Welfare a due vie

Intervista al presidente dell’Ebce, Giancarlo Badalin
C’è anche un sistema bilaterale
di Anna Tauro

Negli ultimi anni gli enti bilaterali sono diventati sempre più lo strumento attraverso il quale realizzare concretamente gli obiettivi concordati in sede di contrattazione, sia nazionale che territoriale. Il nostro ordinamento attribuisce, infatti, a tali enti una serie di delicati compiti e funzioni quali: sostenere e far crescere le imprese e i loro dipendenti, promuovere la formazione professionale e la sicurezza sul lavoro, fornire un tavolo di confronto tra il mondo dei datori di lavoro e quello dei lavoratori. In questo senso, gli enti bilaterali divengono, quindi, la soluzione più autorevole e credibile per superare ogni residua cultura antagonistica, una virtuosa alleanza tra capitale e lavoro in un mondo sempre più destinato a sopportare cause di instabilità economica e sociale.
Negli anni anche le imprese che hanno adottato politiche di welfare sono cresciute: i datori di lavoro ne hanno guadagnato in termini di produttività e di benessere dei propri dipendenti. Queste imprese hanno messo il primo importante tassello per il proprio processo di sviluppo sano e duraturo.
Quando si parla di welfare, spesso lo si associa al termine bilateralità, soprattutto in riferimento ai cosiddetti organismi bilaterali. Di quale sia il ruolo degli enti bilaterali nel welfare aziendale ne abbiamo parlato con Giancarlo Badalin, presidente di Ebce, Ente bilaterale nazionale nato dal Ccnl Ced, Ict, Professioni Digitali e Stp.
Domanda. Cosa si intende per welfare bilaterale?
Risposta. Per welfare bilaterale si intende il welfare sviluppato dalla contrattazione collettiva nazionale o di secondo livello nell’ambito di un sistema strutturato di enti e fondi bilaterali che erogano i servizi e le prestazioni negoziali. Come nel caso dell’Ebce, l’ente bilaterale individuato dalle parti sociali Assoced, Lait e Ugl Terziario per i contratti tra loro siglati.
D. C’è differenza tra welfare aziendale e welfare bilaterale?
R. Il welfare aziendale tende a concentrarsi nelle imprese di dimensioni medio grandi, attive soprattutto nei settori economici più sviluppati, come per esempio l’industria. Il welfare bilaterale, invece, si sta rivelando una buona opportunità a tutela dei lavoratori impiegati in settori produttivi più frammentati, per esempio il terziario, settore di cui Ebce si occupa prioritariamente. Gli ambiti di intervento dei sistemi bilaterali, in questi anni, si sono rivolti prioritariamente alla mutualizzazione di obblighi retributivi derivanti dal contratto di lavoro e alla gestione delle provvidenze nei campi dell’assistenza sociale e sanitaria. Anche se i più diffusi strumenti di welfare bilaterale sono per lo più legati alle forme di conciliazione a sostegno della famiglia.
D. L’ente bilaterale come si pone in questo senso?
R. Il dialogo tra bilateralità e welfare aziendale è crescente. Sempre più spesso gli enti bilaterali scelgono di proporre ai lavoratori delle vere e proprie piattaforme di welfare simili a quelle che i dipendenti delle medie e grandi imprese hanno a disposizione.
D. E come si pone il welfare bilaterale nella contrattazione collettiva di secondo livello?
R. Parlare del welfare nella contrattazione di secondo livello non è semplice. Occorre una preparazione adeguata alla stesura di contratti fatti su misura per l’azienda, contratti in cui vengano rispettati i parametri per accedere alla detassazione e decontribuzione parziale del premio di produttività in virtù di obiettivi aziendali previsti negli accordi stessi. Da questo punto di vista, l’Ebce è in grado di fornire un’adeguata formazione agli operatori di sistema rispetto all’attività consulenziale necessaria ad accompagnare le aziende nel confezionamento di accordi.
D. A distanza di anni dalla loro nascita, la maggioranza dei lavoratori e delle aziende non sa che cosa siano gli enti bilaterali. Come lo spiega?
R. La responsabilità a volte è riconducibile agli enti stessi: le risorse destinate a lavoratori e familiari, poche, ma ci sono, restano bloccate in salvadanai burocratici. L’Ebce rientra limitatamente in questa casistica, infatti ha erogato in servizi e contributi quasi tutto il plafond stanziato nel 2018 e prevede un notevole aumento di richieste per l’anno 2019. Ha raggiunto solo un decimo dei beneficiari, eppure è un caso di studio positivo per gli addetti del settore.
D. Gli altri enti sparsi per il Paese come sono messi?
R. Un dato su tutti: su 6,9 milioni di occupati totali, tra edilizia, artigianato, turismo-servizi e agricoltura, solo 2,5 milioni di lavoratori risultano iscritti ai fondi bilaterali o ad enti sanitari nazionali.
D. Il problema vero, però, sono gli aventi diritto (lavoratori e aziende) che non sanno di esserlo. Le ragioni?
R. Scarsa comunicazione, pile irragionevoli di moduli da compilare, persino l’Isee, in alcuni casi, graduatorie e tempi d’attesa sconfortanti: quattro-cinque mesi in media per il rimborso di una piccola spesa. Gli ostacoli sembrano messi lì apposta, per paura, forse, che le risorse non bastino per tutti. L’Ebce, fortunatamente, si è lasciato alle spalle questi ostacoli, grazie anche alla sua diligenza e lungimiranza. Da sempre promotore del rinnovamento è in grado di collegare servizi già esistenti, evitare doppioni e dispersioni, creare sinergie con altri enti, soprattutto con il Fondo Easi, Ente di Assistenza sanitaria integrativa.
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