La strategia di Fineco

La scelta di Fineco di esportare la piattaforma digitale in Gran Bretagna dà frutti. Intanto in Italia l’istituto spinge i risparmiatori a investire. Anche applicando al c/c un canone mensile di quasi 4 euro
di Paola Valentini

Fineco guarda avanti ripartendo dal modello pionieristico digitale con cui era nata alla fine degli anni 90 e che, in una fase di compressione dei costi come l’attuale, permette di avere quella flessibilità necessaria per arrivare agilmente in nuovi mercati. Come il Regno Unito. La Brexit infatti per il gruppo guidato dall’ad e dg Alessandro Foti è, più che una minaccia, un’opportunità su cui fare leva anche per affrontare altre possibili sfide internazionali. Senza trascurare l’Italia dove, come racconta il vice dg e responsabile global business di Fineco , Paolo Di Grazia, c’è un enorme bacino di risparmi ancora da servire soprattutto sul fronte delle esigenze di investimento, compreso il risparmio per i figli o per la pensione. Proprio in quest’ottica si basano le novità che il gruppo ha in rampa di lancio. Progetti che, dopo l’uscita di scena di Unicredit dal suo capitale, sono in forte accelerazione per permettere al gruppo di esprimere le sue potenzialità finora probabilmente rimaste sopite proprio per il fatto di avere alle spalle un socio bancario forte, anche se restano sullo sfondo i rumors su una nuova unione con un altro gruppo, ora che Fineco è una public company.
Domanda. Dottor Di Grazia, gli analisti di Ubs affermano che la vostra espansione nel Regno Unito permetterà di aumentare del 7% le sue stime già ottimistiche dell’utile per azione nel lungo termine, ipotizzando che raggiungiate nel Paese una base clienti di 150 mila unità. Come sta andando?
Risposta. Siamo nel Regno Unito da un anno e mezzo e abbiamo esportato qui il modello italiano dei primi anni 2000 quando non avevamo la rete di consulenti finanziari. Offriamo tramite la nostra piattaforma digitale gli stessi servizi che diamo in Italia: banca, brokerage, e investimenti. Su quest’ultimo fronte, in particolare, stiamo accelerando sull’ampliamento della gamma per inserire tutti i fondi, oltre 3 mila, che collochiamo in Italia.
D. Sempre Ubs afferma che l’espansione internazionale di Fineco è sottovalutata dal mercato. I suoi analisti infatti ritengono che grazie alla vostra piattaforma online potete entrare in nuovi mercati con investimenti limitati e una gamma di offerta che vi rende l’unica società italiana del risparmio gestito in grado di generare una crescita di valore sostenibile per i suoi azionisti. Come stanno le cose?
R. Per noi non fa differenza che un cliente sia italiano o inglese perché non ci sono costi aggiuntivi, sfruttiamo la piattaforma esistente. È il bello di essere digitali. La struttura dei costi si presta a replicare il nostro modello che viene apprezzato in Uk. Tanto che oggi, pur avendo ancora numeri piccoli, siamo a 7 mila clienti (dato aggiornato rispetto ai 4.500 indicato da Ubs, si veda tabella, ndr), abbiamo un 90% di nuovi correntisti inglesi, mentre la componente italiana, che ai primissimi stadi era preponderante, oggi è marginale. Per noi aprire un conto a un inglese ha lo stesso costo dell’Italia perché utilizziamo la stessa infrastruttura, a parte gli investimenti in marketing. Siamo in Uk per rodare il nostro modello e capire se piace. Quest’anno e mezzo nel Paese ci è servito a capire come evolvere il modello. Ci siamo inizialmente posizionati come operatore in grado di offrire un conto multi-valuta con l’obiettivo poi di farci apprezzare non soltanto nel banking o nei servizi di intermediazione, ma anche in quelli di investimento legati alla piattaforma di fondi. E per il momento la Brexit ci ha dato una spinta perché con il nostro conto multi-valuta siamo andati incontro all’esigenza molto diffusa tra gli inglesi di cambiare velocemente le sterline in un’altra moneta.
D. Dopo il Regno Unito ci sono altri mercati appetibili?
R. Accanto all’Italia, dove siamo focalizzati proprio perché le opportunità qui restano molto interessanti, abbiamo iniziato ad approcciare il Regno Unito dove la nostra quota è ancora piccola a un anno e mezzo dal lancio, ma in crescita, tra l’altro senza fare campagne pubblicitarie. Una riflessione potremmo farla sui mercati del medio oriente, ma non c’è nulla di concreto al momento.
D. Intanto nella zona euro c’è il problema dei tassi ai minimi che mette pressione sulla redditività delle banche e in Italia si aggiunge il tema dell’elevata giacenza sui conti correnti. Cosa state facendo per affrontare questa situazione?
R. Il contesto attuale di tassi negativi non è più sostenibile per una gestione efficiente della liquidità raccolta dai clienti. Noi non intendiamo applicare tassi negativi sui conti, e per mantenere equilibrio, abbiamo deciso di introdurre un canone mensile pari a 3,95 euro sul conto, ma azzerabile con un sistema di bonus legato soprattutto agli investimenti perché riteniamo che in Italia ci sia un potenziale enorme sul fronte della gestione del risparmio. Infatti, tutti i clienti che utilizzano i nostri servizi di consulenza non pagano il canone. Vogliamo cercare di stimolare i clienti a valutare forme di impiego del risparmio più efficienti che vadano oltre il semplice parcheggio sul conto. Anche i trader, i minori di 28 anni di età e i nuovi clienti (per i primi 12 mesi) non pagheranno nulla. Mi preme sottolineare che per un conto con operatività media, l’Isc rimane uno dei migliori sul mercato.
D. Nel segmento del risparmio gestito ci sono novità?
R. Accanto alla nostra storica piattaforma aperta di fondi online stiamo lavorando sul lancio, che avverrà a breve, di un’offerta totalmente digitalizzata di fondi pensione. I primi comparti saranno quelli di Amundi. Nel frattempo abbiamo lanciato per i nostri consulenti un’applicazione che permette di calcolare e colmare il gap previdenziale di ogni cliente.
D. Il noto broker Usa Schawb, leader nell’intermediazione a basso costo, ha appena raggiunto un accordo per rilevare il concorrente Ameritrade creando un colosso da oltre 5 mila miliardi di asset. Un’operazione che ancora una volta accende i riflettori sulla tendenza dell’azzeramento dei costi dei servizi finanziari. In Italia si andrà in questa direzione?
R. Sul mercato Usa, in seguito all’intervento di Schwab di abbassare le commissioni, è nata l’esigenza di gestire più volumi per mantenere il livello di redditività. Vorrei però ricordare che il mercato americano è diverso perché, oltre alle commissioni applicate ai clienti, gli operatori guadagnano anche nell’attività di market making. Di conseguenza ritengo che in Italia non si andrà in questa direzione perché appunto il mercato è strutturalmente diverso. (riproduzione riservata)
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