero le valutazioni del board, potrebbero anche battere le stime 2025 del piano al 2027 presentato un anno fa dal ceo Philippe Donnet. Il Leone ieri ha archiviato una giornata di crescita in Borsa dove ha chiuso con +1,47%. Ma a giovare alla nuova traiettoria del titolo sarebbe anche il nuovo clima a Trieste dopo la decisione di non andare avanti con Natixis. L’ipotesi di mettere mano alla governance sarebbe stata tolta dal tavolo. Le voci su possibili avvicendamenti al vertice del Leone si sono fermate e molti sul mercato ritengono che Donnet possa arrivare a concludere il mandato, che scade ad aprile 2028. Una prospettiva che rinvierebbe quindi il riassetto della governance alla scadenza naturale del consiglio. Una nuova fase che gli analisti dopo gli incontri con i manager del Leone sembrano confermare.

Repubblica_logo

Disastro colposo e danneggiamento seguito da frana. Il procuratore capo di Gela, Salvatore Vella, ha aperto un procedimento penale, al momento a carico di ignoti, dopo la frana di quattro chilometri che domenica scorsa ha trasformato in un canyon la città di Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Due i sostituti incaricati di seguire l’indagine delegata alla polizia. La procura gelese si concentrerà su due filoni: le eventuali inadempienze degli amministratori dopo la frana del 1997, mancate bonifiche e messe in sicurezza e poi tutte le azioni che dal 1997 a oggi possono aver aggravato la situazione del sottosuolo di Niscemi. La procura ha già annunciato che si avvarrà dei migliori periti per stabilire esattamente cosa è successo domenica scorsa e se ci sono responsabilità
L’inflazione non erode solo i redditi, ma anche la ricchezza delle famiglie, che nel 2024 arretra di oltre il 5% rispetto al 2021. Un risultato dovuto al carovita, perché il dato del 2024 è ampiamente positivo: su base annua, a prezzi correnti, si registra un aumento del 2,8%, che permette di raggiungere il valore più elevato dal 2005. Ma nei due anni precedenti, il 2022 e il 2023, l’inflazione è stata altissima (rispettivamente 8,7% e 5,7%) e quindi l’aumento di valore
della ricchezza non è riuscito a rimanere al passo del balzo dei prezzi. «L’inflazione, non solo aumenta la povertà assoluta, ma fa male anche al ceto medio e a chi si può permettere attività finanziarie e investimenti in oro, titoli, azioni, fondi comuni e così via», sottolinea l’Unione nazionale consumatori.

La storia dell’informatica aziendale è una storia di tensioni dialettiche tra il centro e la periferia, in particolare, tra centralizzazione e decentralizzazione. Tra chi controlla l’infrastruttura e chi la deve usare per produrre valore. Negli anni passati abbiamo imparato a convivere con lo Shadow It, ovvero l’utilizzo di software e dispositivi mobili all’ombra dai responsabili tecnologici, e comunque non approvati. Oggi ci troviamo di fronte a una mutazione ben più insidiosa e complessa: lo Shadow AI.  Siamo di fronte a un fenomeno in cui l’Ai generativa, accessibile a chiunque disponga di un browser, viene impiegata per svolgere compiti critici all’insaputa dell’organizzazione. La deduzione logica è immediata: se l’accesso alla potenza computazionale è diventato privo di attrito, allora il controllo centralizzato tradizionale non è più un argine sufficiente. Chi usa in questo modo l’Ai non lo fa con intenti dolosi, piuttosto segue un principio di efficienza economica individuale, come a dire, sta cercando di massimizzare la propria produttività, colmando il divario tra la domanda di velocità imposta dal mercato e la risposta spesso lenta dei processi interni. Purtroppo, con tal modo di operare, ignora cosa mette a rischio con le sue operazioni. Delineiamo le possibili conseguenze. Quando portiamo questi strumenti nell’ombra, ossia al di fuori del perimetro della governance aziendale, esponiamo l’organizzazione a tre rischi esistenziali che non possono essere ignorati.
C’è un dossier caldo, quello Mps-Mediobanca, da archiviare. Ma non solo. C’è anche un piano che sta girando, e sta girando bene, da mettere in sicurezza. E il 2026 potrebbe essere l’anno giusto per definire entrambe le partite. Ecco perché la sensazione ormai diffusa in ambienti finanziari è che l’attuale assetto di vertice delle Generali, ossia l’amministratore delegato Philippe Donnet e il presidente Andrea Sironi, possa restare così com’è, almeno nel medio periodo. La situazione è indubbiamente fluida ma alcuni punti fermi sembrano confermare che questa potrebbe essere la strada che infine verrà percorsa. Il primo, come detto, è la necessità di dare priorità, in questa fase, alla definizione del futuro del Monte sia in termini di governo societario sia sul piano del futuro industriale. Un primo passo, in questo senso, è stato compiuto con la delibera del consiglio di amministrazione tenuto ieri che ha stabilito le regole per la composizione della lista del cda. Poi c’è la tappa assembleare del 4 febbraio e quindi il confronto con la Bce sul piano industriale e a valle l’elezione del nuovo consiglio. Tutti passaggi che richiedono tempo e che, a seconda dell’esito finale, andranno a impattare anche su Mediobanca, allo stato primo azionista del Leone con il 13% del capitale. Dunque sono una volta chiarito il quadro a Siena sarà possibile comprendere i riflessi su Trieste. Il secondo aspetto, altrettanto rilevante, sono i numeri. A partire dalla Borsa. Generali viaggia attorno ai 33 euro ad azione il mercato vede però il titolo proiettato a 36 euro, almeno questo è il target price medio raccolto da Bloomberg, e c’è una tendenziale prevalenza degli analisti a consigliare l’acquisto di nuove azioni o il mantenimento dei titoli in portafoglio. Le attese, dunque, sono positive.
Una polizza infortuni, come ogni contratto assicurativo, va scritta in modo chiaro ed esauriente, ai sensi dell’articoli 165 del Codice delle assicurazioni. E, laddove contenga espressioni equivoche o clausole polisenso, va interpretata con i criteri di ermeneutica degli articoli 1362 e seguenti del Codice civile, tra cui quello dell’interpretazione contro il predisponente (nella maggior parte dei casi l’assicuratore, ex articolo 1370 del Codice civile). Lo ribadisce a chiare lettere la Cassazione occupandosi (ordinanza 788 del 14 gennaio 2026 ) di una polizza interpretata in appello in modo pro-assicuratore.