di Carlo Valentini
Il big-bang del declino demografico doveva essere il 2031, in quell’anno il differenziale in Italia tra mortalità e nascite avrebbe dovuto superato il livello di guardia. Il Covid sta drasticamente avvicinando quella data poiché si intrecciano la potenza letale del virus e il crollo del desiderio fecondativo. È incominciata una recessione demografica che avrà non poche conseguenze socio-economiche.

Alcuni aspetti della questione sono analizzati nel Rapporto Demografia e Covid-19 appena redatto da un gruppo di esperti del Dipartimento per le politiche della famiglia (Presidenza del consiglio), coordinati da Alessandro Rosina, docente di Demografia all’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Secondo il Rapporto: «Con il perdurare dell’emergenza sanitaria, nel 2020 ci si attende un crollo dei matrimoni, una fortissima contrazione della mobilità interna e internazionale e a partire dal mese di dicembre anche effetti sulle nascite.

Questi effetti si propagheranno anche negli anni successivi. Il fatto è che il clima d’incertezza e le crescenti difficoltà di natura materiale (legate a occupazione e reddito) orienteranno negativamente le scelte di fecondità delle coppie italiane. I 420 mila nati registrati in Italia nel 2019, che già rappresentano un minimo mai raggiunto in oltre 150 anni di Unità nazionale, potrebbero scendere, sulla base delle tendenze più recenti, a circa 408 mila nel corrente anno».

La popolazione italiana scivola al di sotto dei 60 milioni. A fine anno i decessi totali nel nostro Paese saranno 700mila, mai così tanti dal 1944, col Covid che ha provocato una brusca accelerata: fino al 26 dicembre il virus aveva fatto registrare 71.620 vittime (di cui un migliaio di età inferiore ai 50 anni), quindi l’anno si chiuderà con oltre 73 mila vittime da epidemia. Ne consegue un numero che fa paura a livello demografico poiché il saldo negativo (700 mila decessi e 408 mila nascite) è di quasi 300 mila unità.

Spiega il Rapporto: «Diversi autorevoli studiosi dei comportamenti riproduttivi della popolazione hanno sentito l’esigenza di mettere in guardia da una lettura superficiale del lockdown come occasione per i partner di una maggiore frequentazione sessuale, con aumentato rischio di gravidanze. In realtà, diversamente da quanto accaduto a seguito delle grandi crisi storiche – per esempio in Europa e in particolare in Italia all’indomani della Seconda guerra mondiale – siamo ben lungi dall’attenderci un nuovo baby boom, quanto piuttosto una riduzione o al più una stagnazione della fecondità, a causa delle crescenti incertezze economiche, del clima di paura e di pessimismo, e del perdurare delle disparità di genere all’interno delle famiglie».

Le donne si sono ritrovate in prima linea in questa crisi e sembra uno dei motivi del brusco calo delle nascite: «Destreggiarsi contemporaneamente tra lavoro, attività domestiche e cura dei propri figli in un periodo in cui scuole e asili sono chiusi – rileva il Rapporto- ha conseguenze assai gravose per le donne che continuano a essere maggiormente sovraccaricate di lavoro domestico: 40 ore alla settimana dedicate alla cura dei propri figli, contro le 18 ore trascorse dagli uomini. La conseguenza è che, durante il lockdown, le donne con figli tra 0 e 11 anni si sono sentite più tese (25% contro il 19% degli uomini), più sole (19% contro l’1%) e più depresse (13% rispetto al 2%)».

Commenta Alessandro Rosina: «La natalità precipita e l’occupazione femminile è bloccata sui livelli più bassi in Europa. Ma in Italia stiamo ancora a chiederci se i nidi servono o non servono». E sottolinea un dato emblematico: quest’anno ci saranno circa 170mila nascite in meno rispetto al 2008. E il numero di figli per donna è passato da 1,46 nel 2010 a 1,27 lo scorso anno e a consuntivo 2020 sarà ancora minore. In più vi è la diminuzione delle donne in età fertile, il cui numero tra il 2008 e il 2020 si è ridotto di 1,3 milioni. Che fare? Politiche di concreto sostegno alla famiglia, come appunto i nidi, anziché poco utili sussidi.

Rosina aggiunge: «Restituiamo ai giovani il futuro: è la frase più falsa e ipocrita che esista. Mette al centro il protagonismo compassionevole delle generazioni mature anziché il ruolo attivo e prorompente delle nuove generazioni. È tempo di liberare il futuro dalla retorica paternalista. È tutta la classe politica che è chiamata a mettere in campo scelte coraggiose, a tutti i livelli. Grazie all’Unione europea adesso i soldi ci sono, ma c’è bisogno che i decision maker siano disposti a scommettere sul futuro del paese prima ancora che sul presente».

Tra i riflessi della pandemia sulle nascite vi è anche l’aspetto dell’influenza del virus sulla capacità riproduttiva, che il Rapporto affronta esplicitamente: «In numerosi paesi sono apparsi studi che mirano a determinare se gli uomini che hanno contratto il virus stanno sperimentando un cambiamento nel materiale genetico del loro sperma. Il motivo per cui questa connessione è stata stabilita è perché in caso di febbre molto alta per molto tempo, di intubazione o altri sintomi gravi, il livello di tossicità del corpo può aumentare e con questo la frammentazione del suo Dna provocando danni alle cellule in prima linea nella riproduzione. I risultati di un’indagine condotta ad ottobre in Israele mostra che il virus può ridurre fino al 50% la quantità e la motilità dello sperma, particolarmente in coloro che sono stati moderatamente o gravemente colpiti dalla malattia. Inoltre durante la pandemia le cure per l’infertilità si sono ridotte poiché non ritenute tra gli interventi prioritari oppure perché le cliniche che operano in questo campo sono state chiuse anche per lunghi periodi. Spesso i servizi per curare l’infertilità non sono stati considerati un servizio medico essenziale».

Senza nascite e col Covid che uccide, il futuro è plumbeo. Conclude Rosina: «I mattoni per costruire il futuro sono le nuove generazioni. Qui abbiamo tre problemi: ne abbiamo di meno per via della denatalità – siamo il Paese con meno giovani in Europa. Ne sprechiamo di più – abbiamo il record di Neet, under 35, che non studiano e non lavorano. E ne cediamo maggiormente agli altri paesi perché diventino i mattoni per costruire la casa del futuro degli altri».

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