Se Del Vecchio gioca le sue carte in casa Unicredit

Angelo De Mattia

È particolarmente interessante l’ipotesi riportata ieri su queste colonne di una ricercata convergenza tra la Delfin di Leonardo Del Vecchio e le Fondazioni, in particolare, la Crt, per influire sul rinnovo della governance di Unicredit e, dunque, anche sulla scelta del nuovo amministratore delegato che dovrà succedere a Jean-Pierre Mustier. Dall’altra parte starebbero, con un peso non indifferente, i grandi investitori istituzionali, Blackrock e Capital Research che, complessivamente, superano il 10% a fronte dell’ipotizzata convergenza di Del Vecchio, che raggiungerebbe per ora il 5%. Ovviamente, siamo alle fasi assolutamente preliminari e tutte le evoluzioni dei rapporti tra azionisti sono ancora pienamente possibili. Oltretutto, c’è bisogno pure di conferme. Lo schema, comunque, delineerebbe un fronte di investitori con una lunga prospettiva e un altro con le caratteristiche proprie dei grandi fondi internazionali. Sarebbe, sia pure in una configurazione circoscritta, anche il ritorno di un protagonismo delle fondazioni di origine bancaria che hanno assicurato al settore stabilità e crescita, in particolare a Intesa Sanpaolo e allo stesso Unicredit. Ciò, naturalmente, nell’osservanza del Protocollo Acri-Tesoro, frutto della lungimiranza di Giuseppe Guzzetti. Anche per la Delfin una tale progettazione sarebbe la conferma di un approccio alla valorizzazione dei contributi per la stabilità e per una caratterizzazione nazionale degli assetti proprietari, ancora una volta così sconfessando i presunti disegni attribuitile a proposito della sua partecipazione in Mediobanca e in Generali adombrando l’invasione straniera, cioè francese. Per di più questi disegni risultano ulteriormente smentiti dai mutamenti al vertice di EssilorLuxottica, con l’ascesa dell’italiano Francesco Milleri. Quanto alle fondazioni in generale, considerato che in questa fase sono duri gli impatti della pandemia anche sull’economia e crescono i casi di grave disagio sociale, la penalizzazione che esse possono subire per la non condivisibile limitazione della distribuzione dei dividendi bancari, decisa dalla Vigilanza unica, pesa ancor di più, riducendo la quantità di risorse da destinare ai settori istituzionali di intervento di questi enti privati di utilità sociale e, in particolare, alle categorie colpite dalle conseguenze della diffusione del Covid-19. Non vi è contraddizione tra l’eventuale rilancio delle partecipazioni nelle banche (ovviamente nel rispetto dei vincoli fissati dal Protocollo e poi trasfusi negli statuti) e i «ritorni» ora previsti, perché è sperabile che le suddette limitazioni concernenti i dividendi siano rigorosamente transitorie. L’altro fronte di impegno per gli enti in questione è la partecipazione nella Cassa Depositi e Prestiti. In questo caso, da un lato, costituiscono un fattore essenziale perché la Cassa possa essere classificata fuori dal perimetro del debito pubblico; dall’altro, sono sempre pronti a monitorare l’osservanza dei limiti statutari, primo dei quali il non finanziamento di soggetti in perdita e ciò a tutela del risparmio dei cittadini nonché delle proprie risorse. Sarebbe, tuttavia, auspicabile un maggiore intervento sulla multiformità strategica che la Cdp sta impostando, con la proiezione dei propri disegni in diverse direzioni, alcune delle quali andrebbero più attentamente valutate, al di là della forte campagna di informazione e di pubblicità intrapresa dalla Cassa. Resta pur sempre insoddisfatta l’esigenza di una definizione chiara del mandato di questa molto importante, ultracentenaria istituzione. A ciò potrebbero contribuire, con la loro forza, le fondazioni. Un’operazione come quella riguardante Unicredit, tutta bisognosa di conferme potrebbe essere un segnale per nuove iniziative degli enti di utilità sociale. (riproduzione riservata)

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