Pochi vincono tutti perdono

A metà degli anni 80, Paolo Savona scrisse un pamphlet dal titolo «Cos’è l’economia», edito dalla Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, allora in buona salute. Non sarebbe male se l’attuale ministro per gli Affari europei facesse dono di una copia del suo lavoro ai colleghi di governo: ne trarrebbero un apprezzabile beneficio. Leggendolo, la sottosegretaria all’Economia, Laura Castelli, potrebbe poi suggerire un aggiornamento alla storiella sugli economisti che Savona ricorda, con delicata autoironia, nell’introduzione. Eccola: «Dove mi trovo?», chiese un passante smarritosi a un distinto signore. «A mezzo metro da me», fu la risposta. «Dev’essere un economista», pensò tra sé il passante, «infatti la risposta è giusta ma non mi serve a niente!». Avrebbe potuto cavarsela, l’ignoto passante — prendendo spunto dall’ormai celebre replica dell’esponente grillina all’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che le spiegava la relazione tra spread e costo dei mutui — con un più sbrigativo «Ma questo lo dice lei». E così anche sulla valutazione del mezzo metro di distanza fra i due protagonisti della storiella si sarebbe aperta una lunga querelle filosofica.

I pochi e i molti
Giovanni Cagnoli, uno dei più apprezzati consulenti d’impresa e oggi a capo della Holding Carisma, propone di adattare al caso italiano, ribaltandola, un’altra storia. Questa volta vera e con la S maiuscola. Ovvero, la famosa frase di Churchill pronunciata dopo la battaglia d’Inghilterra, riferendosi ai piloti della Raf. «Mai, nel campo dei conflitti umani, così tanti dovettero così tanto a così pochi». «Mi pare dice Cagnoli — che, se va avanti questa manovra, potremmo dire che nella storia del nostro Paese mai così tanti pagheranno per colpa di così pochi». Dopo aver ribattuto all’osservazione di Cagnoli con l’ultimo sondaggio Ipsos di Nando Pagnoncelli che dà le preferenze per il governo, seppur in calo, oltre il 53 per cento — segno che la luna di miele dopo sei mesi continua — ci chiediamo se la provocazione abbia un fondamento.
Ma potremmo adattare ulteriormente la celebre frase di Churchill declinandola così: «In tanti stanno già pagando e forse non lo sanno, altri sperano di avere dei vantaggi che forse non avranno». Cagnoli si è divertito, si fa per dire, a calcolare il costo pro capite dei maggiori interessi sul debito pubblico con uno spread a quota 300. Ovvero 1,5 miliardi quest’anno; 5 il prossimo; 9 miliardi nel 2020. Sempre che la situazione non peggiori ma speriamo ovviamente che migliori. Se lo spread resterà all’attuale livello per due anni ogni cittadino, neonati compresi, sarà caricato di nuovi interessi per 258 euro. La generazione che ha oggi tra i 20 e i 40 anni vedrà il conto individuale lievitare fino a 1.250 euro. «Un mese di stipendio buttato — dice Cagnoli — un mese di vita sacrificato in tre anni».

I possessori di Btp decennali hanno già subìto una perdita in conto capitale almeno del 10 per cento. I titoli tenuti a scadenza vengono rimborsati al valore nominale. I rendimenti aumentano, ma il risparmiatore non vive su un altro pianeta. Il suo maggior guadagno è più che compensato dagli altri costi che sopporta come cittadino. A meno che non sia uno straniero. Ed ecco il paradosso per un governo sovranista: arricchire chi ha un altro passaporto, a patto ovviamente che abbia comprato all’emissione e vada a scadenza. Sempre secondo Ipsos solo il 27 per cento degli italiani sa cos’è lo spread che Cagnoli definisce un «veleno a rilascio continuo». E sul totale degli italiani il 61 per cento pensa che l’innalzamento sia negativo. Tra quelli che dicono che è negativo, il 59 per cento ritiene che l’aumento dello spread faccia diminuire anziché aumentare il rendimento dei titoli. «Assistiamo — spiega Pagnoncelli — a una totale sottovalutazione del fenomeno, la gente sa poco e crede che i mercati siano qualcosa di distante, esoterico, sospetto».

Altri danni
Ma proseguiamo nell’esame dei danni per tanti. Il costo dei futuri mutui cresce. Il tasso fisso era a 1,80 prima, oggi supera il 2 per cento. Per una semplice ragione. Chi presta il denaro alle banche sul mercato all’ingrosso non lo farà mai a tassi inferiori a quelli offerti, in crescita, dallo Stato sui propri titoli per via dello spread. Il buon samaritano in finanza non esiste. Nemmeno in versione sovranista. Se il costo del denaro sale di 160 punti base — sempre nei calcoli di Cagnoli — per un appartamento da 150 mila euro con un finanziamento al 90 per cento su 20 anni, la rata del mutuo aumenta di 1080 euro l’anno. In vent’anni 22 mila euro circa.
In Italia oltre il 70 per cento delle auto è acquistata con il credito al consumo. Se si eleva il costo della provvista sul mercato dei capitali cresce anche il tasso applicato che oggi oscilla tra il 5,5 e il 7 per cento. Con un livello così elevato di spread vuol dire che ogni acquirente di un’auto, nei prossimi due anni, sborserà 800 euro in più per ogni 20 mila euro di prezzo di listino. Con un mercato da 1,5 milioni di vetture l’anno fanno 1,2 miliardi l’anno. Ogni impresa con un indebitamento a medio e lungo termine — o anche a breve se lo spread non diminuirà — dovrà fare i conti con il caro denaro. Sempre nell’ipotesi dei 160 punti base di aggravio, significa un costo annuo per le imprese di 22 miliardi. Capitali sottratti agli investimenti che diminuiranno facendo scendere occupazione e reddito delle famiglie. E con un ulteriore riflesso negativo sugli incassi dello Stato (6 miliardi) per via della deducibilità degli interessi passivi.

Quelli che potranno guadagnare, forse, da questo non idilliaco quadro, saranno i percettori in futuro del reddito di cittadinanza o i beneficiari della riforma pensionistica a quota 100. Ma anche per loro l’iniziale e concreto vantaggio rischia di essere vanificato almeno in parte dal peggioramento generale. Intanto, la crescita si è fermata come ha accertato l’Istat rivedendo al ribasso (-0,1 per cento) l’andamento del Prodotto interno lordo nel terzo trimestre. Il rallentamento della domanda estera, l’esaurimento del ciclo dell’auto, specialmente in Germania, i rischi di guerre tariffarie, sono effetti già percepibili nelle trimestrali delle aziende che esportano. Anche i consumi delle famiglie segnalano qualche cedimento, nonostante le follie del Black Friday. Nel periodo gennaio-ottobre, secondo i dati di Centromarca, c’è stata una flessione delle vendite in volume dello 0,9 per cento. La prova si avrà con la prossima campagna natalizia che vale il 35 per cento delle vendite annuali. Auguri. Questa volta doppi.

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