SE GUERRA ED ECONOMIA PEGGIORANO, LA PROBABILITÀ DI DEFAULT POTREBBE SALIRE ALL’8%
di Luca Gualtieri
Nei prossimi mesi, con un contesto economico e geopolitico fortemente instabile e un quadro istituzionale incerto, per molte aziende italiane l’orologio della storia potrebbe tornare indietro di 15 anni. L’outlook di metà 2022 di Cerved Rating Agency tratteggia previsioni poco rassicuranti per il tessuto produttivo tricolore. Il report (realizzato sulla base di un campione di oltre 16 mila imprese con rating regolamentare ed equamente distribuite sul territorio nazionale) descrive tre scenari: base, intermedio e negativo sulla base di proiezioni sempre più severe dal punto di vista macroeconomico. In tutti e tre gli scenari comunque la probabilità di default media si posizionerà al di sopra del livello toccato nel picco della pandemia, quando gran parte del tessuto economico era bloccato.

Il caso base prevede un valore del 5,91%, pur in presenza di condizioni di contesto incoraggianti come un graduale miglioramento dello scenario geo-politico, un rallentamento economico senza recessione, nessuna interruzione completa delle forniture di gas dalla Russia, un forte mercato del lavoro e una piena attuazione del Pnrr. Passando allo scenario intermedio, il quadro si fa più cupo, con un deterioramento significativo del contesto economico, nessun progresso nel contesto geo-politico e un rallentamento del programma di attuazione del Pnrr con possibili slittamenti nella ricezione dei fondi. In questo caso la probabilità di default media delle imprese italiane salirebbe al 6,29%.

Nello scenario peggiore si tornerebbe di fatto alla bufera del 2008, quando il rischio di fallimento per le imprese italiane si era attestato intorno all’8%. In questo caso Cerved delinea uno scenario da incubo: recessione economica globale, ulteriore inasprimento dello scenario geo-politico, condizioni finanziarie molto restrittive con allargamento degli spread sul debito pubblico, completa interruzione delle forniture di gas e mancata attuazione delle riforme necessarie all’attuazione del Pnrr. In ogni scenario a incontrare le difficoltà maggiori saranno le aziende di dimensioni inferiori: mediamente una microimpresa rischierà quasi quattro volte più di una grande, con una probabilità di default al 2023 del 10,8% contro il 3%. Profonde saranno anche le differenze regionali: i default nelle isole potrebbero infatti essere quasi il doppio di quelli nel Nord Ovest. I settori in bilico? L’automotive per il rincaro delle materie prime e la crisi dei chip, l’agricoltura e il food and beverage per gli effetti della siccità e il rincaro dei beni alimentari che impatta negativamente sulla filiera. «I livelli di probability of default stimati da Cerved Rating Agency, intesa come percezione del rischio di credito del portafoglio di imprese italiane, hanno subito nell’ultimo biennio un aumento significativo per via della congiuntura macroeconomica derivante dalla crisi pandemica, dallo stress dei prezzi dell’energia e delle materie prime e non da ultimo dalle incertezze derivanti dal conflitto in corso e dalla recente crisi governativa», spiega Fabrizio Negri, amministratore delegato di Cerved Rating Agency. «Pur confermandosi fra i settori più rischiosi, migliorano le prospettive per il settore turistico grazie alle riaperture post-Covid e al ritorno dei viaggiatori stranieri. Tra i settori a più basso rischio di credito si annovera inoltre il settore dell’informazione e telecomunicazione, meno esposto ai fattori negativi dell’inflazione e del rialzo delle materie prime». (riproduzione riservata)
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