Giovani, fate 7 mosse

Andrea BoerisMarco Capponi
Si racconta di un giovane meccanico parigino che, negli anni Venti del Novecento, non riuscì a riparare l’auto del facoltoso proprietario di un garage. Per tutta risposta l’altero magnate etichettò il malcapitato e tutti i suoi coetanei con un’espressione destinata a passare alla storia: generazione perduta. L’aneddoto venne narrato dalla scrittrice Gertrude Stein a un suo collega, Ernest Hemingway, che usò la formula per parlare di tutte quelle persone nate tra il 1883 e il 1900 che avevano combattuto la Grande Guerra e si erano trovate, una volta in patria, a condurre una vita di stenti senza lavoro, formazione e futuro. L’avvertimento arrivato dall’Ocse a inizio dicembre sembrerebbe raccontare una storia simile a un secolo esatto di distanza dalla disavventura del meccanico parigino: i giovani italiani che entrano nel mercato del lavoro oggi potranno andare in pensione solo a 71 anni, con un assegno previdenziale pubblico sempre meno generoso, una formazione che non corrisponde all’effettiva domanda delle imprese e troppi anziani da sostenere con le proprie tasse. Anche se non hanno combattuto guerre i Millennials (nati tra il 1981 e il 1996) e i Generazione Z (dal 1997) hanno vissuto la grande crisi finanziaria e poi l’emergenza pandemica, facendo i conti con salari in flessione e spese sempre più elevate. Una recente indagine di Mfs Investment Management ha rilevato che oltre due investitori Millennials su tre hanno dovuto rinviare almeno un evento importante della propria vita, dall’acquisto di un’auto alla prima casa, a causa della loro situazione finanziaria. E con una disoccupazione giovanile che l’Istat ha calcolato al 26,9% una grossa fetta degli under 40 è costretta ancora a vivere coi genitori e a scegliere se studiare o costruirsi una famiglia.

Investire il proprio denaro, in questo scenario, diventa molto spesso l’ultima delle preoccupazioni. I grafici su dati Assogestioni in pagina raccontano bene il fenomeno: tra chi decide di sottoscrivere fondi comuni, la quota nei portafogli dei Millennials ammonta in media a 17 mila euro, contro i 43 mila del campione complessivo. Sul totale degli investitori in fondi appena l’11% è nato dopo il 1981: tra i loro genitori, le persone cioè nate tra il 1946 e il 1964 (cosiddetti boomer) la quota sale al 41%. Gran parte del fenomeno si può spiegare con la minore disponibilità economica delle nuove generazioni, anche se a ben guardare esistono numerose soluzioni finanziarie alla portata di tutte le tasche, che permettono con piccoli esborsi mensili e qualche sacrificio sostenibile di creare un tesoretto per il proprio futuro, evitando una vecchiaia fatta di rinunce.

Previdenza complementare. Al momento dell’ingresso nel mercato del lavoro il giovane assunto può scegliere se lasciare il suo trattamento di fine rapporto (tfr) all’azienda o se destinarlo alla previdenza integrativa. Aderire a quest’ultima, spiega la Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip), permette di accantonare una quota dei risparmi messi da parte durante la vita lavorativa con l’obiettivo di aggiungerli poi (con tanto di rendimenti) all’assegno pubblico, che rischia di essere sempre più scarno. La posizione individuale di ogni aderente deriva dalla somma tra il proprio contributo e il tfr, il contributo del datore di lavoro e i rendimenti del fondo a cui si aderisce (al netto della fiscalità) cui vengono sottratti i costi. Aderire fin da subito può essere vantaggioso perché, spiega la Covip, «il tempo gioca a favore dei giovani», che possono investire piccole somme in modo costante e far fronte a eventuali discontinuità lavorative, godendo anche di vantaggi fiscali. Con un approccio di tipo life-cycle, inoltre, il giovane iscritto può correre più rischi di investimento all’inizio, magari scommettendo di più sui mercati azionari, per poi ammortizzarli in modo automatico nel tempo: più bond, meno azioni. Senza contare che la previdenza complementare può essere adottata anche dai genitori in favore dei figli (si veda in merito il box di pag. 43).

Pac e risparmio postale. Ampiamente descritti nell’articolo di pag. 42, i piani di accumulo di capitale sono utili per sottoscrivere strumenti finanziari come fondi ed etf versando piccole somme nel corso del tempo. Adatti a tutte le tasche con esborsi periodici contenuti, hanno un meccanismo flessibile: il giovane risparmiatore può scegliere importo, scadenza delle rate e durata di permanenza. In alternativa c’è il risparmio postale: i buoni fruttiferi emessi da Cdp, ad esempio, non hanno costi di sottoscrizione e rimborso e godono di una tassazione agevolata al 12,5%, ma il loro rendimento è in genere piuttosto contenuto.

Megatrend. Sono alla base della costruzione dei portafogli di investimento dei cosiddetti fondi tematici, che individuano un ampio tema su cui puntare a lungo termine. Guardare ai megatrend significa quindi investire nel futuro e strizzare l’occhio a quelli che sono i cambiamenti in atto o a cui l’economia mondiale sta andando incontro. I fondi tematici sono un’evoluzione dei fondi settoriali, che puntavano su un unico comparto di investimento, e guardano invece in maniera più generale a un tema che è sempre legato a una tendenza economica di lungo termine, che incide o ha risvolti strutturali nella società e nell’organizzazione delle aziende e del lavoro. E sono sempre temi di investimento che intercettano proprio le nuove sensibilità e lo stile di vita dei Millennials, come ad esempio cambiamenti climatici, carenza d’acqua, smart city, robotica, veicoli elettrici e invecchiamento demografico. Una strategia di investimento che è di lungo periodo proprio per la connotazione stessa dei megatrend, che includono tendenze di lungo o lunghissimo termine. Inoltre non c’è solo la possibilità dei fondi sui megatrend, ma anche quella degli etf, che sono più economici e hanno generalmente commissioni più basse.

Zero coupon bond. Un’altra possibilità sono i titoli obbligazionari senza cedole e il cui rendimento è determinato esclusivamente dalla differenza tra il prezzo di emissione (e di acquisto) e il valore di rimborso. Le obbligazioni zero coupon sono titoli di credito emessi a sconto e cioè «sotto la pari», a un prezzo inferiore rispetto al valore nominale. Non producono cedole nel corso della loro vita e il rendimento percepito dal possessore scaturisce quindi dallo scarto di emissione, ovvero dalla differenza tra il valore di rimborso (alla pari) e il prezzo di emissione. Un’obbligazione senza cedola permette al risparmiatore di avere un capitale a rimborso superiore a quello investito e gli consente quindi di godere di un reddito superiore a una certa scadenza senza incorrere nella tentazione di attingere alle cedole usufruite nel tempo, ritrovandosi a corto di liquidità a una certa data. In definitiva può rivelarsi un investimento adatto per chi, indifferente al godimento di un rendimento periodico, volesse trovarsi dopo certo numero di anni con un capitale di un certo livello.

Mutui prima casa. Storicamente un ostacolo per i giovani, oggi sono proprio loro a trainarne il mercato, perché si sono trasformati in una ghiotta opportunità. La scorsa estate il decreto Sostegni bis ha ampliato la platea e ha esteso la garanzia dello Stato (attraverso Consap) dal 50% all’80% del prestito, senza imposte di registro e ipotecarie, per gli under 36 (se in coppia, basta uno dei due con il requisito) con un reddito Isee inferiore ai 40 mila euro. Un vero e proprio superbonus per i mutui legati all’acquisto dell’abitazione principale per un importo massimo che non deve superare i 250 mila euro, ottenibile anche da chi non ha un lavoro, dal momento che sono inclusi i disoccupati. Questo si traduce nella possibilità di accedere, senza ulteriori garanzie o polizze e quindi con una facilità mai vista prima, a un mutuo al 100% con un tasso fisso anche attorno all’1%, vista l’attuale curva del livello degli interessi. Nella legge di bilancio che verrà approvata entro la fine di dicembre è prevista la proroga di questo sostegno molto favorevole ai giovani dal 30 giugno al 31 dicembre del prossimo anno.

Riscatto della laurea. Per chiunque avesse conseguito un titolo di studio universitario una scelta lungimirante può essere quella di riscattare la propria laurea con l’Inps. Non un investimento vero e proprio, ma un modo per trasformare gli anni degli studi, tutti o solo una parte (esclusi quelli fuori corso) in anni contributivi, e integrare così la propria posizione per il diritto al calcolo delle prestazioni pensionistiche. Per richiedere il riscatto non è necessario neppure avere un lavoro: una maniera per accumulare contributi anche da inoccupati. Il costo del riscatto col sistema contributivo si calcola prevedendo l’applicazione dell’aliquota in vigore alla data di presentazione della domanda alla retribuzione soggetta a contribuzione nei 12 mesi meno remoti. Esiste anche una forma di riscatto agevolato, in cui, spiega l’Inps, il costo «è determinato sul minimale degli artigiani e commercianti nell’anno di presentazione della domanda e in base all’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche, nel medesimo periodo, nel Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti». Nel 2021, un onere di 5.264,49 euro per riscattare un anno. I costi saranno di certo minori, ma anche i rendimenti: la pensione risulterà pertanto meno abbondante.

Investimenti alternativi e token. Il 2021 è stato l’anno dei piccoli trader che nei forum di Reddit o con gli hashtag di Twitter hanno dato vita alle meme stock, delle criptovalute che continuano ad attirare sempre più giovani e dell’esplosione degli Nft, i token digitali. E se il bitcoin, vista la sua volatilità, sembra più prestarsi a un trading giornaliero, forse non è così per i Non-Fungible Token. Un bitcoin è fungibile e può essere sostituito con un altro. Gli Nft no, sono pezzi unici che non possono essere replicati né sostituiti e a cui si può associare qualsiasi oggetto digitale: un video, una foto, una gif, un audio o altro. Una recente simulazione di Credit Suisse ha mostrato che, se il rischio di investire in criptovalute è ancora troppo elevato per metterle in portafoglio, la tecnologia blockchain che c’è alla base potrebbe creare un valido modo di investire nei trend del futuro, dal metaverso allo sport, dall’arte al gaming. Una soluzione per cercare rendimenti in modo economico, ricordando però che questi strumenti, per quanto attraenti e facile da usare, sono ancora elementi di diversificazione e non di investimento vero e proprio. (riproduzione riservata)
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Schroders: cresce il rischio nei portafogli dei giovani
di Marco Capponi
Igiovani investitori italiani non saranno tantissimi, ma a differenza dei loro genitori e nonni sono ben disposti a rischiare un po’ di più per cercare di spuntare un rendimento maggiore. L’evidenza emerge dal Global Investor Study 2021 di Schroders, che mostra come, in un quadro di generalizzata risalita della propensione al rischio, sono proprio le nuove generazioni a dare il contributo principale al fenomeno. In totale la quota di investitori italiani pronti a incrementare l’allocazione verso investimenti meno conservativi è pari al 28%, contro il 37% mondiale: guardando però solo a chi ha tra 18 e 37 anni la percentuale sale al 43%, appena un punto sotto la media globale.

Da sempre inclini alla prudenza gli italiani in generale e le nuove generazioni ancor più nello specifico «sentono ora di dover accettare rischi maggiori nella caccia ai rendimenti, data la pandemia», commenta Lesley-Ann Morgan, head of multi-asset strategy di Schroders, per poi aggiungere: «non stupisce che in uno scenario di bassi tassi d’interesse le scelte di investimento più rischiose siano diventate attraenti, soprattutto per gli investitori più giovani».

A stuzzicare l’appetito per il rischio dei Millennials e dei loro cugini più giovani, la generazione Z, c’è soprattutto la prospettiva del ritorno dell’investimento: per il 42% dei giovanissimi infatti i rendimenti attesi supereranno il 10%, contro il 35% della fascia 38-50 anni. E in questa caccia alla performance rientrano anche gli investimenti alternativi a rischio estremo, come le criptovalute. Rispetto a una media del 21% di investitori italiani pronta a scommettere parte del proprio risparmio in bitcoin e simili, i giovani tra 18 e 37 anni salgono al 34%.

Oltre alla scommessa cripto, molti asset un tempo ritenuti poco sicuri stanno tornando alla ribalta in un mondo di costante caccia al rendimento. Sul podio delle tre tipologie di nuovi investimenti effettuati nell’ultimo anno dagli investitori italiani (considerando nella graduatoria tutte le fasce d’età), la medaglia d’oro la guadagnano i titoli biotech e farmaceutici, veri vincitori di mercato nel contesto della pandemia (23%). Seconda piazza, a quota 21%, per titoli o fondi esposti ai veicoli elettrici. Terzo gradino del podio per i grandi nomi di internet e del tech (20%). (riproduzione riservata)