L’incidenza delle tax expenditures sull’Irpef è rilevante e, come certificato dalla Corte dei conti, prendendo i cinque scaglioni reddituali ante riforma fiscale del 2022, porta l’aliquota media effettiva al 5,20% per i redditi fino a 15 mila euro; al 14,40% per i redditi tra 15 e 28 mila euro; al 21,40% tra i 28 mila e i 55 mila euro; al 27,40% tra i 55 mila e i 75 mila fino al 33,2% dopo tale limite.

Comunque sia, anche applicando le aliquote medie non effettive, per effetto dei contributi, la differenza di reddito netto tra dipendente e forfettario non presenta squilibri determinanti invece presenti e a favore del dipendente se si considera anche il “pacchetto tutele” generato anche dai contributi versati dal datore.

Va detto che nel calcolo non è considerato il peso di addizionali regionali e comunali, importi che gravano solo sui redditi da lavoro dipendente, ma che risultano sempre più che assorbiti dal “peso” dei contributi del datore non presenti invece per i forfettari.

Le differenze sul reddito netto. Prendendo a riferimento un reddito lordo di 15 mila euro, il dipendente con applicazione dell’aliquota effettiva media 5,20%, versa 713 euro di Irpef rispetto ai 1.659 euro di imposta sostitutiva a carico del forfettario con lo stesso ammontare lordo (e fatturato di 19 mila euro circa).

Il reddito netto, post sottrazione dei contributi, è di circa 13 mila euro per il dipendente contro i 9.500 circa per il forfettario.

Il successivo reddito lordo analizzato e pari a 21.500 euro, genera un Irpef per il dipendente di 2.830 euro rispetto ai 2.379 euro pagati con sostitutiva dal forfettario.

Il reddito netto in questo caso è comunque più alto per il dipendente e pari a circa 17 mila euro rispetto ai circa 13.500 del forfettario.

Stessa sorte si riscontra sul reddito lordo di 41.500 euro, con reddito netto del dipendente di circa 30 mila euro rispetto ai 26 mila del forfettario.

Salendo il reddito la differenza si affievolisce ma resta.

Su lordo di 65 mila euro, infatti, il netto del dipendente è di 43 mila euro circa rispetto ai 41 mila del forfettario e sui 66.300 (pari a 85 mila euro di fatturato per l’autonomo) il reddito netto del dipendente è di circa 43.500 euro rispetto ai 41.500 circa del forfettario.

Il “cuneo”. È l’ospite più presente nel dibattito sulla Manovra 2023: il cuneo, cioè la differenza tra il lordo guadagno da lavoro e quanto, del guadagno, si trasforma in incasso.

Il cuneo è alla ribalta per via della previsione, nel ddl di Manovra 2023, di una sperimentazione della cosiddetta “flat tax”: chi è contrario alla misura sostiene che favorisca il mondo del lavoro autonomo a danno di quello del lavoro dipendente, addirittura intravedendo una convenienza al passaggio verso la partita Iva.

Quando si parla di cuneo si è spinti, naturalmente, a pensare al lavoro dipendente, ossia a quanto del costo sostenuto dall’azienda non arriva nelle tasche dei lavoratori. Secondo l’Ocse, è “il rapporto tra l’ammontare di tasse pagate da un lavoratore e il corrispondente costo totale del lavoro per il datore di lavoro”.

Il cuneo può essere calcolato anche sul lavoro autonomo: è la differenza tra “fatturato” e “netto in tasca”. Un lavoratore autonomo e/o un professionista fatturano la prestazione che può consistere in un servizio (una consulenza) o nella vendita di un prodotto (commerciante). In entrambi i casi, sul fatturato pesa e va tolto un certo importo che è quello relativo ai costi sostenuti per produrre la prestazione o il prodotto venduto. Su quanto rimane, vengono versati i contributi e, infine, sul reddito si pagano le tasse.

Il rapporto di lavoro. Altro aspetto da tenere presente è quello relativo al rapporto di lavoro. Il dipendente dorme sonni molto tranquilli avendo in tasca un “contratto di lavoro subordinato”, il quale è assistito dalla cosiddetta tutela della “stabilità” (art. 18, tanto per intenderci), che limita fortemente la facoltà del datore di lavoro di licenziarlo.

Altrettanto rilevante è far notare che dal rapporto di lavoro dipendente scaturisce il cosiddetto principio di “automaticità della prestazioni”, cioè la garanzia per il lavoratore di ricevere tutte le prestazioni previdenziali (pensioni, indennità, etc.) anche nel caso in cui l’azienda non abbia regolarmente versato i contributi.

Al lavoro dipendente, ancora, afferisce l’universo completo del cosiddetto welfare: malattia, maternità, congedi, ferie. In tutti questi casi la tutela è piena. Se un dipendente si ammala non soffre decurtazioni di stipendio, perché fino a tre giorni paga l’azienda e per altri 20 giorni paga l’azienda e l’Inps fifty-fifty (poi inizia una lieve decurtazione di paga). Stessa sorte, invece, non tocca al professionista o lavoratore autonomo.

Lo stesso vale a proposito delle ferie: il dipendente è obbligato a restare almeno quattro settimane all’anno con le braccia incrociate, senza conseguenze sulla paga, altrimenti il datore di lavoro rischia multe salate (i Ccnl, quasi sempre, aggiungono giorni di ferie).

Sono aspetti che, chiaramente, sono difficili da quantificare e tuttavia incidono notevolmente sulla bilancia di convenienza per uno piuttosto che un altro rapporto di lavoro.

La pensione. Nel confronto tra dipendente e professionista si è considerato un calcolo di pensione in regime contributivo, all’età di 67 anni (coefficiente di trasformazione).

La tutela del professionista è quella della gestione separata dell’Inps. Per entrambi i lavoratori il contributo accantonato per la pensione dovrebbe essere del 33%, ma per quest’anno i professionisti ancora versano un contributo inferiore.

Ciò che fa la (notevole) differenza è altro (a prescindere dall’aliquota): il dipendente versa di tasca propria il 9,19% della sua paga per la pensione e il resto è a carico dell’azienda. Il professionista, invece, paga tutto il contributo di tasca propria, salvo una quota di rivalsa (il 4%) che comunque rientra nel fatturato.

Un esempio (altri sono indicati nella tabella in pagina). Il dipendente con 15 mila euro di paga annua matura una pensione annua di 241 euro. Il professionista, con lo stesso reddito, matura una pensione annua di 205 euro. Quindi, il lavoratore autonomo è penalizzato con circa 36 euro in meno di pensione annua rispetto al dipendente, per ogni anno di lavoro. E sul lungo periodo la differenza diventa molto più consistente: su 42 anni di lavoro, per esempio, considerando anche le rivalutazioni annuali, potrebbe condurre a una differenza di pensione, tra professionista e dipendente, non inferiore a 2 mila euro annui (a favore del dipendente).

Altro esempio, con la stessa situazione, ma reddito di 65 mila euro: su 42 anni, è ipotizzabile una pensione al dipendente non inferiore a 50 mila euro e al professionista di 40 mila euro.
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