VITTORIA PULEDDA

Brillante. Determinato. Vanitoso. Qualche volta aggressivo. Capace di arringare la platea e di coinvolgere l’uditorio, anche se il carisma vero è un’altra cosa. Chi ha lavorato insieme a Carlo Cimbri magari lo apprezza, più raramente lo ama, quasi sempre gli riconosce grandi doti di concentrazione ma soprattutto di determinazione. Quella che, ora, lo ha portato ad accogliere l’invito di Piazzetta Cuccia per intervenire a fianco del più blasonato milieu bancario milanese nel salvataggio del gruppo PremafinFonsai. Guidando la compagnia assicurativa di Via Stalingrado che già a partire dall’indirizzo è tutta un programma dritta dritta nel cuore dei salotti buoni della finanza (anche se Cimbri ha subito dichiarato che gli interessano le polizze e non le partecipazioni finanziarie). Dribblando una concorrenza a dire il vero nemmeno troppo agguerrita, per “avere un’assicurazione” dopo che qualche anno fa era tramontata nel peggiore dei modi la battaglia per “avere una banca”.
Una ferita ancora aperta e che solo pochi mesi fa, il 31 ottobre scorso, ha portato alla condanna di primo grado del tribunale di Milano per Giovanni Consorte, Ivano Sacchetti e Carlo Cimbri, direttore finanziario della compagnia all’epoca della tentata scalata di Unipol alla Bnl: all’attuale numero uno dell’assicurazione i giudici hanno comminato una condanna di 3 anni e sette mesi e una multa da un milione di euro, mentre per l’accusa di aggiotaggio manipolativo sui titoli Unipol privilegio dopo una condanna in primo grado, in secondo grado Cimbri è stato assolto per non aver commesso il fatto. Comunque, non essendo retroattive le nuove disposizioni sui requisiti di onorabilità per guidare le assicurazioni, il top manager non rischia niente; anche se non per questo il passaggio acquista di eleganza.
Del resto, l’eleganza non è esattamente il tratto distintivo di Cimbri. Sotto questo aspetto bolognese fino al midollo (ma non di nascita), più ruspante che raffinato: a partire dalle cravatte di seta chiare (e spesso lucide) ai capelli fluenti e riccioluti, tenuti in ordine con il gel (qualcuno favoleggia di un periodo in cui andava in giro con il codino, ma nessuno ne ha memoria fattiva) ai numerosi braccialetti d’oro. Maschili, ma dal gusto un po’ datato. Piccole debolezze in un lavoratore accanito, accentratore e persino maniaco nel tenere tutto sotto controllo; un workaoholic a volte dispersivo proprio per l’ambizione di correre dietro ad ogni dettaglio; che arriva abbastanza tardi al lavoro e va via tardissimo, costringendo i collaboratori a turni massacranti e a riunioni notturne; a detta di molti, senza il dono della puntualità.
Peccati veniali. Il punto, per il top manager nato nel 1965, è come sta guidando Unipol e come si appresta a guidare il nuovo maxi polo assicurativo che dovrebbe nascere dall’aggregazione multipla tra Premafin, Fonsai, Unipol Assicurazioni e Milano Assicurazioni (sempre che all’ultimo momento il complesso disegno non salti, per nuovi sviluppi).
Cimbri all’Unipol ci sta da sempre. Da quando ha cominciato a lavorare, nel 1991, nel servizio finanza e tesoreria, e poi in Finsoe come direttore e nuovamente in Unipol Assicurazioni come direttore, condirettore, direttore generale; dal 2008, direttore generale di Unipol Gruppo Finanziario e, dal 2009, amministratore delegato della holding, al posto di Carlo Salvatori. Insomma, se Giovanni Consorte ha incarnato l’assicurazione delle coop per una particolare stagione, difficile dire che Cimbri non fosse a sua volta e negli stessi anni nel rosso dell’uovo, anche se un passo indietro.
Ma secondo gli estimatori da quando si muove in prima persona, da quando ha il bastone del comando, ha finalmente unificato (anche con un processo di fusioni e aggregazioni) le varie anime dell’assicurazione (Meie, Aurora, Navale, Arca Vita, Winterthur e la stessa Unipol), ha migliorato il combined ratio (passato dal 108 del 2009 al 102,1% del 2010 al 98,1% del primo semestre 2011, anche se c’è da dire che un po’ tutto il mondo delle assicurazioni ha migliorato la gestione industriale) e ha dato nuovo smalto alla macchina operativa che, al 30 settembre scorso, vantava un solvency ratio intorno a quota 120 nonostante la compagnia non abbia fatto ricorso al cosiddetto decreto anticrisi dell’Isvap, che consente di sterilizzare le minus latenti sul portafoglio titoli governativi. Rispetto poi al piano industriale 20102012 finora la tabella di marcia è in anticipo di un anno sugli obiettivi.
Però tra gli osservatori serpeggia anche qualche perplessità. Il partito dei detrattori ricorda che dal 2000 ad oggi Unipol ha dimezzato la sua capitalizzazione e nel frattempo ha chiesto al mercato 4 miliardi in aumenti di capitale (4,054 per l’esattezza) restituendone poco più di due (2.080 milioni sotto forma di dividendi). Non basta: solo pochi mesi fa, a fine settembre, ha incassato un assegno di 325,2 milioni da parte di Bpn Paribas per la cessione del 51% di Bnl Vita. Insomma, dovrebbe avere un po’ di fieno in cascina; per questo, la richiesta di 1,1 miliardi di aumento di capitale ha suscitato qualche meraviglia per l’entità dei mezzi freschi richiesti al mercato.
Di sicuro il gruppo ha un suo problema, da tempo: Banca Unipol. L’istituto di credito oggetto peraltro proprio in queste settimane di un’ispezione da parte di Banca d’Italia è stato ricapitalizzato per 100 milioni a metà 2011 dalla holding, che ha anche dato garanzie su posizioni creditorie per 550 milioni di euro; la banca del resto ha sommato debiti dubbi a vario titolo per circa un miliardo (su meno di 10 di impieghi) e dipende per circa altrettanto, un miliardo o poco più, dalla liquidità fornita dal gruppo. Insomma, non è certo un gioiellino e infatti seppur non ufficialmente il gruppo sarebbe stato ben felice di venderla, ma in questo momento di compratori ce ne sono ben pochi in giro, anche per asset di ben altro appeal, figuriamoci per una banca captive e anche un po’ disastrata.
E ancora: il mondo delle coop, attraverso Finsoe, ha sempre garantito il sostegno alla sua preziosa controllata (tra l’altro, la holding ha realizzato un aumento di capitale da 105 milioni nel giugno 2010, per fare la sua parte nell’aumento a valle deciso a suo tempo da Unipol). Però gli ultimi documenti ufficiali il bilancio 2010 mostrano per Finsoe debiti verso le banche e altri finanziatori per 435,4 milioni. Nel frattempo è intervenuta a monte della catena di controllo di Unipol una corposa riorganizzazione, con l’accorciamento della linea HolmoFinsoe. Finsoe supporterà comunque la preziosa controllata, anzi attraverso il suo presidente Marco Pedroni ha messo sul piatto fino a 450500 milioni. Una potenza di fuoco superiore a quella strettamente necessaria, se l’aumento di capitale viene fatto non toccando i rapporti tra titoli ordinari e privilegiati: nel mondo Unipol si ritiene che Finsoe voglia continuare a mantenere stretta la presa anche sul nuovo gruppo, post fusione, e che quindi potrebbe voler aumentare il suo peso, prima di presentarsi all’appuntamento con i “cugini” della Fonsai.
I quali porterebbero il baricentro in una posizione mediana tra Bologna, Firenze e Torino (ma anche molto Milano, visto che Mediobanca è un ingombrante creditore sia di Unipol sia di Fonsai). E anche questa per Cimbri sarà una bella sfida: a parte la nascita, a Cagliari, tutto il resto lo ha fatto a Bologna. Dall’università al primo lavoro (all’interno di Unipol) a tutta la sua vita; compresa la casa al mare, come da tradizione a Rimini (dove peraltro ha anche una barca a vela, sua grande passione). Il salto sarà impegnativo.