Dopo le cessioni di Pekao, Pioneer e Fineco, ora tocca alla turca Yapi. Mustier riorganizza il perimetro del gruppo in attesa di una fusione Il mercato si interroga sul nuovo presidente e sul nuovo piano industriale
di Claudia Cervini -MF-DowJones

Nel pieno della crisi di governo e a tre mesi dalla presentazione del nuovo piano industriale (il 3 dicembre a Londra) spunta l’ipotesi di un’ennesima cessione per Unicredit . Questa volta il ceo Jean-Pierre Mustier, che anche nel periodo estivo lascia solo per brevissimi intervalli la cabina di comando, potrebbe disfarsi delle attività in Turchia. Dopo Pioneer, Bank Pekao e Fineco potrebbe infatti essere la volta di Yapi Kredi. Unicredit avrebbe avviato trattative con il partner turco Koc Holding per dismettere del tutto o ridurre in misura significativa la partecipazione nella joint venture che detiene quasi l’82% della banca turca. Una mossa che, se da un lato consentirebbe a Piazza Gae Aulenti di ridisegnare l’alleanza in cui era entrata nel 2005, dall’altro lato libererebbe ulteriore capitale per iniziative future.
A poco più di un mese dalla dismissione dell’ultima quota in Fineco e al termine di un piano industriale che ha fortemente ridimensionato il perimetro del gruppo, la nuova ipotesi di cessione non poteva lasciare indifferente il mercato: analisti e investitori sono tornati a interrogarsi su quale sia la strategia industriale di Mustier. Trovando, ancora una volta, poche risposte. Se da un lato infatti le dismissioni degli ultimi tre anni hanno rafforzato i requisiti patrimoniali della banca consentendole di sostenere il percorso di derisking e di prepararsi a eventuali shock di sistema, dall’altro lato hanno privato Unicredit di un presidio su mercati ancora potenzialmente interessanti e, almeno in alcuni casi, di una fonte costante di ricavi.
Nel caso specifico della Turchia i vantaggi immediati di un’uscita sono evidenti: se l’esposizione verso il Paese fosse completamente rimossa, Unicredit avrebbe un Cet1 ratio proforma del 12,3% rispetto al 12,1% riportato. Ma è anche vero che, nonostante le recenti difficoltà economiche, Ankara ha ampi spazi di crescita e può essere ancora un investimento prezioso per una banca internazionale. Ma c’è di più. Yapi, Fineco , Pioneer e Bank Pekao rappresentavano fiches pregiate che Unicredit avrebbero potuto mettere sul tavolo nella trattativa per una fusione. Una carta che evidentemente Mustier ha scelto di non giocare. Già nel luglio 2016 per reperire risorse necessarie a rilanciare la banca Mustier aveva messo sul mercato una prima quota del 10% di FinecoBank , scendendo al 55,4%. Un sacrificio chiuso al prezzo unitario di 5,4 euro, che aveva consentito di incamerare risorse per 330 milioni. L’operazione aveva poi avuto un seguito nel novembre dello stesso anno, quando era stato ceduto un altro 20% di Fineco a 4,55 euro per 552 milioni totali. Nel maggio scorso poi Unicredit ha venduto un altro pacchetto del 17% a 9,8 euro per 1,014 miliardi. L’8 luglio di quest’anno l’istituto ha poi deciso di vendere l’ultimo 18,3%.
Se insomma alcuni grandi investitori non nascondono lo scetticismo sulle recenti mosse di Mustier, è comprensibile la forte aspettativa che oggi il mercato nutre verso il nuovo piano. Il lavoro sulla strategia entrerà nel vivo a settembre e per qualche settimana procederà in parallelo con la delicata ricerca del nuovo presidente. Il successore di Fabrizio Saccomanni, scomparso di recente, sarà presumibilmente cooptato in cda a inizio autunno in modo da consentirgli di partecipare all’elaborazione della nuova strategia industriale e di condividerne le linee guida. Sul mercato hanno già iniziato a circolare alcuni nomi, tra cui quelli di Massimo Tononi (presidente Cdp), Vittorio Grilli (presidente Jp Morgan Italia ed ex ministro del Tesoro) e Alberto Cribiore, top banker di City.
Se la scelta del presidente sarà uno dei temi più caldi per il board di Unicredit , è comunque sul piano che si concentreranno le energie del ceo e del top management nei prossimi mesi. Mustier tiene le carte ben coperte. Se un ulteriore giro di vite sul personale viene ormai dato per certo (si ipotizzano fino a 10 mila esuberi), in una recente intervista rilasciata a MF-Milano Finanza il banchiere ha rivelato che il nuovo piano sarà incentrato sul rilancio commerciale e industriale dopo la pulizia di bilancio e i tagli di costi effettuati nel corso del business plan in scadenza. Obiettivi ambiziosi se è vero che il rilancio dovrà fare i conti con una congiuntura economica pre recessiva, con tassi sottozero e con un perimetro di gruppo più ristretto rispetto a tre anni fa.
A dire il vero non si può escludere che da qui all’Investor Day londinese da Piazza Gae Aulenti escano nuovi, clamorosi annunci. C’è, per esempio, chi suggerisce che il ceo potrebbe imprimere un’accelerazione a quel merger che insegue ormai da anni. Anche se nulla di formale è arrivato in cda, oggi le condizioni sono più favorevoli rispetto a qualche settimana fa. La stabilizzazione del rischio-Paese e l’insediamento di un nuovo governo Pd-5Stelle potrebbero infatti creare un contesto più favorevole a un’integrazione internazionale. Più nel dettaglio, le buone entrature che alcuni esponenti di spicco dei due partiti di maggioranza possono vantare con l’establishment politico-finanziario francese potrebbero imprimere un’accelerazione a quel dossier Société Générale che, nonostante il forte rallentamento subito nell’ultimo anno, non è mai stato messo da parte da Mustier. Una mossa a sorpresa di questo genere, che alcune fonti finanziarie accreditano come possibile in autunno, consentirebbe al banchiere francese di uscire dall’angolo sparigliando le carte e riguadagnandosi la fiducia di quei grandi investitori che negli ultimi mesi hanno cominciato a nutrire perplessità sulla strategia di medio-lungo periodo della banca. (riproduzione riservata)

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