In Italia serve subito una riforma fiscale che duri 30 anni

di Giuseppe Vegas
Immagina, puoi, recitava un celebre spot. Martedì 15 febbraio 2051 Mustafà Brambilla, milanese doc, dall’alto del grattacielo della società di robotica medica che possiede alla Barona, osserva la nuova skyline di Milano. Deve compilare l’autodichiarazione fiscale e pensa a suo padre, che doveva lavorare fino a tutto giugno per iniziare a considerare guadagnati per sé i denari ottenuti con la sua fatica. Negli ultimi trent’anni era cambiato tutto.

Innanzitutto non si dichiaravano i redditi, ma i consumi. In realtà si tratterebbe di un’operazione del tutto inutile, poiché il sistema informatico possiede i dati di tutte le transazioni di Mustafà, anche di quelle in moneta criptata, che ha ormai sostituito il contante e che lui spende nelle sale da gioco credendo di non essere controllato. Ed è proprio per questo che sopravvive la dichiarazione, per creare nel contribuente – che ormai si chiama “sostenitore dei diritti sociali” – l’illusione di potere farla franca.

Poi non si paga più allo Stato, ma alla Società Internazionale di Riscossione, che deve smistare le entrate tra gli oltre cinque milioni di soggetti erogatori di beni e servizi presenti in tutto il mondo e calcolare una addizionale da corrispondere agli enti pubblici del luogo di residenza dei contribuenti. La grande svolta ebbe il suo detonatore grazie all’introduzione della global tax. Allora, subito dopo la crisi della prima grande pandemia, gli Stati, che, indebitati come erano e con un disperato bisogno di denaro, avevano cercato di mettere sotto controllo fiscale quelle che allora si chiamavano le grandi multinazionali. Queste, dopo un breve periodo di finta acquiescenza, avevano organizzato un cartello e si erano spartite le rispettive sfere di influenza. Dal cartello si era generata la serrata del finanziamento dei deficit pubblici e gli Stati erano stati costretti a cedere. Anche perché, dopo la grande crisi sanitaria degli anni ’20 e la guerra informatica con la Cina del 2032, a causa della crisi del debito pubblico e del crollo della fiducia nelle valute legali, la maggior parte degli Stati era andata in default (in Europa tutti, ad eccezione della Svizzera) e, per poter in qualche modo sopravvivere, i governanti di allora si erano visti costretti a privatizzare la gestione dei bilanci pubblici, affidandola ad una o più delle Receivables Management Company (le famigerate Rmc), che si erano in breve tempo impossessate dei crediti fiscali statali, prendendo contemporaneamente in gestione il debito pubblico. La conseguenza fu che vennero soppressi tutti i servizi pubblici a domanda individuale, mentre il finanziamento dei beni pubblici collettivi, come difesa, sicurezza e giustizia, venne appaltato ad agenzie finanziate dalle Rmc. Le questioni relative alle crisi nei rapporti internazionali non venivano più decise secondo rapporti di forza, eventualmente anche militari, ma semplicemente attraverso lo scambio di Diritti di Credito tra le diverse Rmc. Dunque la possibilità di fruire di servizi pubblici veniva a dipendere solo dai proventi delle Rmc, che avevano trovato nell’apposizione di un prelievo sui consumi gli introiti adeguati. Pertanto non si tassavano più i redditi, manifestazione di capacità contributiva assai difficile da cogliere in una società in cui il lavoro da collettivo era divenuto un fenomeno individuale e nella quale l’imposizione sui proventi del lavoro avrebbe fatto esplodere con violenza il conflitto intergenerazionale demografico tra popolazione attiva, assoggettata alle imposte sul reddito, e anziani, numericamente prevalenti e votanti. In realtà, dopo un primo periodo di difficoltà, la restrizione dell’area di intervento pubblico nell’economia aveva portato ad un nuovo modello di welfare state, nel quale i singoli, ed anche coloro che si erano allontanati dal mondo del lavoro erano andati assumendo sempre più a loro carico i propri rischi personali. Ne era derivata una poderosa spinta all’impegno e all’intrapresa, con un conseguente balzo del pil.

Passare a un sistema di tassazione dei consumi era stato più facile del previsto. Era bastato espropriare i magazzini dei dati delle grandi Big Tech per appropriarsi della conoscenza di tutte le transazioni mondiali e contabilizzarne il valore. Su quella base si erano calcolate le possibili aliquote a cui venivano assoggettati i “sostenitori”, nonché l’addizionale da destinare ai poteri locali che pur godevano ancora di una forma di rispetto dalla popolazione, e che si riteneva fosse indispensabile oliare per evitare conflitti e mantenere un’apparente continuità con il passato. Ma il problema che angosciava tutti era il debito. Senza trascurare un nuovo fenomeno, l’abbandono del lavoro. Non pochi, dopo i vari lockdown non volevano più tornare in ufficio o in fabbrica. Tanti volavano anticipare la pensione. La scuola non era in grado di sfornare ragazzi capaci di svolgere i nuovi compiti che venivano richiesti. La tecnologia permetteva di disegnare un mondo in cui si potesse lavorare tre giorni alla settimana a parità di reddito. Si immaginò di tassare i robot, ma il sistema di Intelligenza Artificiale con il quale si autogovernavano si oppose. Ma anche se ci fossero stati aumenti del pil come quelli allora solo sperati, risultò impossibile far fronte con serenità al pagamento del servizio del debito pubblico nella maggioranza dei Paesi. La difficoltà a pagare gli interessi provocò l’indisponibilità a rinnovare i titoli di debito da parte del sistema. Di conseguenza il valore della parte più consistente degli asset delle banche andò a zero e si aprì la strada ad una catena di fallimenti, cui gli Stati non potevano far fronte per mancanza di risorse. Ma dopo la crisi, la catarsi. A metà degli anni ’30 i risparmi nelle spese per sussidi, istruzione, pensioni e sanità si fecero sentire, mentre gli animal spirits riprendevano sempre maggior vigore. In breve la situazione si rovesciò rapidamente e si aprì una nuova stagione di benessere. Il sogno di un mondo quasi senza tasse si stava avverando. Ma stava crescendo l’insofferenza verso le Rmc, che stavano accumulando utili eccessivi. Sarebbero tornate le vecchie tasse? Certo andavano adeguate alle nuove tecnologie e alleggerite. Abbiamo solo immaginato, ma una riforma fiscale che duri almeno 30 anni servirebbe davvero. (riproduzione riservata)

*Ex presidente Consob e viceministro dell’Economia
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