Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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Fatturazione elettronica e digitalizzazione sono alcuni degli strumenti che stanno aiutando le imprese ad accorciare i tempi di pagamento. Ma non basta. I pagamenti lenti sono un problema strutturale, che rischia di far perdere risorse utili a investimenti, innovazione e crescita, frenando così la competitività. La pensa così sul tema Andrea Resteghini, Head of credit underwriting Allianz Trade MMEA. Secondo Allianz Trade, società specializzata nell’assicurazione dei crediti commerciali, in Italia la raccolta dei pagamenti in ritardo continua a rappresentare una sfida significativa, nonostante un graduale miglioramento della puntualità. Nel 2024 il Days sales outstanding (Dso, cioè i tempi medi di incasso di un credito) delle aziende quotate si è attestato intorno ai 73 giorni, un valore ancora distante dai 30 giorni previsti per legge e superiore alla media dell’Europa occidentale, con criticità più marcate in settori come trasporti, automotive, costruzioni e retail non food. In questi comparti l’allungamento dei tempi di incasso riflette condizioni strutturali differenti: la pressione sui margini per il trasporto merci, compressi dall’aumento dei costi operativi, e la debolezza della domanda che continua a pesare sull’automotive, sulla filiera delle costruzioni e sul commercio retail non alimentare, dove le imprese tendono a ricorrere maggiormente alla dilazione come leva di gestione finanziaria.
Sono stabili le abitudini di pagamento delle imprese italiane: non diminuiscono e non aumentano i ritardi nel saldare le fatture ai propri fornitori. E infatti ammonta al 43,4% la percentuale di coloro che pagano nei termini stabiliti (era al 43,6% nel trimestre precedente). Anche se ci sono aziende più virtuose di altre: le microimprese mostrano una buona puntualità (44,3%), ma anche la quota più elevata di ritardi gravi (4,8%), ossia oltre i 90 giorni. A livello geografico, con oltre una impresa su due puntuale (51,2%) e solo il 2,3% di ritardi gravi, è il Nord Est l’area più affidabile; mentre Sud e Isole restano l’area più critica (rispettivamente 32,6% e 6,8% di ritardi gravi). Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto guidano il ranking regionale con oltre il 52% di pagamenti regolari, mentre Sicilia e Calabria chiudono la classifica con il 27,9% e il 27,7%. Sono alcune delle tendenze rilevate da Cribis, società del gruppo Crif, specializzata nelle informazioni commerciali sulle aziende, nell’ultima edizione dello studio sui pagamenti, aggiornato a dicembre 2025, da cui emerge una maggiore attenzione alla gestione della liquidità.
Non può darsi applicabilità retroattiva al nuovo tetto sulle responsabilità dei sindaci delle società non quotate, di cui al novellato secondo comma dell’art. 2407 c.c.. È quanto si legge in due pronunce della Cassazione, la sentenza n.1390 e l’ordinanza n. 1392 del 22 gennaio scorso (in molte parti, peraltro, coincidenti), che avranno impatto anche sulla futura giurisprudenza di merito, che fin qui si era espressa in modo contrastante (si veda ItaliaOggi Sette del 21 luglio 2025)
Anche una condotta imprudente da parte del lavoratore può portare alla condanna del datore di lavoro, se il macchinario che ha causato l’infortunio presenta protezioni facilmente aggirabili o sprovviste di dispositivi di blocco in grado di arrestarne il movimento. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 39821 del 19 novembre 2025, ha confermato la condanna nei confronti di un datore di lavoro per le lesioni occorse ad un suo dipendente, nonostante lo stesso si fosse verificato per una condotta imprudente di quest’ultimo.

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Dal prossimo assetto del Leone, a cui guardano sia Unicredit che Intesa, dipenderanno gli equilibri finanziari. Difficile che Orcel faccia qualche nuova mossa prima che si risolva il rebus della compagnia di Trieste, per la quale il governo favorisce una soluzione istituzionale

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La storia che ci viene raccontata è sempre la stessa: siamo costretti a pagare di tasca nostra 10 miliardi di euro l’anno perché le liste d’attesa sono troppo lunghe. E infatti una visita su 2 e un esame diagnostico su 3 sono a carico dei cittadini. Quello che nessuno ci spiega è il motivo per cui queste liste d’attesa non si riducono mai e quali interessi economici contribuiscono ad alimentarle. I report interni che svelano il business a danno dei pazienti

Un osservatore esterno, ascoltando certe dichiarazioni politiche e sociali, crederebbe che l’Italia sia un Paese povero e in declino. In realtà, pur esistendo problemi di produttività, salari bassi e diseguaglianze territoriali, l’Italia resta tra le principali potenze economiche mondiali, con un welfare avanzato e una qualità della vita di gran lunga superiore alla media globale. Gli italiani, tuttavia, tendono a concentrarsi sui propri diritti più che sui propri doveri: i servizi sono spesso inefficienti nonostante una spesa elevata e diffusa. L’autore denuncia così un uso eccessivo e disordinato delle risorse assistenziali — un vero “metadone sociale” — che finisce per premiare anche chi non ne ha realmente bisogno, mentre i problemi strutturali (occupazione, produttività, debito, evasione) restano irrisolti
Entro il 6 marzo il consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena dovrà depositare la cosiddetta lista del cda uscente, da sottoporre all’assemblea dei soci del 15 aprile. Ma prima di quel venerdì ci sono cinque settimane ricche di appuntamenti cruciali. Si è iniziato la settimana scorsa, con una doppia riunione degli amministratori: mercoledì 28 si è trovato un accordo sulle regole che determineranno la stesura della lista, venerdì 30 si è parlato, tra l’altro, del tema remunerazioni in seno alla controllata Mediobanca. Mercoledì 4 è convocata l’assemblea straordinaria degli azionisti del Monte dei Paschi che dovrà votare le modifiche allo statuto sociale che consentiranno la presentazione della lista degli amministratori uscenti, ipotesi oggi non contemplata in casa del Monte. È un passaggio scontato nel suo esito, visto che sul principio tutti i grandi azionisti della banca non hanno dubbi, dal gruppo Caltagirone a Delfin, fino al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Ma sarà quello di mercoledì il punto di arrivo di un serrato dibattito interno che ha avuto la settimana scorsa il proprio apice, con l’approvazione all’unanimità del regolamento. L’assise sociale, che si terrà da remoto, è un passo formale necessario ma del tutto subordinato all’autorizzazione della Bce, che ancora a dicembre si era espressa informalmente con delle indicazioni, ma che dovrà vidimare le proposte di variazione dello statuto da parte di Mps perché queste abbiano valore. Senza approvazione da parte della Bce, tutto il percorso fin qui compiuto sarà inutile. Senza il visto di Francoforte non ci sarà alcuna lista del cda uscente. Questo è ben chiaro a tutti ed è anche per questo che la grande corsa di febbraio sarà senza pause e, pare opportuno, stonature
Dal 15 gennaio consumatori più tutelati quando sottoscrivono una polizza? Si spera di sì. Ha debuttato, appena due settimae fa l’Arbitro assicurativo, organismo indipendente pensato per risolvere in modo semplice, rapido ed economico le controversie tra clienti e imprese di assicurazione, intermediari compresi, una via alternativa al giudice che evita tempi lunghi e costi elevati. Il suo ambito di intervento riguarda le controversie che derivano da contratti assicurativi, incluse le fasi di liquidazione dei sinistri, l’informativa precontrattuale e il comportamento degli intermediari, purché non siano già pendenti davanti all’autorità giudiziaria. Il ricorso può essere presentato online, dal sito https://www.arbitroassicurativo.org/ dopo aver presentato un reclamo all’impresa o all’intermediario e averne ricevuto risposta negativa o nessuna risposta nei termini. La procedura è prevalentemente documentale, non richiede l’assistenza obbligatoria di un avvocato. Prevede un contributo economico contenuto di 20 euro, a carico del ricorrente, che viene restituito in caso di accoglimento. Pur non essendo formalmente vincolanti come una sentenza, le pronunce dell’arbitro hanno un forte valore reputazionale: le imprese sono tenute a comunicare se vi danno esecuzione. Se non adempiono alle decisioni del nuovo organismo, la notizia è pubblicata sul sito dell’arbitro assicurativo per un periodo di 5 anni. Inoltre, l’impresa o l’intermediario sono tenuti a pubblicare la medesima notizia sul proprio sito Internet.

Si chiamano politiche di age management e riguardano sia la gestione del ricambio generazionale sia la valorizzazione in azienda di profili anagraficamente distanti. A renderle necessarie è l’invecchiamento della popolazione. Così sempre più spesso al centro delle strategie di inclusione da parte delle imprese c’è la questione demografica, ovvero come aiutare lavoratori con esperienze, legate all’età, spesso assai diverse a collaborare e a condividere competenze e informazioni. Lo conferma, ricostruisce una mappatura di Adapt, il numero di contratti collettivi, nazionali e aziendali, che sempre di più contemplano interventi di age management
Le violazioni di dati personali più ricorrenti in Italia ruotano intorno a marketing, telemarketing e profilazione e poi trattamento e sicurezza dei dati. L’ottava edizione del Gdpr Fines and Data Breach Survey pubblicato dallo studio legale Dla Piper sottolinea come in Europa le notifiche di data breach sono salite da una media di 363 a 443 al giorno in un contesto segnato dalle tensioni geopolitiche e da minacce e attacchi abilitati dall’Ai, confermando un rischio cyber sempre molto alto. In Italia sono state segnalate 2.465 violazioni nel 2025. Dal report emerge che negli ultimi 12 mesi le autorità di controllo hanno inflitto sanzioni Gdpr per circa 1,2 miliardi di euro – dato in linea con il 2024 – e l’ammontare complessivo delle multe ha raggiunto 7,1 miliardi dall’entrata in vigore della normativa sulla privacy. L’Italia è quinta tra i Paesi europei con sanzioni per un totale di 277 milioni di euro. Inoltre, se le più multate sono le grandi aziende tecnologiche e dei social media, si osserva che le autorità stanno spostando l’attenzione verso settori come servizi finanziari, telecomunicazioni, utilities e fornitori di servizi tecnologici
Oltre quattro milioni di famiglie in Italia affrontano ogni mese una spesa superiore al 30% del proprio reddito per sostenere i costi di un canone di affitto o la rata di un mutuo. Una soglia “limite” che per 1,5 milioni di questi nuclei familiari si trasforma in disagio abitativo acuto o grave e in conseguente morosità. Il dato emerge da un recente studio realizzato da Nomisma, di cui il Sole 24 Ore anticipa i contenuti. Il disagio è concentrato soprattutto tra chi vive in locazione: il 78% delle famiglie in difficoltà è costituito da affittuari, penalizzati da un mercato congestionato. La forte pressione della domanda, a fronte di un’offerta limitata, ha spinto i canoni medi a crescere del 3,5% su base annua nell’ultimo anno (+16% negli ultimi 5 anni) , con aumenti attorno al 10% per i contratti destinati agli studenti. Nei comuni con oltre 200mila abitanti l’incidenza del canone sul reddito supera il 30% per quasi il 38% delle famiglie; Milano si conferma la città più cara, seguita da Roma, Firenze e Bologna. Anche in mercati tradizionalmente più accessibili, come Torino, Genova o Napoli, i canoni risultano in crescita, una dinamica diffusa su tutto il territorio
Irap leggera per i dividendi “comunitari” di banche e assicurazioni. La legge di Bilancio 2026 ha infatti recepito la sentenza della Corte di giustizia del 1° agosto 2025 resa nelle cause riunite da C-92/24 a C-94/24, prevedendo l’esenzione nella misura del 95% dei dividendi infra-Ue con i requisiti della direttiva “madre-figlia”.