Le imprese soffrono di più rispetto al 2009: vendite in calo dell’8,6%

Secondo l’Indagine 2021 sulle imprese industriali e di servizi di Banca d’Italia, le vendite delle imprese con almeno 20 addetti nel 2020 si sono ridotte dell’8,6%, in misura maggiore anche rispetto alla crisi del 2009. La contrazione del fatturato ha riguardato quasi tutte le attività; specie quelle che operano nei settori colpiti dalle misure restrittive adottate dal governo per contenere i contagi.

A fronte di ciò, il numero di occupati è sceso appena del 2,4%. E questo anche grazie al blocco dei licenziamenti e agli strumenti di integrazione salariale.

L’incertezza, però, ha causato un immediato ridimensionamento dei piani di investimento rispetto a quelli previsti. La spesa per gli investimenti nel 2020 è diminuita dell’8,6%, rispetto alle previsioni fatte nel 2019. Il valore aggiunto dell’economia ha visto lo scorso anno la contrazione più elevata dal secondo dopoguerra, dallo 0,1% del 2019 all’8,6% del 2020.

La produzione industriale è diminuita in maniera ancor più evidente (-10,9%), specie nei primi mesi dell’anno. Poi, nella seconda parte, grazie al graduale allentamento delle misure di contenimento, la produzione ha riguadagnato terreno riportandosi sui livelli pre-pandemia.

Con l’arrivo dell’autunno 2020 e della seconda ondata di contagi, però, si è registrato un nuovo calo della produzione, stavolta molto più contenuto rispetto al precedente.

Andando più nello specifico, il calo più contenuto delle attività ha interessato la trasformazione di beni alimentari (-2,3%) e la produzione farmaceutica (-4,4%), anche perché questi lavori vennero esclusi dal lockdown.

Le diminuzioni più rilevanti, invece, si sono verificate nel tessile (-28,2%) e nel petrolchimico (-15,6%), quest’ultimo danneggiato dal forte calo della domanda generato dalle restrizioni alla mobilità.

Nei servizi, invece, il calo di valore aggiunto (-8,1%) è stato in generale più contenuto rispetto a quello della manifattura (-11,4%). Se, tra i servizi privati, le attività alberghiere hanno subito una forte contrazione (-40,1%), i settori delle tlc e dei servizi connessi con le tecnologie informatiche sono andati in espansione.

Per quanto riguarda agricoltura e costruzioni, poi, la perdita di valore aggiunto nel 2020 è stata più moderata, se paragonata agli altri comparti (rispettivamente -6,0% e -6,3%). L’edilizia, in particolare, ha registrato anche un recupero, che ha portato il comparto a superare addirittura i livelli di fine 2019; il tutto anche grazie all’introduzione di incentivi fiscali, tra questi il bonus 110% per specifici interventi eseguiti a partire da luglio 2020.

Più in generale, oltre al crollo delle vendite il report Demoskopika segnala anche un trend di minore redditività registrata: il saldo tra il numero di imprese in utile e in perdita è diminuito, infatti, del 37% (dal 60% dell’ultimo quadriennio), ed è sceso in tutti i principali settori e classi dimensionali.

Le cessazioni d’impresa, invece, hanno frenato il passo: erano 326.423 nel 2019, sono state 272.992 nel 2020 (-16,4%), mentre le iscrizioni erano 353.052 nel 2019, sono state 292.308 nel 2020 (-17,2%).

Il tasso di natalità netta delle imprese, calcolato come differenza tra tasso di natalità e cessazioni, è stato dunque dello 0,32%, ossia 19.316 imprese in più.

Tornando sul versante dei settori economici, tra i più colpiti dal punto di vista della natalità c’è il turismo che, tra gennaio e luglio 2020, ha subito la perdita più cospicua di nuove aziende (-46.6% rispetto -34,1% del totale dei servizi privati e al 36,1% della manifattura).

Il calo è stato più contenuto, invece, lo accusano le imprese che operano nei settori ad alta intensità di utilizzo delle tecnologie digitali, per via del recupero nei mesi estivi; la maggior parte di esse, però, appartengono a comparti classificati dall’Istat come «essenziali». Dunque, esclusi dai provvedimenti di chiusura causati dalla diffusione del virus.
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