Il prezzo dell’anticipo

Paola Valentini
I giovani che oggi si affacciano al mondo del lavoro, dice l’Ocse, rischiano di andare in pensione a 71 anni. Ma in realtà al momento questa soglia è già prevista per chi lavora. Non è una bella prospettiva anche se attualmente è possibile ritirarsi prima tramite i diversi canali di pensionamento anticipato, a patto però di accettare tagli all’assegno. Innanzitutto c’è Quota 102, il nuovo meccanismo che somma l’età anagrafica di 64 anni con 38 anni di contributi. Ha preso il posto di Quota 100 (scade a fine anno) ed è la soluzione trovata dal governo in attesa di una riforma organica del sistema che introduca maggiore flessibilità. Un tema, questo, che è stato affrontato da quasi tutti gli esecutivi alla guida dell’Italia dopo la dolorosa riforma dell’ex ministro Elsa Fornero che nel 2012, nel pieno della crisi dello spread, aveva drasticamente alzato l’età della pensione. Di fatto l’eredità di quell’intervento, seppur con misure correttive via via introdotte, si fa sentire ancora oggi con la pensione di vecchiaia che nel frattempo è arrivata a 67 anni con 20 anni di contributi, mentre senza questo requisito è fissata a 71 anni. C’è poi quella anticipata a 41 anni e 10 mesi per le donne e di 42 anni e 10 mesi per gli uomini o il canale della pensione anticipata contributiva di 64 anni (a condizione che risultino accreditati almeno 20 anni di contribuzione e che l’ammontare della prima rata di pensione sia non inferiore a 2,8 volte l’importo mensile dell’assegno sociale, quest’ultimo pari a 460 euro nel 2021).

Questo sistema articolato è frutto di una serie di misure che si sono succedute negli ultimi 25 anni per contenere la spesa previdenziale diventata insostenibile a causa della bassa crescita dell’Italia, dell’invecchiamento demografico e di un modesto tasso di natalità. Sembra però giunta l’ora di un riordino complessivo al sistema nel nome del contributivo. L’idea del premier Mario Draghi è rendere il modello che lega i contributi versati all’importo della pensione il perno dell’apparato previdenziale italiano. La riforma Fornero ha imposto dal 2012 il contributivo per tutti fatta salva la platea dei retributivi per i quali fino a quel momento la modalità di calcolo è più generosa perché è legata agli ultimi stipendi. Due quindi sono i binari di calcolo dunque oggi per chi ha iniziato a lavorare prima del 1996 (ovvero per chi ha possibilità di far valere fino al 2011 il calcolo retributivo). Finora Draghi si è limitato soprattutto alle parole, affermando appunto che il contributivo per tutti possa essere la scelta giusta per permettere a chi lo desideri di andare in pensione prima. Nell’attesa ha varato una misura ponte di un anno, Quota 102 appunto, per evitare lo scalone che il prossimo anno avrebbe provocato il venire meno di Quota 100 (nata in via sperimentale nel 2019). Ma ora si avvicina l’ora dei fatti. Tutte e tre le sigle Cgil, Cisl e Uil incontreranno il presidente del Consiglio lunedì 20 dicembre alle 15.30 per affrontare il tema delle pensioni e del superamento di Quota 100.

L’idea di Palazzo Chigi sarebbe un’uscita dal lavoro a 62 anni con il contributivo per tutti, abbandonando così il sistema misto di cui molti possono ancora godere e soprattutto le varie quote, preferendo un ritorno alla Fornero. Andare in pensione prima, come già possono fare le donne comporterebbe un riconteggio dell’assegno sulla base dei versamenti contributivi senza quindi considerare gli anni retributivi pre-1996 che alzano l’importo della pensione. Il meccanismo della cosidetta Opzione Donna resta in vigore anche per il 2022 con gli stessi requisiti che il provvedimento ha avuto fino ad ora: prevede che le dipendenti possano andare in pensione a 58 anni e le autonome a 59 anni a patto di aver raggiunto almeno 35 anni di contributi e di accettare che la pensione sia ricalcolata interamente con le regole del contributivo. Rispetto ai 67 anni si perderebbe fino al 25% dell’assegno e non a caso in poche hanno sfruttato questo canale (21 mila nel 2019 e circa 13 mila lo scorso anno).

Proprio per capire quale potrebbe essere l’impatto del contributivo per tutti MF-Milano Finanza ha chiesto a smileconomy, società di pianificazione finanziaria indipendente, una simulazione per capire il costo dell’anticipo. «Per i quattro profili di lavoratori dipendenti considerati, 60enni e 55enni da 3 mila euro netti di stipendio al mese, 45enni da 2.500 e 35enni da 2 mila, abbiamo stimato i possibili effetti di poter anticipare l’età della pensione fino a 62 anni, guardando sia al valore dell’assegno, sia alle strategie di integrazione pensionistica», premette Andrea Carbone, fondatore di smileconomy.Per i 60enni ed i 55enni è stato considerato con l’integrale ricalcolo contributivo dell’assegno, in linea alle possibili mosse del governo, mentre i giovani sono già tutti contributivi e in questo caso l’impatto è dato soltanto del minor numero di anni di versamento. Per tutti, in ipotesi di continuità lavorativa, i tassi di sostituzione della pensione pubblica scendono progressivamente fino a circa il 60% per chi è nel sistema contributivo. Ad esempio rispetto al requisito atteso di 67 anni e tre mesi previsto per i dipendenti 60enni di oggi, con un anticipo di due anni (65 anni), il tasso di sostituzione scende dal 78 al 72%, a 62 anni al 66%. E con il ricalcolo contributivo la quota della prima pensione sull’ultimo stipendio diminuirebbe dal 78% al 66% a 65 anni e al 60% a 60 anni. Per le generazioni dei 30 e 40enni è stata considerata soltanto la proiezione con l’anticipo (e non anche con il riconteggio) perché queste fasce d’età sono già nel contributivo pieno. Un 35enne con 2 mila euro di retribuzione netta ed età prevista della pensione di 65 anni e sei mesi (l’importo stimato dello stipendio gli permette di sfruttare il canale di pensionamento anticipato attualmente a 64 anni, che viene adeguato alla speranza di vita) uscendo a 62 anni vedrà scendere l’assegno da 1.440 euro al mese (72% dello stipendio), a 1.281 euro (64%). Di qui l’importanza di rimpolpare l’assegno nel caso si scelga di anticipare l’addio al lavoro. Quindi «l’analisi si è anche concentrata sull’integrazione perché un minor montante contributivo e una speranza di vita maggiore post pensionamento esigono una copertura maggiore. A partire dalle pensioni pubbliche, abbiamo stimato il versamento medio necessario per raggiungere l’80% del reddito attraverso la previdenza integrativa, esprimendo il versamento anche in percentuale della retribuzione», aggiunge Carbone.

60enni. Per questa fascia i tempi sono molto stretti: poter anticipare a 62 anni il momento della pensione li porterebbe a dover investire molte risorse (tra il 187% ed il 261% del proprio stipendio) per poter arrivare all’equivalente dell’80% della propria retribuzione grazie alla pensione integrativa. Le percentuali diventano più sopportabili se invece l’obiettivo di anticipo viene ridotto ad esempio ai 65 anni.

55enni. Per questi lavoratori c’è più tempo, e la differenza si vede. Nel caso peggiore, cioè anticipare ai 62 anni con il ricalcolo dell’assegno con il metodo contributivo, la percentuale di reddito da investire per poter arrivare all’80% del proprio reddito sarebbe del 73%. Un valore elevato, ma almeno inferiore al 100%. Per anticipi di due anni la percentuale scende al 19-25%.

45enni e 35enni. Non c’è scelta: l’assegno pensionistico sarà calcolato in ogni caso con il contributivo. Anticipare la pensione avrebbe un impatto sull’assegno proporzionalmente meno rilevante che per coloro che sono nel sistema misto. Un 45enne passerebbe da una pensione pari al 69% ad una al 61%, qualora potesse anticipare dai 65 anni (pensione anticipata contributiva) agli ipotetici 62 anni. Numeri simili per i 35enni. In termini di percentuale della retribuzione da investire in previdenza integrativa, si va dal 4% del 35enne, che ha più tempo a disposizione, al 24% del 45enne che volesse anticipare a 62 anni. «Come sempre, il tempo è il miglior alleato per le strategie di integrazione pensionistica», conclude Carbone. (riproduzione riservata)

Amundi-Create, fondi a caccia di nuovi attivi
di Andrea Goffredi
Tra regolamentazione stringente, invecchiamento demografico, calo dei tassi e crescita dell’inflazione, le prospettive sono sfavorevoli per i piani pensionistici europei a prestazione definita. A evidenziarlo è uno studio realizzato da Create-Research e Amundi prendendo in considerazione 152 piani pensionistici in 17 mercati in Europa, di settori sia pubblici che privati, per asset in gestione complessivi di 2.100 miliardi di euro. L’indagine rileva come ad oggi i piani pensionistici a prestazione definita, ovvero quelli che si impegnano a corrispondere una rendita pensionistica integrativa predeterminata, a prescindere dai risultati della gestione delle risorse, non possono farsi carico dei rischi in presenza di deficit persistenti man mano che si avvicina il momento dell’erogazione delle rendite ma allo stesso tempo non sono in grado di sanarli se non si assumono dei rischi. Il drammatico calo dei tassi nell’ultimo decennio, positivo per la ripresa economica, ha reso le pensioni insostenibili dal punto di vista economico e la pandemia ha aggravato il problema.

Quasi la metà dei soggetti coinvolti nell’indagine (48%) ne conferma l’impatto negativo sulla sostenibilità finanziaria a più lungo termine dei piani, mentre solo il 6% segnala un impatto positivo. Anche l’impatto netto sui coefficienti di finanziamento e sui flussi di cassa regolari è stato negativo. Pertanto, il 60% prevede di migrare gli iscritti dei piani a prestazione definita verso piani a contribuzione definita, ovvero quelli in cui i versamenti dei lavoratori sono definiti su base contrattuale, mentre la rendita pensionistica dipende dal rendimento (come nei fondi pensione italiani).

Gli esperti di Amundi e di Create-Research ricordano che le autorità di regolamentazione hanno chiesto ai piani pensionistici a prestazione definita nel comparto privato di ridurre i rischi relativi alla gestione della loro solvibilità fino all’estinzione delle loro passività. Ciò richiede che indichino come intendono adempiere ai loro obblighi pensionistici a fronte di schiere sempre più ampie di baby boomer, i nati a partire dal secondo dopoguerra, che raggiungono l’età pensionabile in questo decennio. Al momento due le opzioni per farlo: la prima, scelta dal 41% degli intervistati, è la liquidazione o run-off in per avere riserve finanziarie certe per pagare le pensioni; mentre la seconda, preferita dal 30%, è l’autosufficienza per cui il fondo è in grado di pagare autonomamente i beneficiari senza ricorrere all’aiuto dell’impresa che lo ha istituito e lo gestisce.

«Più i tassi scendono, più velocemente aumentano le passività dei piani pensionistici. L’aumento dei tassi non sarà sufficiente per invertire questa spirale. I piani avranno bisogno di rendimenti molto più elevati sui loro asset o di nuove iniezioni di liquidità da parte dei loro sponsor», afferma Amin Rajan, alla guida del progetto Amundi e Create-Research. Serve quindi un approccio innovativo nell’asset allocation per poter simultaneamente incrementare i rendimenti, abbassare il rischio e far crescere i flussi di cassa ogni volta che un iscritto va in pensione. Gli analisti suddividono i portafogli in tre categorie: attivi per la ricerca di rendimento (tra cui azioni globali, europee e di mercati emergenti), attivi di copertura (da preferire il reddito fisso europeo e quello dei mercati emergenti) e attivi cross-asset.

Questi ultimi, con rendimenti simili a quelli delle azioni e caratteristiche tipiche delle obbligazioni, puntano a una crescita del capitale per mitigare i disavanzi, a generare un reddito regolare per il pagamento delle pensioni e a fornire una protezione dall’inflazione e, spiega lo studio, stanno diventando sempre più importanti: qui le asset class favorite (grafico in pagina) sono infrastrutture per il 59% degli intervistati, real estate dal 56%, azioni di alta qualità dal 53% e private equity dal 48%, in coda invece hedge fund (6%) e oro (3%). (riproduzione riservata)
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