Il degrado ambientale aumenta

INDAGINE DELLA CORTE DEI CONTI SULLA GESTIONE DEI PIANI DI INTERVENTO PER DISSESTO IDROGEOLOGICO
di Andrea Mascolini
Carenza strutturale di risorse a disposizione, lentezza dei processi decisionali, limitato effetto dei poteri commissariali, scarsa capacità progettuale e programmatoria delle regioni; soltanto 2,5 miliardi del Pnrr (piano nazionale di ripresa e resilienza) destinati al dissesto idrogeologico. Sono questi alcuni dei punti messi al centro dell’indagine svolta dalla Corte dei conti (deliberazione 18 ottobre 2021, n. 17/2021/G) della sezione controllo amministrazioni dello Stato sugli interventi delle amministrazioni statali per la mitigazione del rischio idrogeologico. E, in particolare, sul piano «ProteggiItalia» che ha definito un quadro unitario di tutte le misure di contrasto al dissesto idrogeologico, distinguendo gli interventi di natura emergenziale da quelli preventivi, manutentivi e organizzativi.

Preliminarmente, la Corte ha segnalato come «il piano non ha unificato i criteri e le procedure di spesa; non ha risolto il problema dell’unicità del monitoraggio, né individuato strumenti di pianificazione territoriali efficaci, in grado di attuare una politica di prevenzione e manutenzione». Fa riflettere, ha detto la Corte dei conti, che le numerose strutture di indirizzo e gestionali, nel corso del tempo istituite, non sempre adeguatamente differenziate, (strutture di missione, cabine di regia, segreterie tecniche, task force centrali e regionali, e altro ancora) non abbiano contribuito fino ad oggi in maniera determinante al necessario «cambio di passo» verso una gestione «ordinaria» ed efficace del contrasto al dissesto.

Nonostante le ingenti risorse pubbliche stanziate nel corso degli ultimi anni, hanno sottolineato i magistrati di viale Mazzini, sono state rinvenute ancora difficoltà nell’attuazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico, come appare evidente dalla difficoltà delle amministrazioni centrali e locali ad utilizzare i fondi stanziati e il continuo aggiornamento delle carte e delle aree a rischio che evidenzia come negli ultimi anni la superficie delle aree e i comuni classificati ad elevato rischio idrogeologico siano notevolmente aumentati.

La scarsa capacità di spesa è anche conseguenza, hanno precisato i magistrati contabili, «di progetti spesso non cantierabili, basati su ipotesi progettuali che poi vengono disattese, per cambiamenti di linea politica, per difficoltà autorizzative, per la necessità di adeguare i progetti iniziali approvati ai cambiamenti che hanno, visti i tempi lunghi di avvio, modificato il territorio. Emerge, dall’analisi svolta, il ritardo o l’assenza di una pianificazione territoriale in grado di ispirare costantemente gli interventi a breve, medio e lungo termine, per mettere in sicurezza il paese».

Tutto questo in un quadro in cui il Pnrr, dei 15 miliardi previsti per la tutela del territorio e della risorsa idrica, riserva circa 2,5 miliardi di euro agli interventi sul dissesto idrogeologico.Il tema, più volte evocato dagli addetti ai lavori, della limitatezza delle risorse rispetto al fabbisogno espresso dalle regioni chiama in causa la necessità di definire a monte più chiaramente gli interventi prioritari, distinguendo l’emergenza e l’urgenza dalle misure di prevenzione e manutenzione.

Molte le cause dell’inefficacia del sistema: ai lunghi iter concertativi tra le amministrazioni si aggiunge la complessità delle procedure e più in particolare i tempi di progettazione e approvazione dei progetti in capo ai commissari straordinari-presidenti delle regioni.Anche dal punto di vista della governance, le cose non vanno un gran che: «l’attribuzione della responsabilità dell’attuazione degli interventi ai commissari straordinari-presidenti delle regioni non sembra aver consentito di raggiungere i risultati auspicati, anche a causa della carenza di strutture tecniche dedicate all’attuazione degli interventi».
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