Lo scontro su Generali è ancora aperto E forse non è il caso di intervenire per legge

di Marcello Clarich
«Deciderà il mercato», così ha detto di recente Gabriele Galateri, presidente di Generali, commentando la partita in corso per il rinnovo del consiglio di amministrazione il prossimo aprile. La posta in gioco è elevata e coinvolge tanti attori istituzionali che si muovono all’interno di un quadro di regole incerto.La partita ha avuto inizio a fine settembre quando il consiglio di amministrazione uscente ha approvato la procedura per la presentazione da parte del medesimo consiglio di una propria lista da votare in assemblea. La procedura prevede anche il supporto di un cacciatore di teste e la consultazione dei principali stakeholders a partire dai principali azionisti. La delibera, approvata con nove voti a favore e quattro contrari, ha aperto una vera e propria battaglia tra il gruppo Mediobanca e il gruppo Caltagirone-Del Vecchio-Fondazione Cassa di Risparmio di Torino.

I due gruppi che si fronteggiano hanno un peso quasi equivalente.Infatti, Mediobanca dispone del 17,2% dei diritti di voto e ciò grazie anche a un prestito di azioni pari al 4,42% negoziato a settembre con Bnp-Paribas. Il gruppo contrapposto pesa per il 15,64% del capitale. L’ago della bilancia è dunque in mano soprattutto agli investitori istituzionali (con una quota di circa il 35%). Essi dovranno valutare i piani industriali alternativi, cioè quello approvato l’altro ieri (non all’unanimità) dal consiglio di amministrazione e quello eventualmente presentato dai grandi soci.Le questioni giuridiche, ora all’attenzione della Consob, riguardano principalmente due aspetti: la presentazione di una lista da parte del consiglio di amministrazione uscente, secondo una prassi invalsa a livello internazionale e utilizzata di frequente anche in Italia (nel 2020, 52 statuti societari); il prestito di azioni al fine di accrescere il proprio peso in assemblea. Su quest’ultimo punto non sembra esserci molto da dire: non esiste alcuna norma che lo vieti. Più in generale, anzi, il cosiddetto security lending è diffuso a livello internazionale con varie finalità, per esempio, per generare un reddito addizionale. Le stesse banche centrali praticano il prestito titoli per sostenere la liquidità complessiva del mercato e per soddisfare l’esigenza degli operatori di alleviare tensioni connesse alla scarsità di titoli e di ridurre il costo dei collaterali.

Più controversa tra gli esperti del diritto societario è la prima questione che va a impattare sugli equilibri tra consiglio di amministrazione e assemblea. Infatti la lista di amministratori elaborata dal consiglio presenta rischi di autoreferenzialità e di autoperpetuazione degli assetti esistenti. A oggi non sono previsti divieti o limiti legislativi espressi e ciò lascia ampi spazi all’autonomia statutaria. Un limite ritenuto necessario è che la presentazione della lista da parte del consiglio uscente non pregiudichi la nomina di componenti espressi da soci di minoranza.

All’inizio di dicembre, la Consob, sollecitata formalmente a intervenire sul punto, ha pubblicato un documento di consultazione per raccogliere osservazioni da presentare entro il 17 dicembre. Si tratta di un’iniziativa non usuale, come riconosce lo stesso documento, in quanto la consultazione del mercato è richiesta da una delibera del 2016 (n.19654) solo per gli atti di regolazione generale. In questa occasione la funzione svolta è di pura vigilanza su una singola società quotata. Ma forse l’intenzione è quella di trarre spunto dal caso specifico per poi elaborare indicazioni generali e ciò nelle more di un eventuale intervento legislativo. Quest’ultimo, peraltro, si sta materializzando in un progetto di legge presentato al Senato a fine ottobre (D’Alfonso e altri AS n.2433) che pone una serie di paletti per limitare i rischi di autoreferenzialità e di compressione dei diritti dei soci di minoranza. C’è però anche una norma che impedisce l’inserimento nella lista di amministratori nominati da almeno sei esercizi consecutivi e che, secondo alcuni commenti, sarebbe ad personam, cioè finalizzata a escludere la conferma di Philippe Donnet, attuale amministratore delegato. Salvo accelerazioni improvvise, è poco probabile che il progetto di legge riceva la doppia approvazione parlamentare entro la primavera prossima. Ma al di là del merito di una questione complessa che merita di essere discussa, si può soltanto rilevare che le leggi dovrebbero essere applicate a casi futuri, senza invadere il campo di partite in corso. In definitiva, il rinnovo del cda Generali è al centro dell’attenzione di tanti interlocutori interni ed esterni alla società. Del resto, nell’attuale partita gioca la magna pars del capitalismo italiano. (riproduzione riservata)

*doc. diritto amministrativo Università La Sapienza Roma
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