I mega-fondi non sono in linea con gli obiettivi climatici né nel portafoglio né nel sostegno alla transizione green delle partecipate Etf e super asset manager sono compatibili con la sostenibilità?
di Francesco Bertolino

Anche nella finanza il verde è di moda. Non c’è società quotata, fondo o gestore di risparmi che non cerchi in qualche modo di intercettare l’esigenza di sostenibilità e di lotta al cambiamento climatico. Nonché di catturare i relativi investimenti, pubblici e privati. Da un lato infatti i governi mondiali dovranno spendere 7 mila miliardi di dollari l’anno (stima Ocse) per raggiungere l’obiettivo minimo dell’Accordo di Parigi di contenere il riscaldamento globale sotto i due gradi centigradi. Dall’altro gli investitori si mostrano sempre più propensi a dirottare risorse – 30 mila miliardi al 2018 – verso società rispettose dei criteri Esg (environmental, social, governance). Con un’attenzione particolare al primo parametro: l’ambiente. Secondo uno studio di Bnp Paribas sui risparmiatori europei, gli italiani sono i più sensibili al tema. Benché solo il 7% dichiari di avere in portafoglio investimenti socialmente responsabili, l’80% si è detto intenzionato a effettuarne.
L’offerta di tutti gli asset manager si è da tempo attrezzata per cavalcare queste richieste. Sotto il vestito verde tuttavia la realtà a volte è diversa. Stando a una recente analisi di InfluenceMap, nessuno dei 15 maggiori gestori del mondo – in totale 37 mila miliardi di dollari di attivi – è in linea con gli obiettivi stabiliti dall’Accordo di Parigi del 2015. I loro fondi azionari sono sovraesposti su società inquinanti e invece sottopesano le compagnie che utilizzano tecnologie verdi in quattro settori-chiave: automotive, oil & gas, industria elettrica e carbone. Dalle informazioni raccolte dalla piattaforma FinanceMap risulta che la deviazione media dei portafogli dagli obiettivi di Parigi si attesta al 19%.
Il dato si spiega in parte con la crescente predominanza delle gestioni passive. Etf e fondi indicizzati si limitano per definizione a replicare un indice con limitate eccezioni. Non è un caso perciò che a livello globale la strategia Esg prevalente sia tuttora il cosiddetto «screening negativo», che esclude dall’universo di investimento solo settori considerati particolarmente nocivi per la società, come tabacco, alcol o armi. Nel 2018 infatti 19.800 miliardi di dollari erano gestiti seguendo questo criterio, 17.500 miliardi secondo quello, piuttosto vago, dell’integrazione Esg e soltanto 3.200 miliardi con i più stringenti approcci dello «screening positivo», dell’investimento tematico o dell’impact investing. Con il risultato che, come dimostra una recente ricerca di Goldman Sachs, il legame verde dei 10 titoli detenuti dal maggior numero di fondi Esg può tavolta risultare sfuggente: Alphabet, Microsoft , Henkel , Sap , Schneider Electric , Roche Holding, Allianz , Vestas, Novo Nordisk, Axa .
Entro certi limiti comunque la deviazione dei portafogli dall’Accordo di Parigi può essere addirittura considerata virtuosa. L’investimento in compagnie inquinanti con l’obiettivo di incoraggiarne la transizione «verde» può rappresentare un’alternativa preferibile all’azzeramento generalizzato e istantaneo delle partecipazioni, che metterebbe, per esempio, a rischio l’occupazione. Cambiare le prassi di una società dall’internoinsomma potrebbe rivelarsi più socialmente responsabile che assistere dall’esterno al suo fallimento (o alla prosecuzione delle sue attività inquinanti). Anche questa tesi.comunque non è priva di contraddizioni, come ha dimostrato il caso dell’ex-Ilva.
Il problema però è che anche dal punto di vista degli sforzi per favorire la conversione verde delle società molti asset manager risultano a dir poco carenti. InfluenceMap ne ha misurato l’impegno attivo, calcolato sulle comunicazioni private con i management, sulle questioni poste nelle riunioni dei soci, sui commenti pubblici e sulle iniziative o voti in assemblea. Il risultati non sono lusinghieri. Nell’esercizio 2018-2019 i 15 maggiori gestori hanno presentato nelle assemblee delle società partecipate quattro risoluzioni con rilevanza, per così dire, climatica. Soprattutto, alcuni di questi gestori non si sono mostrati inclini a sostenere neanche le mozioni climatiche avanzate da altri azionisti. Stando alle elaborazioni di InfluenceMap, per esempio, BlackRock si ha votato contro l’89% delle risoluzioni verdi e le percentuali di Vanguard, Capital Group e Fidelity non sono molto distanti. Al contrario, Allianz , Crédit Agricole-Amundi e Legal&General hanno appoggiato oltre l’80% delle mozioni climaticamente rilevanti.
Quanto ai gestori italiani, nell’active ownership report 2018 Generali dichiara di aver votato a favore dell’81,1% delle risoluzioni ambientali presentate in assemblea, mentre dall’informativa periodica sui voti espressi risulta che l’anno scorso Eurizon ha appoggiato tre mozioni ambientali su tre.
Il report di InfluenceMap ha suscitato la reazione sdegnata di Christopher Hohn, combattivo fondatore di Tci Capital, hedge fund con partecipazioni fra l’altro in Airbus , Moody’s e Atlantia . «I grandi asset manager come BlackRock si sono dimostrati pieni di greenwashing», ha tuonato Hohn. «Gli investitori non devono aspettare le autorità che dormono di fronte al cambiamento e non sono disposti o capaci di regolare adeguatamente le emissioni», ha scritto in una nota ai clienti. «Possono usare il potere di voto per forzare la mano alle compagnie che rifiutano di considerare seriamente il loro impatto ambientale», ha concluso.

Secondo alcuni osservatori, il feroce j’accuse ambientale di Hohn contro i grandi asset manager rischia di mancare il bersaglio. I mega-gestori potrebbero essere semplicemente too big to be green, troppo grandi per essere verdi. Ciò varrebbe tanto per i fondi attivi quanto soprattutto per quelli passivi, che, come replicanti, incontrano maggiori difficoltà a discriminare fra compagnie verdi e non. Un conto è scrutinare una ventina di società, come fa Tci Capital, un altro è analizzare un portafoglio di centinaia di investimenti, come quelli dei grandi asset manager.
Il settore degli Etf ha superato i 6 mila miliardi di dollari e, secondo BlackRock, è destinato a raddoppiare entro fine 2023. Nell’insieme BlackRock, Vanguard e State Street sono il primo azionista del 90% delle società comprese nello S&P 500. E, secondo uno studio della Boston University, se la loro crescita dovesse continuare a questo ritmo, entro 20 anni le Big Three potrebbero esprimere il 40% dei voti nelle compagnie incluse nel principale indice di Wall Street. In queste condizioni, notano gli analisti, diventa difficile approfondire difetti e progressi ambientali di tutte le società partecipate nonché sostenere attivamente la loro transizione verde. Anche perché, nota uno studio di Boston Consulting Group, non sempre le compagnie forniscono queste informazioni con la trasparenza, tempestività e uniformità necessarie a una compiuta valutazione.
Il ceo di BlackRock, Larry Fink, ha di recente annunciato una revisione della strategia di investimento degli oltre 6 mila miliardi di dollari gestiti in relazione al cambiamento climatico. Chissà se il re degli asset manager riuscirà nell’impresa di convincere i critici che i mega-gestori sono disposti a guidare la rivoluzione verde. (riproduzione riservata)

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