Il Piano ripresa e resilienza è soltanto una copertina perché il governo se ne è dimenticato mentre l’Italia è sott’acqua

di Corrado Clini *
Il 12 dicembre 2012 presentai al Cipe il programma quadro e il piano di finanziamento della strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e per la messa in sicurezza del territorio italiano dal dissesto idrogeologico. Il programma individuava una regia nazionale condivisa con le Regioni; l’assunzione obbligatoria delle previsioni sul cambio climatico nella programmazione degli usi del territorio e della realizzazione delle infrastrutture; il divieto di uso dei territori vulnerabili e la rilocazione delle strutture ubicate in questi territori; la cantierizzazione degli interventi già individuati dalle Regioni; la protezione delle coste; la ricalibratura di fiumi e canali, fognature e invasi per favorire il drenaggio delle piogge intense e delle «bombe d’acqua»; la realizzazione delle «difese» da frane e alluvioni.

Avevamo individuato la dimensione degli investimenti in 40 miliardi in 15 anni, 2,6 miliardi all’anno. In 8 anni sono pochi gli interventi realizzati mentre gli eventi climatici estremi aumentano di intensità. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza afferma che la «Tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica» ha, tra molti e vari obiettivi, anche quello di potenziare gli interventi di mitigazione del dissesto idrogeologico, ma non c’è alcun riferimento alle misure necessarie e urgenti.

Eppure non ci vuole molta fantasia e non servono mirabolanti task force per «incardinare» la prevenzione del rischio idrogeologico nel Next Generation Fund, con l’attuazione degli interventi normativi entro giugno 2021 e delle infrastrutture da novembre 2021 fino al dicembre 2026. Se assumiamo un budget di 40 miliardi va attivata una azione «top down» con l’introduzione di un’assicurazione obbligatoria detraibile; l’applicazione del credito di imposta del 75% per gli investimenti privati per la prevenzione; la creazione presso ogni Autorità di Bacino Distrettuale di una «unità di missione» con personale e strutture adeguate (70-90 milioni nel 2021-2026); l’affidamento alle Autorità di Bacino di poteri commissariali, analogamente al modello «ponte Morandi».

Una azione «bottom up» con l’affidamento alle Autorità di Bacino Distrettuale della realizzazione dei progetti con i poteri commissariali.

Il Piano afferma che «proseguiremo sulla strada indicata dal Piano Nazionale Integrato di Energia e Clima». Peccato che non ci sia traccia dei progetti necessari. Per esempio, il Piano prevede che entro il 2030 la produzione di elettricità da fonti rinnovabili passi dagli attuali 52 GW a 100 GW. In questa prospettiva il solare fotovoltaico deve passare da 20 GW a 50 GW, investimenti privati non sovvenzionati per almeno 20 miliardi, 100.000 posti di lavoro aggiuntivi nella fase di realizzazione degli impianti (5 anni) e 45.000 nuovi occupati stabili. Bisogna estendere la procedura semplificata e dare davvero la possibilità all’ambiente di diventare un grande volano di rilancio.

Va poi considerato che il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima è stato elaborato per raggiungere l’obiettivo europeo di riduzione del 40% delle emissioni dei gas a effetto serra entro il 2030. Ma il Consiglio Europeo del 10 dicembre ha aggiornato l’obiettivo al 55%. Di conseguenza l’Italia dovrà individuare misure aggiuntive per aumentare entro il 2030 la quota di rinnovabili e l’efficienza energetica in tutti i settori. Abbiamo poco tempo e tanto lavoro da fare. Anche perché, non dimentichiamolo, Next Generation finanzia progetti cantierabili da completare in 6 anni e richiede misure immediatamente efficaci.

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