Pierluigi Mandoi
Il conto alla rovescia per usufruire del Superbonus 110%, salvo una difficile proroga nella prossima legge di Bilancio, è iniziato. Sono 19 i mesi che i condomìni hanno a disposizione per fare uso della misura integrale e solo sette, ancora di meno, quelli che spettano alle abitazioni unifamiliari.

Saranno abbastanza? Per capirlo, la prima tappa sarà far ripartire i cantieri rimasti bloccati dopo le limitazioni alla cessione dei crediti di imposta previste nel decreto Sostegni-ter. E dunque, verificare se quanto disposto dal decreto Aiuti pubblicato in Gazzetta Ufficiale mercoledì 18 maggio sia sufficiente a sbloccare il circuito di questi crediti per le banche.

L’ultima norma in ordine cronologico prevede la possibilità che gli istituti trasferiscano in ogni momento -e non più solo dopo tre cessioni- i crediti già acquistati ai propri «clienti professionali privati». Altre banche o intermediari finanziari ma anche, ai sensi della direttiva Mifid II, le imprese di grandi dimensioni con almeno due tra: 40 milioni di euro di fatturato, 2 milioni di fondi propri o un totale di bilancio pari o superiore a 20 milioni.

La nuova legge si applica solo per i casi in cui la prima cessione del credito è avvenuta dopo lo scorso primo maggio, ed è stata comunicata dall’Abi ai suoi associati con una circolare nella giornata di venerdì 20 maggio. Potrebbe sbloccare i cassetti fiscali dei gruppi bancari, che hanno raggiunto il massimo della capacità negli scorsi mesi. «Al momento l’acquisto dei crediti è ancora temporaneamente sospeso, ma stiamo studiando soluzioni per ripartire», commenta Unicredit all’indomani dell’approvazione del decreto. Allo stesso modo Intesa Sanpaolo, che ha dichiarato: «Accettando fino a quasi 20 miliardi di lavoro, i volumi hanno determinato la saturazione della capacità fiscale del gruppo, conseguentemente è sospeso l’avvio di nuove richieste. È in corso di valutazione quanto previsto dal decreto Aiuti in materia di ri-cessioni al fine di comprendere l’efficacia del provvedimento in una logica di effettivo ampliamento di questa capacità».

Banco Bpm, che ha raggiunto 4 miliardi di euro in volumi totali, rileva invece che «l’operatività di nuove pratiche è al momento limitata al recupero di capienza fiscale derivante dalla rinuncia alla cessione dei loro crediti da parte dei clienti già contrattualizzati», mentre Poste spiega di aver acquistato crediti per 7,4 miliardi di euro al 31 dicembre e, dunque, di essere vicina a toccare il plafond fiscale di 9,5 miliardi.

Dall’altra parte Cassa Depositi e Prestiti, che aveva chiuso il servizio di cessione dei crediti edilizi a febbraio, si è detta vicina alla piena riapertura a nuove richieste, acquistando le somme dalle imprese che le abbiano maturate a valle dello sconto in fattura. Ha anche fissato le condizioni contrattuali: comprerà i Superbonus al 91,5% del valore nominale, quindi il 100,6% effettivo.

Quel che si trae dalle parole dei rappresentanti delle banche è un ottimismo sì, ma relativamente timido. È la politica invece a esprimere con toni più forti i dubbi sulla misura, e in particolare il Movimento 5 Stelle, che del Superbonus 110% ha fatto una battaglia. «Speriamo basti, le banche avevano chiesto di più. Sicuramente dovrebbe aiutare, ma vedremo solo nei fatti se sarà sufficiente», commenta, critico, il deputato Riccardo Fraccaro. Altri accusano il governo di «continuare a mettere lacci e lacciuoli intorno al Superbonus, restringendo eccessivamente la platea degli acquirenti», come ha affermato il senatore Gianmauro Dall’Olio, componente della commissione Bilancio e della commissione Banche del Senato.

D’altronde, che il governo (e in particolare il presidente del Consiglio Mario Draghi e il titolare dell’Economia Daniele Franco) sia fortemente critico nei confronti del bonus edilizio al 110% non è una novità. Nemmeno un mese fa, davanti al Parlamento Europeo, Draghi aveva detto che il 110%, «togliendo l’incentivo alla trattativa sul prezzo, ha fatto più che triplicare i prezzi necessari per attuare le ristrutturazioni». Un’affermazione che ha scatenato un dibattito ancora in atto. In un recente report, la confederazione nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa (Cna), ha provato a confutarla affermando che l’aumento dell’indice dei prezzi delle costruzioni italiano, nel quarto trimestre dello scorso anno, è stato pari al 9,7%, al di sotto della media europea e di altri Paesi in cui i bonus edilizi non sono presenti.

I rappresentanti delle associazioni di categoria del settore edile, in genere, ritengono che una soluzione al caro-materiali ci sia, ed è rendere strutturali le misure dei bonus edilizi, anche in misura più ridotta (si veda l’articolo a fianco): ma in questo momento, visto anche l’approcciarsi delle elezioni e la presumibile titubanza dei partiti ad aumentare le voci di spesa pubblica, anche una proroga annuale dell’attuale regime sembra difficile da pronosticare. Occorre dunque fare e porre a termine i lavori prima che il conto alla rovescia scada. A questo scopo, il compito sembra più facile per quanto riguarda i proprietari di abitazioni unifamiliari. Se è vero infatti che, per usufruire del bonus, i lavori dovranno essere completati entro il 31 dicembre di quest’anno, gli ultimi interventi normativi potrebbero velocizzare le operazioni. Il decreto Aiuti ha prorogato dal 30 giugno al 30 settembre la data in cui portare a completamento il 30% dei lavori totali in modo da ottenere il 110%. In questa percentuale, peraltro, rientrano anche le parti di ristrutturazione non coperte dal Superbonus. Tempi più dilatati, dunque, per permettere ai cantieri e alle cessioni dei crediti di sbloccarsi.

Un po’ più complicata, nonostante il termine ultimo per beneficiare del Superbonus 110% al 31 dicembre 2023, è la situazione dei condomìni. Già non depone a favore per questo tipo di edifici, come noto, la difficoltà di trovare accordi in tempi rapidi tra i comproprietari. Inoltre, si segnalano due restrizioni normative recentemente introdotte dal punto di vista delle aziende che possono effettuare i lavori. Dal prossimo 27 maggio, tutti i general contractor che operano ristrutturazioni per un valore superiore ai 70mila euro dovranno operare con il contratto collettivo nazionale di lavoro dell’edilizia, e alcuni potrebbero reputare il requisito non conveniente. Inoltre, per tutti i lavori superiori ai 516mila euro, secondo un emendamento al decreto Energia all’esame del parlamento, sarà necessario a partire dal primo gennaio 2023 che le imprese operanti abbiano una certificazione Soa analoga a quella prevista per chi riceve commesse pubbliche: alcuni, come l’Ance (si veda box nella pagina a fianco), ritengono la norma necessaria ad assicurare la professionalità delle imprese del settore, altri la vedono come una «legge scorretta, volta a favorire i grandi operatori a danno di quelli più piccoli», come ha detto il presidente di Confartigianato Brescia e Lombardia, Eugenio Massetti. Di certo, se approvato, ridurrebbe il novero delle imprese edili autorizzate per questi lavori: dalle attuali 500mila operatrici del settore alle circa 17mila che sono dotate di certificazione Soa. (riproduzione riservata)

Imprese qualificate, tutela per tutti
di Pierluigi Mandoi
Investimenti ammessi a detrazione per un totale di 27,4 miliardi di euro, con un ritmo stabile di 3 miliardi in più al mese. Sono gli ultimi dati dell’Enea, aggiornati ad aprile, sul Superbonus 110%. Vedremo un incremento simile anche a maggio? Secondo Gabriele Buia, presidente di Ance (Associazione nazionale costruttori edili), «è sicuramente auspicabile. In genere maggio è un mese in cui si lavora, nei mesi pre-estivi c’è più produttività. L’unica variabile è il dubbio sulla possibilità delle banche di continuare a ritirare i crediti, che potrebbe portare a una controtendenza». L’imprenditore parmense ritiene il bonus una misura «importante sia per gli obblighi europei di riduzione delle emissioni, di cui il 40% è prodotto dal sistema immobiliare, ma anche per rilanciare un settore che ha una filiera lunghissima. Lo scorso anno dei sei punti percentuali di crescita italiani quasi due erano a favore del settore delle costruzioni nella sua interezza». Servono però delle regole chiare e fisse, «niente norme retroattive, niente stop-and-go, che fanno male agli operatori e creano tanta incertezza». Il presidente dell’associazione di categoria dei costruttori vuole evitare che una misura come quella del bonus 110% diventi sin d’ora argomento di campagna elettorale, ma dice di averne iniziato a vedere i primi segnali con riferimento all’emendamento che prevede le certificazioni Soa per i lavori superiori ai 516mila euro a partire dal primo gennaio 2023. «Si vedono lamentele ma una regola simile esiste già per tutte le imprese che fanno lavori superiori ai 250mila euro nei crateri dei terremoti. Ed è una norma che tutela la qualità delle opere così come la sicurezza sul lavoro». Tra le circa 500mila imprese che hanno come codice Ateco «costruzioni», circa 380mila hanno un numero di dipendenti da zero a due. «Però è necessario, quando si tratta di un settore importante come il nostro, in cui gli infortuni sono insiti, dimostrare un’organizzazione stabile che possa garantire di rispettare tutti gli obblighi di legge previsti per tutelare la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro. Non è un provvedimento che esclude le imprese dal mercato, non è un provvedimento corporativo. Qualifica le aziende a vantaggio dei proprietari di immobili e della collettività, visto che si tratta anche di soldi pubblici. E poi le imprese che prenderanno la qualificazione, una volta finito il Superbonus 110%, avranno la possibilità di concorrere a tutte le gare del Pnrr in tutti i comuni italiani, dove l’importo delle opere è piccolo-medio». Un intervento come questo, aggiunge, potrebbe essere funzionale all’obiettivo di rendere il Superbonus una misura strutturale, il che potrebbe anche allentare le pressioni sui prezzi per quanto riguarda i materiali: «Non possiamo negare che ci siano certe componenti davvero carenti, che ci sia una forte domanda e un’offerta limitata. Ma se lo Stato garantisce qualità e trasparenza allungando il bonus fino a quando ci sarà la possibilità di soddisfare quell’eccesso di domanda, magari con una diversa qualificazione percentuale, si potrà trainare ancora un settore che ha la possibilità di viaggiare a piene vele. Onoriamo lo sforzo che sta facendo il governo, da parte nostra c’è tutto l’impegno a marciare dritto verso la crescita del Paese». (riproduzione riservata)
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