Le autorità di regolazione dei mercati vanno riformate per legge

di Angelo De Mattia
Trascurato anche dall’attuale governo, si ripropone il problema della riforma delle autorità di regolazione, controllo e garanzia fondata sull’unitarietà degli ordinamenti, salve ovviamente le specificità istituzionali. Non sono mancati sinora anche casi concreti che hanno rilanciato una tale esigenza. Oggi, in particolare, inizia lo stato di agitazione indetto dai dipendenti dell’Ivass, l’authority delle assicurazioni, nell’ambito del confronto sindacale con il vertice che mira a conseguire avanzamenti su alcune tematiche riguardanti il personale, ma, soprattutto, sull’applicabilità del contratto collettivo di lavoro della Banca d’Italia. A quest’ultimo scopo, già in passato era stata sollevata la questione di una sostanziale discriminazione che da ultimo vede, per esempio, il pieno rinvio, disposto dalla legge, a quest’ultimo contratto per la costituenda Agenzia Nazionale per la Cybersecurity e non per l’Ivass che, derivante dalla trasformazione dell’Isvap decisa con legge nel 2012, coesiste istituzionalmente e organizzativamente con la Banca d’Italia: tra l’altro, il presidente del consiglio dell’authority è «ex officio» il direttore generale di quest’ultimo istituto, mentre gli atti istituzionali aventi rilevanza esterna sono di competenza del Direttorio di Palazzo Koch, integrato con i componenti del predetto consiglio. Potrebbe sostenersi che, all’epoca della predetta trasformazione, si sarebbe dovuta imboccare la strada, a quel punto, della piena integrazione delle funzioni, oggi dell’Ivass, nella Banca d’Italia.

Il percorso sarà stato ostacolato da problemi, da un lato, riguardanti le competenze della specie ritenute non omogenee a quelle prevalenti nell’Eurosistema, di cui Bankitalia fa parte, dall’altro, dai rapporti con funzioni governative e i relativi controlli. Del resto, già negli anni settanta del secolo scorso, l’allora governatore Guido Carli, quando si stava studiando la costituzione dell’organo che poi fu realizzato con l’Isvap, a una proposta del governo di attribuire la supervisione sulle assicurazioni alla banca centrale (come si era fatto anche per l’allora costituenda Consob) rispose ringraziando, ma rifiutando, poiché riteneva non opportuno, almeno in quella fase, che fossero integrate le missioni fondamentali dell’istituto di Via Nazionale. Oggi però bisogna prendere atto della realtà e ritenere un’anomalia, al punto in cui si è arrivati, la non intervenuta parificazione contrattuale, sia pure tenendo conto delle specificità delle attribuzioni dell’Istituto di vigilanza. E qui si torna all’esigenza di una generale rivisitazione degli ordinamenti delle autorità, a cominciare da quelle con competenza in materia di credito e risparmio, tante volte evocata e altrettante volte lasciata cadere nel dimenticatoio: è da un’indagine della Camera nei primi anni 2000 che ci si propone un siffatto obiettivo, ma nel frattempo sono state introdotte solo lievi modifiche che hanno accentuato le disparità, mentre si costituivano nuove istituzioni della specie.

Occorre intervenire a livello legislativo, anche in relazione alla proliferazione del loro numero, slegata da una visione unitaria, innanzitutto, dei rapporti con parlamento, governo, magistratura, e dello status di autonomia e indipendenza, ma anche per una migliore ripartizione delle competenze per quelle autorità che operano, come accennato, nel credito e nel risparmio. Fra queste, non va dimenticata la Covip, con funzioni di Vigilanza sui fondi pensione. Ma, nel frattempo, si sta fermi? Qui torna utile ricordare come fu affrontata, agli inizi degli anni ottanta, la situazione dell’allora Ufficio Italiano dei Cambi (Uic) che si trovava in un rapporto di stretta comunione istituzionale e organica con la Banca d’Italia, a cominciare dal presidente che era «ratione officii» il governatore di quest’ultima e dal fondo di dotazione costituito dalla stessa banca. Viste le strette relazioni funzionali, della vicinanza e degli intrecci dell’operatività, si arrivò alla stesura di un accordo tra Banca d’Italia e Uic, da una parte, e sindacati, dall’altra, che avviava il contratto unico per il personale dell’Ufficio e quello della Banca. L’intesa fu sancita e formalizzata in una riunione, alla quale presi parte anche io, con l’intervento dell’intero Direttorio e con la partecipazione dei maggiori leader sindacali del tempo. Su quell’accordo furono poi compiuti ulteriori avanzamenti. Nel 2007 l’Uic fu soppresso e le funzioni e tutto il personale furono trasferiti alla Banca d’Italia. Quest’ultima operazione, per il modo in cui fu progettata e realizzata, non è esente da critiche. Tuttavia la direzione di marcia, almeno per una parte delle materie e per il personale, era giusta. Naturalmente per le authority oggi la via legislativa è quella fondamentale. Soluzioni del tipo indicato sono utili, forse necessarie, ma non possono che essere transitorie, avendo presente l’urgenza di un assetto definitivo (non sono più i tempi ricordati della pur fondamentale intesa Uic). (riproduzione riservata)
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