di Gianfranco Ferroni

I media influenzano l’umore degli italiani, dichiara il Censis. E nel rapporto sulla situazione sociale del paese presentato ieri a Roma il centro studi fondato da Giuseppe De Rita e diretto da Massimiliano Valerii sottolinea che «nell’attuale conformazione del sistema dei media, il primato della dimensione emotiva del linguaggio si coniuga con il primato degli schermi: da quello per antonomasia, la tv, fino ai touch screen degli smartphone». Così, anche per il «profondo rosso» dei giornali, «con un numero di copie vendute quotidianamente in picchiata», scrive il Censis, «oggi assistiamo a un deragliamento della parola: significato e significante si allontanano sempre di più, le parole sembrano più adatte all’invettiva che non al dialogo, a discapito della comprensione reciproca e con l’effetto di indebolire lo strumento primario della conoscenza».
Quello che deve far riflettere, si legge nel rapporto, nasce da un’altra variabile, costituita dai social network. La diffusione «su larga scala di una tecnologia personale così potente ha lasciato una traccia tangibile nelle modalità di rapportarci con il mondo, partecipando a una piccola mutazione antropologica che ha finito per plasmare i nostri desideri e le nostre abitudini»: ecco allora i «compulsivi» e gli «esibizionisti», che in totale arrivano a contare 10 milioni di italiani. Definendo le «diete audiovisive», formate in prevalenza da «persone estranee ai mezzi a stampa», ecco i giovani che «nel 52,8% dei casi si accostano con frequenza a tutti i media, a patto che non siano stampati su carta».
Non molto diversa è la situazione nelle altre fasce d’età, a cominciare da quella dei 30-45enni. E anche i diversi livelli di istruzione ormai non fanno rilevare differenze. Per il Censis ora «chi ha un rapporto più distaccato con i social network, come i pragmatici e gli spettatori, risulta meno pessimista e più disorientato, mentre chi vi investe di più emotivamente, come i compulsivi e gli esibizionisti, oppure chi ne è estraneo, come i non utenti, risulta più pessimista». Infine «le famiglie composte di soli over 65 anni, che sono meno dotate di dispositivi tecnologici», risultano quelle «che hanno maggiori potenzialità di crescita».
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